KRISTAN HIGGINS.
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NEI TUOI SOGNI.
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Parte 1.
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Titolo originale: In your dreams.
Traduzione di: Elisabetta Lavarello.
2015. Harlequin Mondadori, MILANO.
ISBN 978-88-6905-054-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Tutti amano Jack Holland, ma Emmaline Neal ha bisogno di lui.
Manningsport, stato di New York. Quando Emmaline Neal viene invitata al matrimonio del suo ex fidanzato a Malibu, decide che non può assolutamente andarci da sola. Quindi? La soluzione sembra essere quella di farsi accompagnare da Jack Holland - alto, biondo e bellissimo - che non si tira mai indietro quando c'è da aiutare una fanciulla disperata. Jack sa bene come vanno queste cose, dunque non si farà certo idee strane. Da parte sua, lui ha bisogno di una scusa per lasciare la città: da quando ha salvato quattro persone è diventato una sorta di eroe e tutta questa attenzione sta cominciando a infastidirlo; inoltre deve decisamente sfuggire alle grinfie della sua ex moglie che vorrebbe una riappacificazione. Emmaline gli è sempre piaciuta. Ha bisogno di un cavaliere per il weekend? Nessun problema. Non hanno fatto i conti, però, con il vino rosso a disposizione e con una fantastica torta al cioccolato, unici responsabili, secondo Emmaline, del fatto che sono finiti a letto insieme. Si è trattato di una sola notte, che non si ripeterà. Oppure no? Jack vuole di più e se Emmaline decidesse di abbassare la guardia potrebbe ritrovarsi con il cuore spezzato o scoprire che lui è davvero l'uomo dei suoi sogni.
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L'AUTRICE.
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Kristan Higgins ((Durham Regno Unito 1965) è un'autrice americana ai vertici delle classifiche di Usa Today e del New York Times, ha venduto 2 milioni di copie in tutto il mondo. Il suo segreto? Lo stile unico, romantico e divertente, che rende ogni suo romanzo una commedia brillante dal sapore cinematografico, frizzante e spiritoso. Proprio per questo è stata definita dal pubblico italiano l'alternativa ideale a Sophie Kinsella e le recensioni dei suoi romanzi spopolano in Rete. Ha un debole per gli animali domestici, in particolare i cani, che sono diventati una caratteristica distintiva dei suoi romanzi: in ognuno, infatti, c'è spazio per un simpatico amico a quattro zampe.
È tre volte vincitrice del premio RITA Romance Writers of America e nominata cinque volte per il premio Kirkus per la migliore opera di finzione.
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NEI TUOI SOGNI.

Prologo.
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Bene, inutile dire che abbiamo tutti un debole per Jack Holland. Specialmente noi donne.
Ma il Miracolo d'inverno... oh, ci ha lasciate senza fiato!
Non che ci abbia sorpreso il fatto che Jack sia meraviglioso...
ovvio che lo è! Tanto per cominciare, è il figlio di John
Holland e l'unico ragazzo della famiglia, anche se suppongo
che a questo punto dovremmo dire uomo. Ed è stato in
Marina... ah, il fascino della divisa! E il suo fisico! Quegli
occhi azzurri... Persino Cathy e Louise parlavano dei suoi
occhi l'altro giorno!
Jack è praticamente un membro della famiglia reale da
queste parti, dato che gli Holland sono tra i fondatori di
Manningsport. È lui l'enologo di Blue Heron, l'azienda vitivinicola
degli Holland. Suppongo non occorra che ci preoccupiamo
che possano vendere la loro terra a dei palazzinari,
non con tutti quei figli che lavorano nell'impresa di
famiglia. E poi c'è il modo in cui Jack tratta le tre sorelle e
la matrigna! Un principe, ecco chi è! Stendiamo un velo
pietoso sulla sua ex moglie. Non lo ha mai meritato, quella
donna.
Comunque, cosa stavamo dicendo? Ah, sì, il Miracolo
d'inverno! Certo, si è trattato di uno sforzo di gruppo. Levi
Cooper, il capo della polizia della nostra cittadina, è stato
fantastico (nessuna parentela con Anderson, e non pensate
che non l'abbiamo chiesto). Levi e la sua vice, la nipote
di Luanne Macomb... com'è che si chiama? Emily? Emmaline?
Be', loro hanno fatto la rianimazione cardiopolmonare.
Come pure il bel Gerard Chartier.
Ma il vero protagonista è stato Jack.
Cosa che non ci ha sorpreso.
È stato un momento... be', eccitante non è la parola giusta,
no? Diciamo memorabile, senza offesa per la povera
famiglia, ovviamente. Manningsport praticamente chiude
in inverno, restiamo solo noi residenti. Non ci sono turisti
fino a primavera, quando riprendono le degustazioni dei
vini. Ma il Miracolo d'inverno ha portato qui celebrità di
ogni tipo: il famoso giornalista televisivo Brian Williams
ha soggiornato al Black Swan, lo sapevate? Un uomo talmente
garbato! E non c'è stato uno che non abbia fatto un
salto da O'Rourke quando c'era Anderson Cooper, della
CNN.
Quella serata ha acceso i riflettori sulla nostra cittadina
lacustre e, dato che era gennaio, be', è stato un diversivo
gradito a tutti. Laney Hughes ha persino aperto il negozio
di souvenir anche se non era stagione, tante erano le persone
che sono arrivate in città. E ha venduto un sacco di
magliette del lago Keuka, ve lo garantisco. La Sunrise
Bakery di Lorelei ha terminato alle otto del mattino tutto
quello che aveva sfornato per l'intera settimana.
Cosa c'è? Come sta Jack? Sta bene! È fantastico! Un vero
eroe. Tutti potranno confermarvelo.
Ma che bisogno c'è di chiederlo?


Capitolo 1.

Niente avrebbe potuto rendere più piacevole il fine settimana
di Emmaline Neal quanto poter provare il Taser.
Okay, okay, probabilmente non avrebbe avuto l'occasione
di usarlo neanche oggi (mannaggia), ma il piccolo brivido
d'anticipazione non mentiva. Se davvero ci fosse stato
un intruso in casa McIntosh, sarebbe stata una grande
soddisfazione beccarlo. Barb McIntosh sospettava si trattasse
di un maniaco sessuale e, se fosse stato così, Em sapeva
bene dove avrebbe puntato gli elettrodi.
Certo, Barb aveva già ammesso di essere una patita di
Law & Order («Quel Christopher Meloni! Che fusto!»). Ma
aveva sentito degli strani rumori nel seminterrato, e suo
nipote, il noto verme Bobby, non era a casa.
«Mi sto avvicinando alla scala che scende in cantina» bisbigliò
Everett Field.
«Sì, lo vedo, Ev, dato che sono qui dietro di te» ribatté
Emmaline. «Non c'è bisogno di mormorare.»
«Ricevuto!» sussurrò Everett.
Nonostante il fatto che Emmaline fosse in polizia da nove
mesi ed Everett avesse più anzianità, sapevano tutti e
due che era lei la più brava. Limitiamoci a dire che Ev non
era la patatina più croccante del sacchetto.
«È sicura che Bobby non sia in casa?» chiese Em a Barb
senza voltarsi.
«Gli ho telefonato e ho urlato giù per le scale, quindi...»
«Ricevuto» ripeté Everett, portando la mano alla fondina.
«Allerta. Possibili nemici in avvicinamento.»
«Togli la mano da quella pistola, Everett» istruì Emmaline.
«E dove l'hai imparato quel linguaggio?»
«Servizio alla patria.»
«Bravo. Però calmati. Qui non si spara a nessuno.» Al
massimo il Taser, e solo in caso di colluttazione.
Il tasso di criminalità era molto basso a Manningsport,
stato di New York, 715 anime, una cittadina che sorgeva
in riva al lago Keuka. Everett ed Em costituivano i due
terzi del dipartimento di polizia; il loro capo, Levi Cooper,
era l'altro terzo. Controllo del traffico, l'occasionale guida
in stato di ebbrezza, un piccolo atto di vandalismo, le multe
per divieto di sosta... erano il massimo dell'eccitazione
da queste parti. Em si occupava di un gruppo di adolescenti
a rischio, ed erano solo in quattro. D'estate e in autunno,
quando i turisti arrivavano per degustare il vino e
andare in barca sul Keuka, erano più impegnati, ma adesso
era gennaio, e tutto era tranquillo. Questa era la loro
prima chiamata in tre giorni.
Ci fu un tonfo, ed Everett strillò. C'erano buone probabilità
che si trattasse solo di un malfunzionamento della
caldaia. Oppure di un procione. Levi diceva sempre: se
senti rumore di zoccoli, aspettati di vedere dei cavalli, non
delle zebre.
Erano nel seminterrato, adesso; di fronte a loro c'era
l'appartamento di Bobby, mentre sulla destra c'era la porta
che dava sulla cantina, dove stavano la caldaia, il boiler
e, a sentire Barb, dozzine e dozzine di vasetti di sottaceti
che aveva messo via in estate.
Altro tonfo.
Okay, c'era qualcuno.
«Probabilmente è solo un animale» mormorò Em, staccandosi
la torcia Maglite dalla cintura. La stanza delle
caldaie non era accessibile dall'esterno, quindi una persona
poteva arrivarci solo passando dalla casa. E Barb era
sempre chiusa dentro a doppia mandata (di nuovo, la potente
influenza di Law & Order).
Everett posò la mano sul pomello e guardò Em, che annuì.
Lui spalancò la porta, Em fece lampeggiare la torcia e
qualcosa, dentro, si mosse. Everett strillò e, prima che lei
potesse impedirglielo, estrasse la pistola e sparò.
Dannazione! Il boato le fece rimbombare i timpani.
«È un gatto! Everett, è un gatto!» urlò. «Metti via la pistola!»
Everett ubbidì. E un istante dopo una palla di pelo bianco
e nero si avventò su di lui soffiando e gli affondò le unghie
nella coscia. A quanto pareva, il Gatto Con Gli Stivali
non gradiva fare da bersaglio.
«Agente sotto attacco, agente sotto attacco!» sbraitò Ev,
sbattendo le braccia per cacciarlo. «Dieci doppio zero, agente
sotto attacco!»
«Chiudi il becco» ordinò Em. «Te lo sei meritato.» Il suo
collega aveva mancato il felino, ovviamente. Aveva una
pessima mira.
Lei prese delicatamente il gatto per il coppino e lo staccò
dalla gamba di Everett. Un istante dopo, Ev venne afferrato
per la gola da Bobby McIntosh che evidentemente,
dopotutto, era a casa.
«Perché hai sparato al mio gatto?» sbraitò l'uomo.
«Bobby! Lascialo andare!» ordinò Emmaline.
«Noi non ce l'abbiamo, un gatto» intervenne Barb dalle
scale. «Bobby, hai portato a casa un gatto?»
Everett annaspava ed era tutto rosso. Em sospirò. «Lascialo
andare, o sarò costretta a usare questo» minacciò,
indicando il Taser che aveva alla cintura. «Fa un male cane.»
Bobby esitò. Em inarcò un sopracciglio e, con un sospiro,
lui mollò la presa al collo dell'agente.
Peccato. «Grazie, Bobby» disse lei. C'era mancato così
poco.
«Bobby! Cosa ci facevi quaggiù?» chiese Barb. «Ti ho
chiamato e non hai risposto! E dove hai trovato quella bestia?
Sai che odio i gatti.»
«E io li amo» ribatté Bobby. «L'ho preso al rifugio per animali.»
«Okay, è tutto a posto, allora» intervenne Emmaline.
Everett aveva gli occhi enormi. «Su, Ev... andiamo. Dovrai
scrivere un rapporto per il colpo che hai sparato, lo sai,
no?»
«Credevo fosse un maniaco sessuale» protestò Everett,
un tremito alle mani.
«Non lo era. Sei al sicuro ora.» Lei gli batté rassicurante
su un braccio. «Su. Torniamo in sede.»
«Hai sparato a un gatto?» sbottò Levi Cooper un quarto
d'ora dopo, fissando Everett.
«Mi dispiace.» Ev se ne stava in piedi come un bambino
in castigo.
«L'ha mancato» fece notare Emmaline. Ora che il ronzio
alle orecchie era passato, era dura non ridere. «Il sospettato
era veloce come un fulmine.» Levi le lanciò un'occhiataccia.
«Compila il rapporto, Everett. L'episodio sarà sotto esame,
il che significa che hai appena aumentato il mio carico
di lavoro.»
«Scusa, capo. Mmh, Bobby McIntosh mi ha aggredito.»
«Perché hai sparato al suo micetto.»
«Per autodifesa.»
«Non proprio» puntualizzò Emmaline. «È stato il gatto
che ha agito per autodifesa.»
Levi trattenne un sogghigno. «Tua madre non sarà contenta
di saperlo, Ev.»
«Devi proprio dirglielo?»
«È il sindaco. Quindi, sì.»
«Cacchio.» Everett sospirò affranto. «C'è altro, capo?»
«No. Prepara il rapporto e togliti di mezzo.»
Everett lasciò l'ufficio rubando un biscotto dalla scrivania
di Carol Robinson, la neoassunta assistente amministrativa
che stava spudoratamente origliando.
«Grazie per aver evitato che Bobby ammazzasse Everett»
disse Levi a Emmaline.
«Avevo una mezza speranza di poter provare il Taser, finalmente.»
«Avresti potuto usarlo su Everett» scherzò lui. «Ma fa
piacere vedere che il buonsenso abbia prevalso.»
Era un gran complimento, per il capo della polizia, ed
Emmaline provò un piccolo moto d'orgoglio. Certo, era stato
un intervento ridicolo, però...
Levi, che era stato un anno dietro di lei al liceo, si alzò e
prese un mazzo di rose rosse confezionate con una carta
verde da fiorista e legate con un nastro bianco. La sua espressione
la avvertì di non fare commenti.
«Wow» esclamò Em. «Fiori per la mogliettina? Sei proprio
un tenerone, Levi.»
«Commento inappropriato, agente Neal» fece lui, con la
sua famosa occhiata da "ti sopporto perché devo". «A proposito,
riguardo a quel corso per specialista in tecniche di
mediazione. Ti ho procurato una sovvenzione. Cominci fra
due settimane.»
«Ci sei riuscito? Oh, sei il migliore! Ritiro ogni esposto
ufficiale che ho presentato sul tuo conto.»
«Molto divertente» sogghignò il suo capo. «Io vado a casa.
Magari ci vediamo da O'Rourke dopo.»
«Chissà. Salutami la Panciona.»
Lui sorrise e lasciò l'ufficio, fermandosi a scambiare due
parole con Carol prima di uscire.
Era difficile non essere un po' invidiosa, pensò Em. Levi
e Faith erano sposati da poco più di un anno e avevano un
bebé in arrivo. Sembrava che tutti fossero ansiosi di convolare
a giuste nozze, ultimamente; Em era stata a tre
matrimoni solo l'estate prima. Aveva una mezza idea di
sposarsi anche lei, tanto per farsi regalare tutte quelle
belle stoviglie.
Bene. Era ora di tornare a casa. L'Edificio dei Servizi di
Emergenza O'Keefe, che ospitava i vigili del fuoco, la polizia
e le ambulanze, era a soli cinque minuti dalla cittadina.
Em salì in macchina, passò davanti alla fattoria Hastings,
superò la scuola superiore ed entrò nel Village di
Manningsport, tre isolati attorno a un piccolo parco in riva
al lago Keuka.
Emmaline viveva in Water Street, accanto alla biblioteca,
e spesso parcheggiava l'auto della polizia al limitare
del parco, dove le brave persone di Manningsport potessero
vederla e astenersi da comportamenti reprensibili, tipo
la guida in stato di ebbrezza. La taverna O'Rourke, l'unico
locale della cittadina aperto tutto l'anno, emanava una luce
calda. Forse avrebbe cenato lì quella sera, dato che non
aveva altri programmi. Ma prima... dritto a casa dal suo
Supercucciolo, Sarge, un piccolo pastore tedesco che aveva
sicuramente bisogno di farsi una bella corsetta, anche se
poteva uscire in giardino dal portello quando voleva.
Smontò dall'auto della polizia e il suo fiato creò un pennacchio
bianco nella gelida aria limpida.
«Ehi, Em!» chiamò una voce. Lorelei Buzzetta e Gerard
Chartier le fecero un cenno di saluto mentre entravano da
O'Rourke. Em ricambiò. Gerard era un pompiere e un paramedico.
Em lo vedeva quasi tutti i giorni al lavoro (e vedeva
anche Lorelei, che era la proprietaria della pasticceria
e poteva far piangere gli angeli con i suoi croissant al
cioccolato). Quei due avevano cominciato a frequentarsi
recentemente.
Dalla vetrina, Em vide Colleen O'Rourke, ora Colleen
Campbell, baciare il suo favoloso Lucas. C'erano anche
Honor Holland con il marito, il dolce Tom Barlow, e Paulie
Petrosinsky con Bryce, che gestiva il canile e le aveva procurato
il cucciolo solo due settimane prima.
Sembrava proprio una serata per coppie, al pub.
Forse era meglio restare a casa. Lei e Sarge avrebbero
potuto guardarsi dei video di trattative per la liberazione
di ostaggi su YouTube, e mangiare maccheroni al formaggio
Kraft (astenersi da giudizi, erano deliziosi). Oppure
guardare una maratona di The Walking Dead. Em aveva
anche una pila di libri presi in biblioteca. O ancora, avrebbe
potuto fare un giro di telefonate fra le Tradite Incavolate,
così si chiamava il suo circolo di lettura, e vedere chi
altri come lei si stesse arrampicando sui muri.
A un tratto, vide davanti a sé un fine settimana eterno.
Nessun turno fino a lunedì. Nessun programma a parte
una partita di hockey domenica (giocava nel campionato
cittadino). Certo, poteva sempre fare il bucato e pulire casa.
Mmh... magari comprare degli asciugamani nuovi. Andare
al poligono di tiro. Quello sì sarebbe stato divertente,
anche se fosse stata sola.
Cominciava a sentirsi i piedi intirizziti. Era ora di muoversi.
Eppure, continuò a restare lì ai margini del piccolo
parco cittadino, gli occhi fissi sul pub illuminato.
Magari avrebbe guidato fino a Penn Yan e sarebbe andata
al cinema, ma era un viaggio di mezz'ora, e prevedevano
altra neve. E dopo l'incidente, nessuno aveva voglia
di mettersi al volante per lunghi tratti.
A proposito, eccolo lì, Jack Holland.
Era fermo davanti a O'Rourke e fissava il pub come se
non lo avesse mai visto prima. Forse era il caso di andare
a vedere come stava. Giocavano a hockey insieme e lui era
il cognato del suo capo e un tecnico d'emergenza medica,
quindi non era che non lo conoscesse.
Jack non si muoveva. Era come se stesse cercando di decidere
se entrare o no.
Em attraversò la strada. «Ciao, Jack.»
Lui non rispose.
«Ciao, Jack» ripeté. Lui trasalì e si girò a guardarla.
«Oh, ciao, Emmaline» disse, forzando un sorriso.
«Come va?»
«Bene.»
Stava così poco bene che le si strinse il cuore. Sembrava
che ondeggiasse come un cadavere nell'acqua.
Pessima scelta di parole.
«Entri?» chiese Jack, forse rendendosi conto che c'era
stata una pausa troppo lunga.
«No. Vado a casa. Ho appena preso un cucciolo. Sarge. È
un pastore tedesco. Carino da matti. Spero che non abbia
fatto la cacca per terra.»
Rieccola, a parlare a vanvera. Il problema era che Jack
Holland era bello in un modo scombussolante. Tipo, Ehi,
sono appena sceso dal Monte Olimpo, come va? Alto, biondo,
con occhi talmente chiari e tersi che inducevano una
persona a cercare ridicoli sinonimi di azzurro: cilestrino,
ceruleo, acquamarina. Il suo sorriso fermava il traffico, faceva
fiorire gli alberi... e balle varie.
Quindi sì, Jack Holland rincretiniva le donne. Persino
quelle che avevano pregiudizi nei confronti degli uomini
troppo attraenti. Perché tutte, Emmaline compresa, sapevano
che Jack era proprio una brava persona.
«Jack? Ti senti bene?»
«Certo!» Un po' troppo in fretta. «Scusa. Sono solo stanco.
Stammi bene, Emma.»
Nessuno la chiamava così. Probabile che Jack Holland
si fosse scordato come si chiamava. Lui aprì la porta del
pub. Si alzò un coro di: «Jack!», e: «Ehi! L'eroe!», e uno
scroscio di applausi. Il campanellino di ferro dietro il bancone
del bar si mise a tintinnare: i gemelli O'Rourke lo
suonavano quando c'era qualcosa da festeggiare.
Povero ragazzo.
Emmaline sapeva che le brave persone di Manningsport
(e d'America) erano rimaste strabiliate da quello che lui aveva
fatto. E così lei. Quante persone sarebbero state capaci
di comportarsi in quel modo, del resto? Era stato
strabiliante.
Il che non spiegava l'espressione sulla sua faccia.
Inoltre, Jack aveva una famiglia numerosa e un sacco di
amici. Tutti amavano gli Holland. Era naturale che si trovasse
al centro dell'attenzione.
Riempiendosi i polmoni con l'aria gelida, Emmaline girò
l'angolo verso il suo piccolo bungalow. Aveva lasciato un
paio di luci accese per il cucciolo, e la casa aveva un aspetto
accogliente.
Emmaline non era nata a Manningsport, ma vi aveva
frequentato le scuole superiori, vivendo con sua nonna in
quella stessa casa. La nonna era mancata da quattro anni
e aveva lasciato la casa a Em e a sua sorella, Angela, che
abitava in California. Ma per Em quel bungalow era più
che una semplice casa, era il suo rifugio, il luogo in cui ritrovava
la normalità alla fine della giornata. Era tornata
a viverci tre anni prima. Aveva tenuto la maggior parte
dei mobili della nonna, aveva comprato qualcosina, aveva
verniciato qua e là e il risultato era una piacevole accozzaglia
di vecchio e di nuovo, senza un vero stile, ma confortevole
e rassicurante.
Ritirò la posta dalla piccola cassetta d'ottone, aprì il
portoncino e si mise a quattro zampe. «La mamma è tornata!»
chiamò.
Il ticchettio degli unghiotti e i guaiti di gioia erano una
musica per l'anima.
Sarge le corse incontro con la Gallinella, il suo pupazzo
preferito, in bocca come un'offerta.
Emmaline lo prese in braccio e gli baciò la testa pelosa.
«Ciao, piccolo.» Resistette alla tentazione di parlargli con
il tono melenso che si usa con i bambini per rispettare la
dignità del cane e la propria, ma non potè fare a meno di
ridere quando lui le leccò la faccia, dimenandosi come una
piccola lontra.
Em si tirò su, fece un paio di giri su se stessa, dato che a
lui piaceva, poi lo incoraggiò a uscire prima che facesse la
pipì sul pavimento per l'eccitazione. Sarge si mise a galoppare,
dando la caccia a una foglia nel piccolo giardino cintato.
Lei controllò la posta. Un buono sconto per biscotti e
cupcake a forma di cuore della Sunrise Bakery di Lorelei
(si accettavano già ordinazioni per San Valentino). Poteva
anche buttarlo, a meno che non volesse mangiarsi un dolce
da sola (e la voglia c'era, anche se i pantaloni della divisa
le sembravano un po' ostili, ultimamente). La bolletta
del telefono. Una cartolina di sua sorella. Saluti da Milano!
L'Ineccepibile Angela era stata in Italia a un congresso
di astrofìsici.
Em girò la cartolina. Ciao, sorellona! Spero tu stia bene.
Non sono ancora riuscita a vedere granché di Milano, ma
spero di potermi concedere qualche giorno di vacanza dopo
il convegno. Ci sentiamo presto! Baci baci, Angela.
Em sorrise. Sua sorella, più giovane di lei di quattro anni,
era molto affettuosa. Era la Figlia 2.0, adottata dall'Etiopia
quando Em era andata via di casa per frequentare
le superiori. Il genere di figlia che il dottore e la dottoressa
Neal avevano sempre sperato di avere, anche se non l'avevano
mai ammesso. Angela era geniale, dolce, solare e anche
stupefacentemente bella con la sua luminosa pelle
scura e i grandi occhi espressivi. Aveva perfino fatto la
modella, al tempo dell'università. Se Emmaline non le avesse
voluto tanto bene, sarebbe stato davvero facile odiarla.
Sarge rientrò dal suo portello con un fiocco di neve sul
naso. Che buffo. Em gli diede la pappa, poi si versò una
Blue Point Toasted Lager. Sì, sì, la regione dei Finger Lakes
era nota per i suoi vigneti, ma c'erano anche ottimi
birrifici artigianali.
Oops. Le era caduta una lettera sul pavimento della cucina.
Si chinò a raccoglierla, afferrandola un istante prima
che Sarge gliela portasse via. Adorava la carta.
Aveva tutta l'aria di essere una partecipazione di nozze.
Busta di spessa carta color avorio, indirizzo scritto con caratteri
calligrafici, francobollo a fiori.
Il timbro postale era di Malibu, California, la sua città
natale.
Le ginocchia le diedero un formicolio d'avvertimento.
Si sedette al piccolo tavolo dal piano smaltato della cucina,
aprì la busta e ne trovò dentro un'altra. Signorina
Emmaline Neal e ospite, c'era scritto. Aprì anche questa.
Naomi Norman e Kevin Bates, insieme ai loro genitori,
sono lieti di invitarvi alla loro cerimonia nuziale.
Sarge le appoggiò le zampette sul ginocchio e lei lo prese
in braccio. «Bene» disse al cane, la bocca asciutta. «Pare
proprio che il mio fidanzato stia per sposarsi.»

 Capitolo 2.

Sabato pomeriggio, Jack Holland lasciò l'ospedale di Corning
per tornare a Blue Heron, l'azienda vinicola di proprietà
della sua famiglia. Teneva la radio sintonizzata su
un talk show, anche se non sapeva di cosa stessero parlando.
Il brusio delle voci era un conforto.
Lo colpì il pensiero che ultimamente stava troppo solo e
che la compagnia di un gatto spelacchiato non gli bastava.
Ma la sera prima, da O'Rourke, era stata un inferno: tutte
quelle persone che gli davano pacche sulle spalle e insistevano
per offrirgli una birra. Che gli chiedevano come stava.
Come stava Josh. Che lo ringraziavano. Che gli dicevano
che era un coraggioso figlio di buona donna e che la città
avrebbe continuato a parlarne per anni... cosa che a lui
faceva sudare le mani.
Però aveva sorriso e ringraziato tutti, perché in fondo
sapeva che gli dicevano cose belle e che più si teneva lontano
dalla vita normale, più dura sarebbe stata. Del resto,
stava bene. Andava tutto bene. Era tutto okay.
Era rimasto al pub finché era riuscito a sopportarlo.
Colleen O'Rourke, che era come un'altra sorella in aggiunta
alle tre che lui già aveva, gli aveva dato un abbraccio e,
se ben ricordava, lui lo aveva ricambiato. Ma non appena
era tornato a casa, si era seduto sul divano con lo sguardo
fisso nel vuoto. Lazarus si era accoccolato accanto a lui,
senza toccarlo, ma facendogli sentire la sua presenza.
Mise la freccia, anche se la strada di campagna era deserta.
Era sempre stato un conducente prudente.
Se solo avesse potuto vedere Josh. Trovare un momento
in cui i suoi genitori non c'erano. Guardarlo per un attimo.
Ahi. Forse era meglio accostare.
Una volta, quando la sua casa era in costruzione, una
lince rossa era stata attratta dall'odore del piatto di polpette
che Jack aveva appoggiato su un cavalletto. Lui era
entrato nella stanza e l'animale si era fatto prendere dal
panico. Si era lanciato verso la porta scorrevole chiusa e vi
si era buttato contro, più volte, insistentemente.
Era ciò che in quel momento stava facendo il suo cuore.
Sbatteva con forza contro le costole. Jack si sentiva sudare
le mani sul volante, ma stava bene... non occorreva che si
fermasse. Era tutto a posto.
Sembrava che ci fossero mille macchine davanti alla casa
di Honor. Jack e le sue sorelle, Prudence, Honor e
Faith, erano cresciuti lì nella New House, una villa che risaliva
al 1800. Honor adesso ci abitava con il marito, Tom,
e con Charlie, l'adolescente che avevano praticamente adottato.
Il padre di Jack e la sua matrigna, la signora Johnson
(per la verità ora signora Holland, anche se nessuno
la chiamava così), si erano trasferiti in uno spazioso appartamento
sopra il garage.
Oggi c'era un baby shower: la festa per il nascituro di
Faith.
«Ehi, zio Jack.» Il figlio di Pru, Ned, gli si avvicinò mentre
smontava dal pickup. «Come mai dobbiamo esserci anche
noi oggi? Non sono cose da donne?»
«Non chiederlo a me.» Jack scosse la testa. «Solidarietà
verso Levi, suppongo.»
E infatti gli uomini della famiglia (il padre di Jack e suo
nonno, i suoi tre cognati e il nipote non ufficiale, Charlie)
si tenevano virilmente nascosti in cucina mentre scrosci di
risate femminili arrivavano dal salotto.
«Jack!» lo salutò suo padre. «Vino?»
«Grazie, papà. Ciao, Levi. Come ti va?»
Levi sembrava affranto. «Due minuti fa stavano parlando di
infezioni al capezzolo.» Fece un cenno della testa
verso il salotto, che era decorato con stelle filanti azzurre.
«Mica per niente le chiamo la Congrega di Streghe»
scherzò Jack.
«Levi!» chiamò Faith. «Vieni a vedere questo, amore. Si
chiama Genio del Pannolino!»
«Ooh. Un Genio del Pannolino» gemette Ned. «Nonno,
posso avere un po' di vino anch'io? Per favore? In fretta?»
«Sei abbastanza adulto?»
«Lo sono. Presto.»
«Levi!»
«Sei stato convocato, amico.» Tom gli diede una pacca
sulla schiena. «Meglio non far aspettare la moglie incinta.»
«Arriverà anche il tuo turno» brontolò Levi cupo. «Sono
felice per il bambino, non vedo l'ora che nasca. Ma tutti
questi... questi orpelli mi innervosiscono.» Sospirò e andò
in salotto ad ammirare l'aggeggio per i pannolini.
«Un nuovo bimbo in famiglia» osservò papà soddisfatto.
«Era ora. Giusto, Jack? Un altro nipotino per te.»
«Possiamo solo sperare che sia figo quanto Charlie e
me» saltò su Ned.
Jack sorrise. Il suo vino era sparito, notò. Buffo. Non ricordava
di averlo bevuto.
La signora Johnson entrò con un piatto carico di cibo.
«Mi era parso di sentire la tua voce, Jackie, mio caro ragazzo!
Vuoi qualcosa da mangiare? Sei troppo magro.»
«Signora Johnson.» Jack sorrise alla matrigna. «È bellissima
oggi. Come tutti i giorni, ora che ci penso.» La sua
voce suonava abbastanza normale, pensò.
«Che bugiardo!» Lei gli diede un buffetto sulla testa,
raggiante. «Su. Vieni a salutare tua sorella. Fa' in fretta e
poi potrai mangiare.»
Jack si lasciò condurre in salotto, dove Faith era seduta
con un piatto in equilibrio sul pancione, in mezzo a fogli di
carta color pastello e a minuscoli indumenti da neonato.
Una dozzina di donne si mise a parlare, tutte insieme, e
l'effetto fu quello di una caterva di lattine di metallo che
rotolano giù da una scala di mattoni. «Jack, come stai?
Jack, sei stato fantastico! Jack, grazie a Dio eri là! Jack,
Jack, Jack!»
«Signore» salutò lui. La lince ricominciò a sbattere contro
la portafinestra, ancora, e ancora, e ancora. «Ciao, sorellina.»
Si chinò a posare l'obbligatorio bacio sulla testa
della festeggiata.
«Jack!» Faith gli batté su un braccio. «Grazie per essere
venuto.»
«Figurati. Quale sorella sei, tu?»
«Quella incinta. La regina.»
Lui sorrise. Visto? Perfettamente normale. Faith era spiritosa,
e lui reagiva in modo appropriato. Honor gli fece un
sorriso che gli fece capire che stava andando bene.
«Bene, spero che il tuo travaglio sarà più facile del mio,
Faith» osservò generosamente la nonna. «Tre giorni. E
non c'erano antidolorifici, a quei tempi. O l'etere, o sopportavi.
Certe volte si moriva. John! Dove sei, figliolo?» Papà
apparve sulla porta della cucina, l'espressione colpevole.
«Tre giorni di travaglio per avere te.»
«Mi spiace, mamma.» Lanciò a Jack un'occhiata affranta.
«Per me invece è stata una gioia partorire» intervenne
Prudence. «Ned è scivolato fuori come una piccola lontra, e
con Abby, non ho avuto neanche il tempo di arrivare alla
macchina. È nata sul pavimento della cucina. Ed è uscito
fuori prima il sederino!»
«Grazie, mamma» sbuffò Abby. «Sono così contenta che
tutti ora lo sappiano.»
«Questo spiega tante cose» urlò suo fratello dalla cucina.
«Mi raccomando, fatti fare un'episiotomia, Faith» consigliò
un'altra donna. «Altrimenti ti laceri, e non immagini
quanto. Qualcun'altra oltre a me ha avuto i punti sulle
chiappe?»
Purtroppo Jack aveva già sentito racconti del genere. Aveva
tre sorelle che non si tenevano nulla. Era come per
gli uomini confrontare episodi di guerra, supponeva, anche
se il suo servizio in Marina non gli aveva lasciato aneddoti
memorabili: aveva fatto il ricercatore a Washington
D.C.
Gli sembrava strano trovarsi lì nella New House, così
chiamata perché era più recente della prima villa che era
stata costruita sulla proprietà e che era stata distrutta da
un incendio l'anno prima. Honor aveva ristrutturato la
New House in estate, e anche se era sempre la stessa casa
enorme e accogliente in cui Jack era cresciuto, non ci si
era ancora abituato. Aveva bisogno di un po' di tempo.
O forse era così che percepiva tutto, ultimamente. Familiare,
eppure vagamente estraneo.
Levi venne a sedersi accanto a lui. «Hai sentito che storie?
Misericordia.»
«Sono cresciuto con tre sorelle, caro mio. Non sono capaci
di ritrovarsi nella stessa stanza senza parlare di sangue
e ovaie. E quando piangevano per le mestruazioni, da adolescenti?
Terrificante.»
«Meno male che ero in Afghanistan quando le mie sorelle
hanno passato la fase della pubertà.» Levi sospirò.
«Probabilmente ero più al sicuro là.» Rimase in silenzio
per un minuto. «Tutto okay, Jack?»
«Oh, certo.»
«Dormi bene?»
«Abbastanza» mentì lui. Non voleva che Levi si preoccupasse.
«Anche quando hanno un esito felice, certe volte queste
esperienze possono essere... traumatiche.»
«Già. Lo immagino.»
«Se mai avessi bisogno di parlarne, sono qui.»
«Grazie, amico. Lo apprezzo.» La lince era tornata.
Bum. Bum. Bumbum. Bum. Jack si chiese se Levi riuscisse
a vedere la pulsazione nel suo collo.
Quando un altro scroscio di risate risuonò in salotto, si
alzò. «Bene, ho preso la mia dose di estrogeni per oggi.»
Una pausa. «Hai saputo qualcosa del ragazzo Deiner?»
Levi alzò gli occhi. «Nessun cambiamento.»
«Okay. Grazie.» Cercò di tirare un bel respiro, ma l'aria
non entrava. Annuì a Levi, salutò le donne con un cenno
della mano, poi tornò in cucina, dove gli uomini si erano
messi a giocare a poker.
«Prendi una sedia e unisciti a noi, Jack» lo invitò suo
nonno.
«Mi spiace, ho da fare a casa.» Gli posò una mano sulla
spalla. «Papà, credo che dovremo controllare il Pinot, domani,
okay?»
«Come vuoi, figliolo.» Suo padre gli fece un sorriso e
Jack si sforzò di ricambiarlo.
Uscì e si avviò verso il pickup. Il cielo era quasi nero.
Era passata un'altra giornata, il che era un bene. Non che
le notti fossero più facili. Il contrario, anzi.
La porta si riaprì. Tom, questa volta.
«Ehi, aspetta. Solo due parole. Come va?»
«Grazie, Tom. Va bene.»
Il marito di sua sorella era un bravo ragazzo. Tutti e tre
i suoi cognati, per la verità, lo erano. Li considerava suoi
amici, anche se non conosceva Tom, un inglese espatriato,
quanto conosceva Cari e Levi.
«Se hai bisogno di qualcosa, basta dirlo, okay? Sei sempre
il benvenuto qui, ovviamente. Honor spera che tu venga
a guardare insieme a lei una di quelle disgustose trasmissioni
di medicina.» Tom sorrise. Aveva gli occhi buoni.
«Lo farò di certo» promise Jack. Probabilmente non lo
avrebbe fatto. «Grazie, Tom.»
Montò sul pickup e cominciò a scendere il vialetto.
La manutenzione stradale non aveva ancora riparato il
guardrail. La prima sera la gente vi aveva posato dei fiori.
Ora i boccioli erano appassiti e marcivano nel loro cellophane
da fiorista. Un orsacchiotto di peluche che reggeva
un cuore era caduto nella neve.
Non guardare.
La verità era, pensò mentre svoltava sul lungo viale che
serpeggiava tra i boschi verso il Rose Ridge, che lui non
voleva le preoccupazioni e le attenzioni, le domande e gli
abbracci. Voleva soltanto non pensare. Voleva che Josh si
riprendesse. Voleva poter rifare tutto da capo.
Aprì la porta e si impietrì.
In casa c'era un profumo femminile.
Alcune candele erano accese sul tavolo e un fuoco scoppiettava
nel camino.
Una splendida donna si alzò dal divano. «Jack. Oh, caro,
come stai? Ero così preoccupata.»
Merda.
L'ultima persona della terra che aveva voglia di vedere.
«Hadley» disse, un attimo prima che la sua ex moglie lo
abbracciasse.
Era lì, spiegò lei, perché ovviamente aveva visto la notizia
alla televisione. Che meravigliosa, straordinaria cosa
aveva fatto! Il Miracolo d'inverno, davvero un nome appropriato!
Papà era talmente orgoglioso, tutti loro lo erano,
certo solo uno come Jack avrebbe...
«Hadley, cosa ci fai qui? Realmente?» la interruppe lui.
Lei tornò ad accoccolarsi sul divano, coprendosi le gambe
con il plaid. Jack scommetteva che avesse studiato
quella posizione allo specchio, prima che lui arrivasse.
Con o senza plaid? Voglio apparire affranta e smarrita, o
forte e sicura di me? Capelli sciolti o raccolti?
Hadley sorseggiò il suo vino (si era riempita un bicchiere,
notò lui). «Dovevo venire. Ho preso un'aspettativa sul
lavoro e resterò qui tutto il tempo che sarà necessario.»
«Necessario a cosa?»
Lei sospirò. «Jack, so quanto deve essere stata dura per
te, e mi rendo conto che noi due abbiamo avuto i nostri
problemi...»
Lui rise. Che eufemismo.
«Ma voglio starti vicina. Prendermi cura di te.» Fece
una pausa, guardandolo dritto negli occhi. «Rimediare.»
«Non ti fai vedere da due anni, Hadley.»
«So esattamente quanto tempo è passato. Non immagini
quanto ho rimpianto quello che è successo. Ma sono maturata,
in questi ultimi due anni, e voglio dimostrarti che
non sono più la persona che ero.»
Era un bel discorsetto, pensò Jack. «Mi fa piacere, ma
non sono interessato.»
Hadley abbassò gli occhi sulle proprie mani. «Non ti biasimo.»
Aveva sempre avuto una bellissima gestualità.
«È meglio che tu vada, ora» disse Jack. «Grazie per essere
passata.»
«Capisco.» Hadley aveva la voce un po' rauca. Si alzò e
ripiegò il plaid. «Comunque, mi fermerò in città per un
po'.»
«Perché?»
«Perché, anche se ancora non te ne rendi conto, tra noi
ci sono delle questioni irrisolte. E voglio aiutarti, Jack. Sul
serio.»
«Non ho bisogno di aiuto. Ma grazie e buona fortuna per
il tuo futuro e tutto il resto.»
«Sei arrabbiato. Non ti biasimo. Comunque sia, resto in
città. Così, avrò anche la possibilità di stare un po' con
mia sorella.»
Giusto. Frankie, la più giovane delle quattro sorelle
Boudreau, faceva l'ultimo anno di veterinaria alla Cornell.
Jack lo sapeva bene, dato che occasionalmente vedeva ancora
la sua ex cognata per una rapida cena.
«Bene, non voglio trattenerti. Buona serata.»
«Sì. Io... ho solo bisogno di chiamare un taxi. Non ho ancora
noleggiato un'auto.»
Jack chiuse gli occhi per un attimo. Manningsport non
aveva un servizio taxi, in inverno. Hadley avrebbe dovuto
aspettare mezz'ora, forse più, perché arrivasse una macchina
da Penn Yan. «Ti accompagno io. Dove alloggi?»
«Al Black Swan. Oh, Jack, grazie. Sei sempre stato un
gentiluomo.»
Le sue valigie erano accanto alla porta. Quattro, sufficienti
per un soggiorno di mesi. Jack le prese, le caricò sul
pickup. Hadley lo seguì, rabbrividendo delicatamente. Lui
le aprì la portiera, troppo educato per non farlo.
«Grazie.» Lei accennò un sorriso nel sedersi.
Jack aveva la sensazione che la sua vita si fosse appena
complicata.

 Capitolo 3.

«E questi cosa diavolo sono?» Emmaline guardò inorridita
gli... gli affari che Shelayne teneva in mano.
«Fidati di me» assicurò l'amica. «Sembrano mollicci,
ma funzionano.»
Le Tradite Incavolate l'avevano portata a comprarsi
dei vestiti dato che, sì, aveva poi deciso di presenziare alle
Nozze del Dannato. Ogni volta che ci pensava era tentata
di lanciare un urlo da fare invidia a quello del quadro
di Edvard Munch, ma ci sarebbe andata.
Sarebbe stato peggio tenersi alla larga. Kevin avrebbe
pensato che provava ancora dei sentimenti per lui. Naomi
avrebbe gongolato.
Il problema era che, quando da ragazzi Emmaline e
Kevin erano diventati amici, così avevano fatto i loro genitori,
tutti e quattro piuttosto sollevati che i figli avessero
trovato qualcuno. E anche se i genitori di Em avevano
divorziato da dieci anni (pur continuando a condividere
la stessa casa, in puro stile Disfunzionale con la D maiuscola),
i Bates e i Neal avevano continuato a cenare insieme
ogni terzo sabato del mese. Erano andati insieme in
Alaska e, qualche anno dopo, a Parigi.
Quindi i genitori di Emmaline sarebbero stati invitati
alle nozze insieme ad Angela. E se Em non ci fosse andata,
ci sarebbero state buone probabilità che, da bravi psicologi,
i Neal avrebbero analizzato le sue motivazioni con
chiunque avesse chiesto di lei, sostenendo che Em non aveva
trovato la forza morale di intraprendere questo doloroso
viaggio e di mettere un punto conclusivo alla sua
storia con Kevin. La mamma le aveva già telefonato tre
volte, quella settimana, per condividere con lei i propri
pensieri in merito.
Allison Whitaker, leader non ufficiale delle Tradite Incavolate,
aveva colto al volo l'opportunità di evitare di discutere
di un libro che nessuna di loro aveva letto e aveva
organizzato un giro di shopping en masse.
Del resto, il Circolo di Lettura delle Tradite Incavolate
non aveva come scopo ultimo i libri. Come si deduceva
dal nome, per farvi parte bisognava essere state scaricate.
Allison, pediatra e originaria del sud, aveva divorziato
dal marito dopo che lui aveva cominciato a collezionare
ossessivamente antichi barattoli per biscotti e non aveva
nemmeno avuto la decenza di diventare gay, come quel
gran fusto di Jeremy Lyon. Shelayne Schanta, caposala
al pronto soccorso, era stata lasciata per la propria zia. Il
marito di Jeanette O'Rourke aveva messo incinta una
donna molto più giovane, anni prima. Grace Knapton,
che gestiva la locale filodrammatica e organizzava le recite
scolastiche, era stata circuita da un pakistano che aveva
conosciuto online e che professava di essere innamorato
di lei, ma dopo avergli prestato cinquemila dollari
non lo aveva più rivisto. Certo, Grace non era proprio incavolata:
più che altro rideva dell'esperienza. Ma era dotata
nell'arte dei cocktail (i suoi Peach Sunrise erano leggendari)
e sfornava favolosi salatini al formaggio, così
l'avevano ammessa nel gruppo.
Chiaramente, recarsi alle nozze dell'uomo che aveva
reso possibile la membership di Emmaline non era cosa
che potesse passare sotto silenzio.
«Sai cosa penso?» chiese Allison col suo languido accento
della Louisiana, mentre accarezzava un reggiseno di
pizzo nero. «Dovresti mettere delle gocce lassative nei loro
drink. Posso prescriverti qualcosa di molto efficace,
cara. O, ancora meglio, taglia un peperoncino jalapeno
subito prima del ricevimento, strofinatelo sulle mani...»
Mimò l'azione. «E poi toccagli gli occhi. Così sì che piangerà!»
«E come farà a toccargli gli occhi?» obiettò Shelayne.
«Però, Em, se riuscissi a fare come dice Allison e poi afferrargli
il pisello, questo sì sarebbe fantastico! Abbiamo
avuto un caso simile al pronto soccorso, l'anno scorso. È
stato uno spasso. Per noi infermiere, almeno.»
«Sì. E una tentazione.» Em non riusciva a staccare gli
occhi dal pacchetto che Shelayne teneva in mano. «Ma
probabilmente mi asterrò.»
«Provateli, Emmaline» pregò Jeanette. «Potrei decidere
di acquistarne un paio anch'io.»
«Non è già abbastanza tremendo che abbia dovuto comprarmi
un costume da bagno?» protestò Em.
«Sport acquatici obbligatori.» Grace grugnì. «Chi ha
mai sentito una cosa simile a un matrimonio?»
«Precisamente» annuì Emmaline.
«Su, bambina» la sollecitò Allison. «Siamo state caritatevoli
quando ti abbiamo lasciato comprare un costume
intero. Ora entra lì e facci vedere le tette.»
«È talmente umiliante» gemette Emmaline. Ma ubbidì.
Entrò nel camerino con il costume da bagno in una mano
e gli... gli affari... nell'altra.
Si sfilò la felpa del dipartimento di polizia dalla testa e
si tolse i jeans. Si mise il costume, uno di quelli che ti tolgono
cinque chili, grazie Gesù. Ma quando se l'era provato
la prima volta, le Tradite Incavolate avevano decretato
il suo décolleté non abbastanza provocante. La compressione
del tessuto miracoloso evidentemente le aveva
schiacciato il seno oltre che la pancia.
Così, entravano in gioco i Ta-Dà.
I Ta-Dà sembravano mezzi petti di pollo crudi. Il loro
scopo: sollevare il décolleté. Le tette, insomma. Già.
Em aprì il pacchetto e fece una smorfia. Anche al tatto
sembravano petti di pollo crudi. Sospirò, poi alzò il seno
sinistro e ci infilò sotto il cuscinetto. Trasalì. Era freddo.
Silicone, c'era scritto sulla confezione. Forse avrebbe potuto
usare dei normali petti di pollo. Le sarebbe costato
meno. Sistemò anche il destro e si guardò allo specchio.
Bene, bene. Funzionavano. Proprio Ta-Dà.
Uscì a mostrare le tette al gruppo.
«Ehi!» esclamò Allison. «Un vero sollevamento pesi.»
«Come te li senti, Emmaline?» si informò Grace.
«Fanno un po' schifo. Mi rivesto. Vi siete divertite abbastanza.»
Mezz'ora dopo, erano sedute intorno a un tavolo di Olive
Garden e sorbivano dei Peach Sunrise che non erano
all'altezza di quelli di Grace. Em tirò un bel respiro.
«Dunque, ragazze, mi piacerebbe portarmi un cavaliere»
confessò. «Conoscete qualcuno?»
«Jack Holland» risposero tutte in coro.
«Wow» fece Em. «È in svendita o cosa?»
«No, no» assicurò Jeanette. Lavorava a Blue Heron e
pertanto era l'esperta del gruppo sugli Holland. «È solo
che si presta a cose di questo genere. Tu hai bisogno di
un cavaliere, lui ti accompagna.»
«Non Jack.» Emmaline scosse la testa.
«Perché no? È talmente bello! Se avessi vent'anni di
meno... E ha salvato quei ragazzi! Voglio dire, era uno
sballo anche prima, ma adesso mi sento pulsare quando
penso a lui. Nelle parti basse» chiarì Grace, che era al
terzo drink. Meno male che non era lei a guidare.
«Jack mi ha accompagnato alle nozze di mia sorella» rivelò
Shelayne. «È stato un cavaliere perfetto. Che è bello
lo sappiamo tutte, ma è anche un piacevole conversatore,
ha un profumo fantastico, non mette in imbarazzo sulla
pista da ballo. Quando siamo tornati a casa, mi ha baciato
sulla guancia. Gli ho proposto di fare sesso, ma ha declinato
l'offerta. E molto cortesemente, sapete? Non mi
sono neanche offesa.»
«La sua ex moglie è tornata in città» rivelò Allison. Em
lo sapeva già: Faith era passata alla stazione di polizia
(presumibilmente perché Levi potesse baciarla, metterle
una mano sulla pancia e compiere altri gesti di devozione
coniugale) e aveva dato la notizia.
«Sua moglie?» chiese Grace. «La reginetta di bellezza
del sud? La bionda? Quando facemmo Tutti insieme appassionatamente,
la implorai di interpretare Liesl, ma lei
fu... insomma, avete capito.» Abbassò la voce a un sussurro
teatrale. «Poco amichevole.» Grace proprio non riusciva
a parlare male di nessuno.
«Si chiama Hadley» le informò Jeanette. «E, sì, è bellissima.
È passata dal negozio di articoli da regalo di Blue
Heron l'altro giorno. Che donna chic.»
Emmaline ricordava vagamente la moglie di Jack: esile
e bionda, indifesa e adorabile come una gattina appena
nata. Una volta l'aveva incontrata al supermercato e aveva
capito che si trattava della moglie di Jack Holland
grazie al suo accento (piccola città, nient'altro di cui parlare).
Em aveva avuto le braccia cariche di sacchetti da
cui minacciavano di traboccare gelati Ben & Jerry. Gerard
Chartier aveva visto Em arrabattarsi, le aveva detto
un amichevole ciao, poi praticamente l'aveva calpestata
per offrirsi di portare la minuscola borsa di Hadley, che
sembrava contenere un'intera mela.
«Basti dire che l'atmosfera si è fatta tesa» aggiunse Jeanette
con grande gusto. «Honor l'ha raggelata con una
delle sue occhiate, e Hadley ha colto l'antifona. Praticamente
se l'è data a gambe.»
«Quale donna in possesso delle proprie facoltà mentali
tradirebbe Jack Holland?» chiese Allison.
Grace sogghignò. «Se Jack avesse la vagina, potrebbe
far parte del nostro circolo di lettura.»
«Stop ai Sunrise per te» intervenne Emmaline. «Per
tornare al mio problema, dubito che Jack se la sentirebbe.
Ha già abbastanza cose per la testa in questo momento.»
Inoltre, era troppo su per una semplice mortale come
lei. «Non conoscete nessun altro, ragazze?»
«Chiederò al cugino di Charles» si offrì Allison. Il divorzio
causato dai barattoli per biscotti non impediva ad
Allison e Charles di parlarsi tutti i giorni. «È un uomo.
Conoscerà pure altri uomini.»
Passarono a parlare di quello che Emmaline avrebbe
dovuto indossare, se era il caso che si mettesse a dieta
ferrea prima delle nozze, se dovesse tingersi i capelli e
vestirsi da zoccola oppure al contrario, tanto per far sentire
in colpa Kevin, mettersi dei vestiti puzzolenti e
smettere di lavarsi i capelli una settimana prima.
«No, no» protestò Jeanette. «Devi essere stupenda!»
Squadrò Em. «Vuoi che ti mandi mia figlia? È brava in
certe cose.» Un tempo, Colleen aveva fatto qualche occasionale
comparsa alle riunioni delle Tradite Incavolate,
mixando i suoi favolosi cocktail, ma adesso era tornata
con l'uomo che l'aveva abbandonata ed era raggiante d'amore
e di ormoni, così era stata espulsa.
Emmaline sospirò. «Pazienza. Ci andrò da sola e starò
con la mia famiglia.» Fece una pausa, immaginando la situazione.
«Però, se una di voi mi trovasse un tizio disposto
ad accompagnarmi in California per qualche giorno,
sappiate che potrei far sparire qualche multa per divieto
di sosta.»
E così fu che due sere dopo, Emmaline baciò Sarge sette
volte, si assicurò che avesse con sé la Gallinella col Fischietto
e girò l'angolo per andare a conoscere, da
O'Rourke, l'amico del cugino dell'ex marito di Allison.
Mason Maynard.
A sentire Allison, e dal rapido controllo di polizia che
Emmaline aveva fatto sul suo conto, Mason si occupava
di marketing (un punto a suo favore) e non viveva con la
madre (doppio punto!). Mai stato sposato, quarantun anni,
attraente ma in un modo rassicurante. «Gli piacciono
i cani, mangiare al ristorante e i film d'essai francesi.»
Emmaline aveva fatto una smorfia. «Questo non depone
a suo favore. Perché d'essai?»
«Tanto per darsi un tono, Em. Ora vado. Devo rispondere
al sext di uno che ho conosciuto online.»
«Un SMS sexy? E così che i serial killer... Allison? Pronto?»
L'amica aveva riagganciato.
E va bene. Em avrebbe perdonato i film francesi ed era
perfino disposta a guardarne un paio, se Mason Maynard
fosse stato così cortese da accompagnarla alle Nozze del
Dannato.
Tirò un profondo respiro ed entrò da O'Rourke, che era
insolitamente tranquillo quella sera. Certo, c'erano i soliti
noti: gli Iskin, Bryce e Paulie, Jessica Dunn e Big
Frankie Pepitone. Lucas sorrideva alla moglie che stava
agitando uno shaker.
«Ciao, Emmaline» la salutò Bryce. «Come sta Sarge?»
«È fantastico, Bryce. Ti sono debitrice.»
«Figurati! Assicurati solo che sia felice.»
«Ehi, ragazza!» salutò Colleen. «Ti siedi al bancone?»
«Prendo un séparé, se non ti spiace. Aspetto qualcuno.»
Em fece una smorfia.
«Un appuntamento alla cieca?» Colleen aveva un sesto
senso al riguardo, lo sapevano tutti. «Sei in cerca, Em?
Perché non hai chiesto a me? Sono offesa.»
Colleen aveva tante fantastiche qualità, ma non la discrezione.
«Non sono in cerca. Ho solo bisogno di un cavaliere
che mi accompagni a un matrimonio.» Si tolse il
parka e lo appese a un gancio.
«Hai chiesto a Jack Holland? E sempre stato disponibile
per certe cose. Tranne che con me, ora che ci penso.»
«Non lamentarti, sei sposata.»
«Vero. Ma se ti serve soltanto un accompagnatore,
chiedilo a Jack. Ama soccorrere le donzelle.»
«Avrà altre cose per la testa, in questi giorni.»
Colleen annuì. «Sembra stanco, povero ragazzo.» Porse
un menu a Emmaline. «Chi si sposa?»
«Il mio ex fidanzato.»
«Beato San Patrizio! Okay, qui c'è bisogno di un gran
bel fusto! Quando è la cerimonia e dove?»
«Fra dieci giorni. A Malibu.» Da quando le era arrivata
la partecipazione, Em aveva sprecato due settimane, incerta
se andare o no, se cercare un accompagnatore o meno,
se trasferirsi in Alaska e mettersi con un pescatore di
granchi.
Colleen le lanciò un'occhiata strana. «Mmh... non si
tratterà del matrimonio di Naomi Norman?»
«Sì. Come fai a saperlo?»
«Ci vado anch'io. Naomi e io siamo state compagne di
università. Stessa sorority.»
«Ah. Naomi era l'altra donna ai tempi in cui ero fidanzata.»
Tanto valeva dirlo subito.
«Oh, no! Ti confesso che non mi è mai piaciuta granché.
Credo che mi abbia chiesto di farle da damigella
perché non ha altre amiche.»
«Sarai la sua damigella?»
Colleen fece una smorfia contrita. «Scusa. Ho accettato
perché pensavo che sarebbe stato carino andarmene da
questo inferno di neve con mio marito prima di diventare
troppo incinta per viaggiare. Almeno potremo farci compagnia.
Il resort sembra splendido.»
«Già.»
«Quindi stasera hai un appuntamento e, non si sa mai,
potrebbe essere un uomo fantastico. Certo, non lo sono
mai, ma teniamo un atteggiamento positivo. Ehi, aspetta!»
Si schiaffeggiò la fronte. «Puoi andarci con Connor.
Che testa gravidica che ho. Mi scordo di tutto, perfino del
mio gemello. Connor!» ululò verso la cucina. «Devi venire
a quelle nozze in California con Emmaline Neal!»
«Scordatelo!» fu l'urlo di rimando. «Scusa, Em.»
«Figurati.» Emmaline si sentiva scottare le guance.
«Sì che lo farai!» urlò Colleen. «Lo sposo è il suo ex fidanzato!»
Ehi, perché non annunciare le sue pene amorose a
mezza città? Comunque, era un vero peccato che Connor
non avesse accettato, perché era davvero attraente, un tipo
simpatico e burbero allo stesso tempo.
«Smettila di cercare di noleggiarmi.» Connor si affacciò
alla porta della cucina.
«E va bene!» sbottò Colleen. «Sei un essere spregevole,
Con.» Si girò verso Emmaline. «Qualcosa da bere?»
«Sicuro. Una Blue Point Lager.»
«Perché non un bel bicchiere di Pinot Noir?» suggerì
Colleen. «Ti farebbe apparire sensuale, accattivante, non
troppo maschia.»
«Preferisco la birra.» Una pausa. «Non sono lesbica.»
«Lo so. Solo, lo sembri.»
Em sospirò. «Perfetto.»
«Sciogliti i capelli. Stai meglio.» Colleen allungò una
mano e tolse la pinza. «Ecco qui. Molto etero. Sono una
maga del makeup. Potrei sistemarti in un attimo.»
«Grazie. Avrai sicuramente altre cose da fare.»
«Messaggio ricevuto. Terrò gli occhi aperti e ti segnalerò
quando arriva.» Colleen le strizzò un occhio e si allontanò.
Invadenza a parte, Em era enormemente sollevata.
Colleen sarebbe venuta alle nozze con Lucas. Ci sarebbe
stata anche Angela. Avrebbe avuto degli alleati, in altre
parole. I suoi genitori erano nella categoria dei neutrali.
Tutto sarebbe dipeso dal loro umore.
Hannah O'Rourke le portò la birra ed Em la assaggiò.
Salutò con un cenno del mento i vigili del fuoco di
Manningsport, i quali stavano entrando per la riunione settimanale
che consisteva in poker e barzellette sconce.
Dunque. Come doveva comportarsi adesso? Non era uscita
con molti uomini dopo la rottura con Kevin. Solo,
diciamo... due. Nel senso di due sere.
Non le era stato facile togliersi dalla testa Kevin. Era
l'unico uomo che avesse mai baciato, con cui avesse mai
fatto sesso e anche solo avesse tenuto per mano. E quei
due appuntamenti erano stati davvero atroci. Un tizio aveva
dovuto correre all'ospedale per passare un calcolo
renale. Emmaline avrebbe voluto aspettarlo, ma lui le aveva
detto di andarsene prima che arrivasse sua moglie.
L'altro tizio le aveva chiesto di passare a prenderlo, poi
l'aveva invitata a entrare, si era lasciato cadere sul divano,
aveva preso il suo bong e le aveva chiesto se volesse
farsi una canna mentre guardavano SpongeBob. «Hai il
diritto di rimanere in silenzio» gli aveva detto lei, e la serata
era finita con un arresto.
Non si poteva certo dire che gli uomini facessero la fila
alla sua porta. Em aveva letto gli articoli delle riviste
femminili che consigliavano di fingersi scema e lasciare
che fosse l'uomo a prendere l'iniziativa, e sarebbe anche
stata disposta a provarci. Solo che non molti la invitavano.
Non faceva fatica a capire perché. Era un'agente di polizia
che giocava a hockey e aveva la lingua tagliente.
Non brutta, ma neanche bella da far girare la testa, non
come Colleen o Faith per intenderci. Capelli castani lunghi
alle spalle. Occhi blu che non erano né zaffiro, né oltremare,
né cobalto. Il suo corpo era nella media, supponeva.
Era in buona forma grazie al fatto che correva regolarmente
e faceva qualche lezione di kickboxing. Però,
si era mangiata un'intera torta al cocco della Pepperidge
Farm proprio la sera prima.
Le parole d'addio di Kevin erano state un commento
sul suo peso.
Sigh. Mason Maynard aveva quarantasette secondi di
ritardo. Non che lei stesse contando.
Nell'e-mail che gli aveva scritto era stata chiara sul
fatto che aveva bisogno di un cavaliere per una cerimonia
nuziale e nulla più. Gli avrebbe pagato il volo e l'albergo
per il fine settimana, e in cambio lui avrebbe dovuto essere
un amabile accompagnatore. Qualcuno con cui conversare,
accanto a cui sedersi e che, quando fosse stato
interrogato dai suoi genitori, si limitasse a dire che erano
amici.
Em era stata a un sacco di matrimoni senza bisogno di
cavalieri, ovviamente. Ma quelle erano state nozze di
persone carine. Tom Barlow e Honor Holland, Faith e Levi,
per esempio.
Guardò di nuovo l'orologio. L'amico del cugino dell'ex
marito di Allison adesso era in ritardo di tre minuti e
quattordici secondi. Bevve un sorsetto di birra, ma non
troppa, perché non voleva che Mason Maynard pensasse
che lei aveva aspettato a lungo o che fosse una che tracanna.
Era possibile che Mason fosse un uomo adorabile. Che
all'età di quarantun anni, otto più di lei, avesse alle spalle
una storia d'amore infelice. Che comprendesse perfettamente
perché lei aveva bisogno di un cavaliere e che,
alla cerimonia, si sarebbe mostrato affascinante e umile.
Che al loro ritorno a Manningsport le avrebbe detto:
«Sai, sono stato proprio bene. Ti va di cenare con me una
di queste sere?».
Perché, sì, Emmaline aveva sempre desiderato sposarsi.
Solo che aveva sempre pensato di sposarsi con Kevin.
Ecco cosa succede quando si incontra l'amore della propria
vita in terza media.
«Emmaline?»
Lei alzò la testa così di scatto che praticamente si slogò
il collo. «Ehi! Ciao! Sì. Sono io.»
Mason Maynard era meglio che in foto.
Molto meglio.
Ecco una cosa che non capita tutti i giorni. Assomigliava
a Michael Fassbender. Si sperava sotto ogni aspetto.
«È un piacere conoscerti» disse lui con l'accenno di un
sorriso. Emmaline ebbe un palpito allo stomaco e si sentì
salire alle labbra un'espressione beota.
Lui aveva dei begli occhi scuri, capelli brizzolati, e aveva
proprio l'aria... sì, l'aria del marito. Non che lei si facesse
delle illusioni.
«Anche per me» sussurrò.
Il sorriso di lui si allargò. Oh sì. Marito.
«Lei è mia sorella» la presentò lui, scostandosi. Alle
sue spalle c'era una donna magra, con i capelli grigi e
una faccia seria che sembrava tagliata con l'accetta. «Patricia,
lei è Emmaline.»
«Piacere» fece Patricia con voce atona.
«Salve» la salutò Em.
Cacchio.
Ma no, non voleva dire nulla. Dopotutto, non era strano
che un uomo si portasse la sorella a un appuntamento,
giusto?
Sbagliato. Era inquietante. Ma forse c'era un buon motivo.
Forse le si era rotta la macchina, o era andata a trovarlo
inaspettatamente. Oppure, ora che la guardava meglio,
aveva bisogno di un badante.
«Mia sorella voleva conoscerti» spiegò Mason, strizzandole
un occhio.
«Ma certo. È... è perfetto.»
Colleen si avvicinò al tavolo. «Salve! Cosa posso portarvi?»
chiese allegramente.
«Io prendo una vodka tonic» rispose Mason. «E mia sorella
un bicchiere d'acqua con una fettina molto sottile di
limone.»
«Subito» esclamò Colleen, lanciando un'occhiata a Em.
«Qualcosa da mangiare?»
«No, grazie» rispose Mason, mentre sua sorella si sedeva.
«Siamo qui solo per un drink.»
Emmaline esitò. Da un lato, aveva una strana sensazione.
Dall'altro, aveva tanta fame che le brontolava lo
stomaco. «Io prendo i nachos» disse, ingorda che era. Patricia
si fece piccola sulla panca. «Possiamo dividerceli,
se vuole.»
Mason sorrise. Emmaline sorrise. Patricia non sorrise.
Colleen tornò in cucina.
«Bene» iniziò Em. «È un piacere conoscervi.»
«Ho una lieve fobia riguardo al restare solo con le donne»
la informò lui tranquillamente.
«Così lo accompagno sempre» spiegò Patricia. «Sempre.
Tutte le sante volte.»
«Ah.» Caro Dio, dove nascondi le persone normali? Tua,
Emmaline.
Mason rise con calore. «Non proprio.»
«Sì, lo faccio.»
«Non è vero.» Mason sorrise di nuovo. «Solo la prima
volta. Mi rendo conto che è un po' strano.»
«È a causa di nostra madre» rivelò Patricia.
«Non parliamo di questo» tagliò corto Mason.
«Dovresti dirglielo, Mase» ribatté Patricia. «Tenersi
tutto dentro è pericoloso! Pericoloso!»
A questo punto i pompieri li stavano fissando apertamente.
Adoravano spettegolare.
«Non importa» si schermì Em. «Certe cose sono troppo
personali per discuterne con degli estranei.»
«Lui non sopporta che si violino i suoi spazi personali»
spiegò Patricia in tono pressante. «È lo stesso anche per
me. I limiti diventano molto fluidi in una comune.»
«Ha detto comune?» chiese Em.
«E i gatti. Gesù.» Patricia rabbrividì.
«Quanti gatti.» La voce di Mason si incrinò. Tirò un bel
respiro per calmarsi, poi cercò di sorridere a Emmaline.
Lei cercò di ricambiare il sorriso.
«Anche a me piacciono più i cani» azzardò.
«Grazie.» Lui si protese a prenderle la mano. Era una
situazione un po' imbarazzante, dato che la stava guardando
intensamente negli occhi... e che sua sorella stava
cercando di togliersi qualcosa da un molare. «Sei molto
gentile. Quindi! Riguardo a queste nozze. Circostanze delicate,
direi.»
«Sai, probabilmente ci andrò sola. Ci ho pensato, ed è
meglio così. Ma grazie lo stesso.»
«È stato il tuo primo amore, hai scritto nell'e-mail.»
Cacchio. Perché aveva sentito il bisogno di entrare nei
dettagli? «Già.»
Patricia finì di esplorarsi i denti. «Mase, raccontale del
tuo primo amore. Fallo. Diglielo.»
«Non occorre» assicurò Em. «Sul serio.»
«No, no, mi fa piacere. Anzi, è proprio una bella storia.»
Le stava ancora stringendo la mano. «Lisbeth. Era
adorabile. Un'amica di mia nonna...»
«È stata tutta colpa della comune. Avremmo dovuto
scappare molto prima di quanto abbiamo fatto, Mase.»
«Come stavo dicendo» riprese Mason, «Lisbeth era una
donna bellissima. Oh, certo, forse un po' matura per un
diciassettenne, ma...».
«Aveva settantaquattro anni» intervenne Patricia, alzando
un sopracciglio cespuglioso in direzione di Emmaline.
«Settanta. Quattro.»
«Ecco i tuoi nachos!» annunciò Colleen, posando sul tavolo
una montagna di cibo. Perché era stata così avida da
ordinarli? Adesso doveva almeno fingere di mangiare.
Un attimo. Era una poliziotta. Aveva sempre una scusa
pronta.
«Oh no! Mi ero scordata che sono reperibile questa sera.
Per eventuali emergenze. Sono un'agente di polizia,
Patricia, e questa è una cittadina tanto piccola che...»
«Per la verità, è di turno Levi stasera» saltò su Colleen.
Caro Dio, potresti per favore lanciarmi un osso? Tua,
Emmaline. «No, sono io!» Lanciò a Colleen un'occhiata significativa.
«Ma no, sono sicura. Faith è venuta qui a cena perché
Levi lavora. Quindi tu sei libera... oh.» Colleen parve
rendersi conto che aveva appena fatto un buco nell'ultima
scialuppa di salvataggio del Titanic. «Scusa.»
«Figurati! È... è un sollievo. Credevo di essere di turno.
Invece a quanto pare no. Bene! Ottimo. Meno male.»
«Mangia pure» la invitò Mason con quel sorriso aperto.
Vagamente inquietante. «Goditi la cena finché è calda.
Non avevamo mai cibo caldo, nella comune.»
«Uh, volete favorire? Sentitevi liberi di servirvi.» Non
fatelo. Non sentitevi liberi.
«Siamo vegetariani» la informò Patricia, prendendo un
nacho ed esaminandolo. «Anche se ordino del prosciutto,
ogni tanto. Sapete che in francese si dice jambon? La trovo
una parola affascinante.» Rimise il nacho sul piatto.
«Jambon. Jambon. Jambon.»
«Torniamo a Lisbeth» disse Mason. «Lei e io eravamo
anime gemelle. Era una liberazione, non dover più nascondere
chi ero, non essere vincolato a ciò che tradizionalmente
è considerato bello. Il che è un motivo per cui
penso che tra te e me funzionerebbe, per inciso.»
«Ah... Grazie.»
«Prego. Quindi l'età di Lisbeth non era un problema.
Vedi, alla comune, non esisteva l'invecchiamento.»
Em prese un nacho. «Ma guarda. E poi cosa successe?»
«Lei morì!» gridò Mason. «Lisbeth morì, cadde stecchita
mentre toglieva le erbacce dalle piante di basilico!»
Scoppiò a piangere. «Non c'era stato il minimo segno premonitore!»
«Oh, Mase.» Sua sorella lo abbracciò. «Non fare così!»
Evidentemente, non sopportava le lacrime del fratello,
perché anche lei cominciò a singhiozzare.
Emmaline lanciò un'occhiata verso il bancone. Colleen
si teneva una mano sugli occhi e le sue spalle erano scosse
da una risata.
«Coll?» chiamò. «Puoi mettermi questi nachos in una
scatola da asporto, per favore?»

 Capitolo 4.

Quando Hadley voleva qualcosa, come Jack ben sapeva,
niente poteva dissuaderla. Non le opinioni delle altre
persone, non il buonsenso, niente. E adesso, voleva
Jack.
Il che era un totale spreco di tempo.
«Chi si sposa in fretta, si pente con comodo» aveva
sentenziato la nonna di Jack quando lui le aveva detto
che si sarebbe sposato.
«Cosa c'è che non va nell'essere scapolo?» aveva rincarato
suo nonno. «Vorrei essere scapolo io. Sono sei decenni
che lo desidero.»
«Chiama un avvocato» lo aveva sfidato la nonna. «Sono
pronta quando lo sei tu, vecchio.»
Col senno di poi, i nonni ci avevano visto lungo.
Ma Jack era stato accecato dall'amore, e Hadley Belle
Boudreau era diversa dalle donne che lui conosceva.
Era dolce, intelligente e divertente, e anche se le tre
sorelle di Jack lo avrebbero randellato a morte se glielo
avessero sentito dire, aveva uno stile che le donne del
nord, o quanto meno le donne Holland, proprio non avevano.
Pru indossava indumenti maschili, sapeva di uva
e di terra, e se la godeva a tormentare Jack con disgustosi,
dettagliati aneddoti di mestruazioni e cisti ovariche.
Honor era pratica e poco sentimentale. Faith,
la minore, si divertiva a fare a botte con lui (anche adesso
che era sulla trentina).
Hadley invece era... come poteva dire?... una donna di
classe. Veniva dal sud. Era, Dio lo perdonasse, una signora,
come non ce n'erano nelle regioni agricole nell'ovest
dello stato di New York. Hadley era minuta, delicata:
uno e cinquantacinque di altezza, struttura esile, serici
capelli biondi, grandi occhi castani e un sorriso capace
di illuminare una stanza. Ma aveva anche un senso
dell'umorismo licenzioso che le impediva di essere
troppo melensa.
Si erano conosciuti a una degustazione di vino a
Manhattan, in un rumoroso ristorante di tendenza nei
pressi di Wall Street frequentato da donne magre vestite
all'ultima moda e da uomini arroganti che parlavano
a voce alta, mangiavano finger food e cercavano di superarsi
a vicenda con le storie dei successi della settimana.
Ma il ristorante era uno dei migliori clienti di Blue
Heron, ed era importante tenere buoni rapporti con i
proprietari. Era Honor di solito a promuovere i loro vini,
ma per una volta gli aveva chiesto di sostituirla.
Jack era entrato nel Reserve Officers Training Corps
della Marina quando faceva l'università e, dopo aver
preso un master in chimica (perché in fondo la produzione
del vino si basa sulla chimica), aveva trascorso il suo
turno di servizio in un laboratorio alla periferia di Washington
D.C., impegnato a studiare i potenziali effetti e
il trattamento della contaminazione chimica nei mari.
Solo dopo essersi congedato era tornato a Manningsport
e aveva cominciato a lavorare come enologo a fianco del
padre e del nonno.
Era sempre stato questo il suo piano: università, servizio
militare, ritorno a casa, e fino a quel momento lo
aveva rispettato. Amava la sua famiglia, amava produrre
vino, amava lo stato di New York occidentale. Aveva
sempre riscosso il favore del gentil sesso, ma cominciava
a essere stanco di passare da una ragazza all'altra. Voleva
sistemarsi, avere un paio di marmocchi.
Doveva solo incontrare la donna giusta, e dato che conosceva
praticamente tutte a Manningsport, era sicuro
che lei non si trovasse lì. Due volte era stato lasciato,
prima da una compagna d'università, poi dall'assistente
di un membro del congresso, e da allora non aveva più
avuto rapporti stabili.
Così, quella sera, Jack aveva mesciuto il vino e descritto
ciò che le persone stavano assaggiando (se erano
interessate ad ascoltarlo). Agli occhi degli uomini di
Wall Street, Jack era solo un barista e, se si sentivano
minacciati da come alcune delle donne lo guardavano,
reagivano ignorandolo. Cosa che non gli aveva causato il
minimo problema. Era lì solo per rappresentare Blue
Heron.
E comunque, quelle donne non erano il suo tipo. Erano
vestite tutte con tubini aderenti neri e portavano catene
di metallo attorcigliate come gioielli. Doveva essere
la moda della stagione, perché avrebbero potuto essere
scambiate per cloni, non fosse stato per la varietà di
pelle, capelli e colore degli occhi.
«Cosa sto bevendo?» gli aveva chiesto uno dei cloni,
piegandosi in avanti per assicurarsi che lui potesse
ammirare il décolleté (non che fosse difficile: quel reggiseno
doveva essere un miracolo dell'ingegneria).
«Un Sauvignon Blanc» aveva spiegato lui. «Note di
mandarino e albicocca, con piacevoli tracce minerali.»
«Mmh» aveva replicato lei, squadrandolo.
«Ha una buona acidità e una persistenza lunga e pulita.
Perfetto in abbinamento con il pollo e con il pesce.»
«Le va di venire a casa mia, alla fine della serata?» gli
aveva proposto lei. «Sono Renée, a proposito. Un'associata
alla Goldman.»
«Purtroppo, le politiche aziendali non lo consentono»
aveva mentito.
Un maschio di Wall Street a qual punto gli aveva porto
il bicchiere senza nemmeno guardarlo, e Jack aveva
versato ubbidiente.
«Non quello! Il Cabernet!» era sbottato l'uomo. Inarcando
un sopracciglio Jack lo aveva accontentato.
Poi la vide.
Era l'unica donna del locale che non fosse vestita di
scuro e sembrava uscita dal set di un film di Disney. Aveva
un abitino rosa, i capelli biondi raccolti in uno
chignon con alcune ciocche sciolte attorno al viso, e aveva
l'aria un po' smarrita.
Molto smarrita, anzi. Si guardò attorno, alzandosi in
punta di piedi. Poi, senza mai tralasciare di dire permesso
agli arroganti stockbroker (che la ignoravano come
se la giudicassero un essere inferiore rispetto alle loro
controparti femminili), si fece strada verso il bar.
«Salve» la salutò Jack. «Come sta?» Sentì il suo profumo.
«Salve a lei. Sono un po'... a disagio. Ho appuntamento
con la mia vecchia compagna di stanza del college,
ma pare che non sia ancora arrivata. Mi sento come un
pesce fuor d'acqua.»
Aveva il morbido accento del sud e la voce un po' roca.
Una combinazione vincente.
«Jack Holland» si presentò lui, porgendo la mano.
«Hadley Boudreau.» Le sue dita erano lisce e morbide.
«È un vero piacere conoscerla. È la prima persona che
mi sorride in tutto il giorno, lo giuro. Non ero mai stata
a New York ma, santo cielo, è proprio un altro mondo!»
Prima che la ragazza avesse finito di parlare, lui si
era innamorato. Non aveva nulla in comune con quella
folla vociante e presuntuosa, e Jack ebbe la sensazione
che se qualcuno l'avesse urtata o le avesse pestato un
piede, sarebbe scoppiata a piangere. Non si cresce con
tre sorelle senza conoscere le reazioni femminili.
«Da dove viene?» le chiese.
«Savannah.»
«Bella città.» Le sorrise.
«C'è stato?» esclamò lei. «È proprio bella, vero?»
Lui le disse che vi aveva tenuto una lezione qualche
anno prima, e gli occhi di lei si dilatarono sentendogli
menzionare la Marina degli Stati Uniti. Lanciò un urletto
quando lui fece il nome di un ristorante che lei conosceva,
ed era così dolce, vitale e affabile che si faceva
notare come un fiore sbocciato in un parcheggio abbandonato.
Hadley continuò a sorseggiare il vino e disse che si
sentiva un po' brilla, una cosa adorabile, considerato il
fatto che aveva bevuto forse metà bicchiere. Del resto,
non poteva pesare più di quarantacinque chili.
Era stupenda. Carnagione perfetta, nasino dritto,
labbra turgide e una fossetta in una guancia. Aveva una
risata un po' rauca che Jack trovava inebriante. Ogni
volta che lui doveva mescere vino a qualcun altro, non
poteva fare a meno di girarsi verso di lei con un sorriso
o una piccola strizzata d'occhi e, ogni volta, lei arrossiva.
Quando arrivò la sua amica (vestita di nero, ovviamente),
Hadley gliela presentò, gli disse che era stato
un piacere conoscerlo e quanto gli era grata per la conversazione.
Porse la mano e lui la prese, trattenendola
per un lungo istante.
«Mi fermo in città per qualche giorno» le disse. «Le
andrebbe di cenare con me?»
Hadley sorrise. «Mi farebbe molto piacere, Jack Holland.»
Cenarono insieme la sera dopo, in uno splendido, costoso
ristorante di South Street Seaport con una vista
mozzafiato sul ponte di Brooklyn. Stava cercando di fare
colpo su di lei? Indubbiamente. La riaccompagnò a piedi
all'appartamento della sua amica, e quando fece per baciarla,
lei arrossì e gli porse la guancia. «Suppongo di
essere un po' all'antica. Spero non ti dispiaccia, ma non
bacio al primo appuntamento.»
Per qualche motivo, quel bacio sulla guancia fu più
speciale di qualunque cosa lui avesse mai provato.
Il giorno dopo, Jack chiamò suo padre e gli disse che
si sarebbe fermato in città qualche giorno in più. Visitò
alcuni clienti, ma più che altro vide Hadley. La sua amica
lavorava; Hadley aveva programmato di fare la turista
prima dell'inizio ufficiale del loro weekend tra ragazze.
Così Jack la portò in giro e le mostrò la città: il
Greenwich Village, il Metropolitan, l'Empire State
Building e Times Square, ma anche l'High Line e i Cloisters.
Fecero persino un giro in bici di Governors Island.
Si divisero un pretzel a Bryant Park, presero lo Staten
Island Ferry, comprarono un cupcake da un chiosco
di SoHo. A Central Park Jack noleggiò un calesse, e
Hadley era fuori di sé dalla gioia. Gli permise di baciarla
sulle labbra, ed era dolce, morbida e deliziosa. Ma aveva
anche un gran senso dell'umorismo e una gestualità
che Jack trovava incredibilmente eccitante. Vederla
mangiare un hot dog quasi lo ridusse in ginocchio, e lei
sogghignò mentre masticava, perfettamente conscia dell'effetto
che gli faceva.
Era una decoratrice d'interni e le piaceva entrare nei
grandi alberghi per guardare le hall. Mentre uscivano
da un hotel, un uomo le tenne aperta la porta e Hadley
per poco non svenne. «Ma hai visto? Era Neil Patrick
Harris! Oh, ho avuto una tale cotta per lui! Pensi che diventerebbe
etero per me, solo per un'oretta?» Poi si alzò
in punta di piedi e baciò Jack su una guancia. «Questa è
stata la settimana più bella di tutta la mia vita, Jack
Holland.»
Lo era stata anche per lui.
Seguì un corteggiamento all'antica. Lettere (non solo
e-mail). Lunghe telefonate notturne. Lui le mandò dei
fiori e un fermacarte a sfera con la neve di Manhattan.
Lei gli spedì biscotti e una sciarpa che aveva fatto ai
ferri. Dopo tre settimane, Jack andò a trovarla.
Hadley viveva in un bel quartiere, poco distante dai
genitori e dalle due sorelle maggiori. La sua casa era un
piccolo bungalow con un giardino pieno di fiori. Quando
Jack bussò, lei aprì la porta (con un vestito elegante,
tacchi alti e un profumo incredibile), gli prese il cappotto,
lo appese in una cabina armadio, versò del tè freddo
in un bicchiere pieno di ghiaccio. Aggiunse un paio di foglioline
di menta del suo giardino. Aveva sfornato dei
biscotti con la granella di zucchero e li servì su un piatto
di porcellana, dopo averlo invitato a sedersi e a rilassarsi.
Cenarono con la famiglia di lei quella sera, e a Jack
parvero tutti fantastici, allegri, intelligenti. Il signor
Boudreau era un avvocato; sua moglie insegnava inglese
all'università. Hadley aveva tre sorelle: Ruthie era
un chirurgo pediatrico e Rachel una rappresentante delloStato. Entrambe erano sposate, e ognuna delle due aveva
un maschio e una femmina. La più giovane della
famiglia, Frances-Lynne, meglio nota come Frankie, voleva
diventare veterinaria e stava considerando la Cornell,
l'alma mater di Jack.
I Boudreau erano una bella famiglia e, chiaramente,
Hadley Belle sarebbe stata una moglie fantastica.
Quella notte, lui la portò con sé al Bohemian Hotel e
fecero l'amore per la prima volta.
Dopo, Hadley gli disse che stare con lui era stato diverso,
non che fosse molto esperta. Ma sentiva che era
stato speciale. Significativo.
Qualche settimana dopo lui andò a prenderla e la portò
nello stato di New York. Era un bel momento per visitare
Manningsport: gli alberi erano in boccio, le giornate
limpide e calde, ed era il fine settimana del Ballo
in Bianco e Nero, un evento di beneficenza che la sua famiglia
sponsorizzava tutti gli anni. Quell'anno, si teneva
a McMurtry, un'altra azienda vinicola del lago Keuka.
Hadley rimase affascinata, incantò tutti e illuminò
la sala con il suo abito bianco tempestato di lustrini.
«Cosa ne pensi?» chiese Jack a Honor. «Non è fantastica?»
«È molto graziosa» rispose sua sorella, e solo in seguito
Jack si rese conto che gli aveva dato una risposta evasiva.
Hadley adorava Blue Heron, adorava la famiglia di
Jack, adorava la casa che lui aveva costruito sul Rose
Ridge, e la vista che si godeva da lassù. «Non riesco a
immaginare nulla di più bello che sedermi su questa
terrazza e guardare l'alba» gli disse.
Nove settimane dopo che si erano conosciuti, per la
terza volta Jack prese un aereo per Savannah e bussò
alla porta dei Boudreau. Il signor Boudreau lo fece accomodare
nel suo studio, gli versò un bicchiere di un eccellente
bourbon dalle note affumicate e ne riempì uno per
sé. «Credo di sapere cos'hai in mente, figliolo» disse, sedendosi
dietro la scrivania.
«Vorrei chiedere a Hadley di sposarmi, signore» rispose
Jack. «E prima volevo la sua benedizione.»
«E poi dicono che gli Yankee non conoscono le buone
maniere.» Il signor Boudreau accennò un sorriso. Bevve
un piccolo sorso e osservò Jack. «Bene, bene. Apprezzo
che tu sia venuto a parlarmi, davvero. Permettimi di
chiederti una cosa, però. Ci hai riflettuto bene?»
«So che è successo tutto molto in fretta. Ma sì, signore.»
«E non pensi che un po' di tempo in più potrebbe essere
una buona cosa?»
Allora, Jack pensò che Bill Boudreau non volesse che
la terza figlia si trasferisse lontano, oppure che il suo
fosse un atteggiamento protettivo normale in un padre.
In seguito, quelle parole presero un altro senso.
«Credo di sapere cosa sto facendo, signore. Hadley è
tutto quello che potrei chiedere alla vita.»
Bill sospirò. «Ha un certo fascino, vero?» Batté la mano
sulla scrivania. «Bene, allora. Ti auguro tutto il meglio,
Jack. Credo che starà bene con te.»
Quella sera Jack portò Hadley a cena al 700 Drayton,
nella villa Forsyth, il ristorante preferito di lei. Dopo cena,
passeggiarono nel parco e, davanti alla fontana,
Jack le prese la mano, si inginocchiò e tirò fuori un astuccio
turchese. «Hadley, vuoi fare di me l'uomo più felice...»
«Sì! Sì, Jack, sì, fammi vedere quell'anello! Oh, misericordia,
è stupendo! Oh, Jack!» Se lo lasciò infilare al
dito e si mise a ballare in tondo, tanto era felice.
Aveva proprio fatto centro, con l'anello.
Jack aveva pensato di regalarle l'anello di fidanzamento
di sua madre, quello che papà gli aveva dato anni
prima a questo scopo. Ma aveva avuto l'impressione che
Hadley preferisse qualcosa che fosse stato comprato apposta
per lei, così si era consultato con Faith, poi era
andato da Tiffany e aveva scelto un'elaborata riviera di
platino e diamanti che costava quanto un trattore nuovo.
Voleva sposarla al più presto e portarla a Manning-
sport, e lei era perfettamente d'accordo. Anche se ci fu
poco tempo per i preparativi, fu una cerimonia in grande.
Hadley aveva cominciato a raccogliere idee e materiale
per il proprio matrimonio all'età di sette anni, e aveva
migliaia di foto sul computer, organizzate in cartelle:
composizioni floreali, inviti, apparecchiature. L'unica
cosa che non le occorreva era l'abito: aveva comprato
il suo vestito da sposa a ventun anni, gli disse, una
cosa che Jack trovò vagamente terrificante. D'altra parte,
le abitudini erano differenti, al sud.
Jack scoprì che alla veneranda età di ventisette anni,
Hadley si vedeva come una zitella. La maggior parte
delle sue amiche si era fidanzata all'università. L'estate
dopo la laurea, Hadley era stata a otto matrimoni e aveva
pensato che il suo giorno non sarebbe mai arrivato.
Quando Jack le disse che aveva due sorelle nubili più
grandi di lei, si strinse nelle spalle. «Le donne del sud
non vedono l'ora di sistemarsi e di mettere su famiglia.
È una priorità per noi.»
Diventò un piccolo mostro con l'avvicinarsi delle nozze.
Si infuriò quando scoprì che il caterer non aveva la
giusta sfumatura d'avorio per i tovaglioli. Fumava di
rabbia raccontando di una cugina che le aveva rubato
l'idea del bouquet da sposa l'estate prima: lo sapevano
tutti che Hadley aveva nel cuore da sempre il sogno di
un bouquet di gardenie e lupini, eppure Quella Vanna le
aveva rubato l'idea, e ora tutti avrebbero fatto confronti,
e Hadley voleva essere assolutamente unica, anche se
tradizionale, e avere la più bella cerimonia mai vista.
Jack era talmente contento di essere uomo. Ma, grazie
al fatto che si trovava a mille miglia di distanza, riuscì
a trovare adorabili le intemperanze della futura sposa.
«Ma certo che sarà la cerimonia più bella» le assicurò,
al telefono. «Perché la sposa sei tu, cara.»
«Oh, Jack! Sai sempre cosa dire! Ma la strozzerò,
Quella Vanna, quando la vedrò al mio addio al nubilato!»
A proposito di party, ce ne furono parecchi. Prima di
tutto la tradizionale festa di fidanzamento, per la quale
Jack si recò a Savannah con suo padre perché i genitori
degli sposi potessero conoscersi e perché Jack incontrasse
tutti i parenti di Hadley. Quella era stata molto piacevole.
La gente del sud sì che sapeva come socializzare,
e a papà piacquero molto i Boudreau. Poi ci furono non
meno di tre feste tra amiche, e Hadley ci rimase un po'
male perché le sorelle di Jack non erano andate a tutte.
Quindi seguirono l'addio al nubilato, la sera prima della
cena di prova, la suddetta cena di prova e un brunch per
gli invitati il giorno dopo le nozze. Per non parlare delle
nozze stesse.
Quando finalmente arrivò il gran giorno, per Jack fu
un sollievo, perché voleva che Hadley tornasse a essere
la dolce creatura che lui conosceva e non un mostro ossessionato
dal galateo di Martha Stewart.
La cerimonia si tenne nella bella villa dei genitori di
lei, in giardino. Hadley aveva uno stuolo di damigelle: le
sue tre sorelle, le tre di Jack, Abby, le amiche dell'università
e molte cugine, persino Quella Vanna, tutte vestite
di rosa confetto. Da parte sua, Jack aveva un paio
di amici del college, Connor O'Rourke, un collega di Marina,
e suo padre come testimone, oltre ai cognati di
Hadley. Fu il ricevimento nuziale più sontuoso che lui
avesse mai visto e, francamente, era un po' imbarazzante
che fosse il suo.
Ma Hadley era raggiante e sembrava fluttuare sul
suo vestito vaporoso come una nuvola. Se occasionalmente
lanciava un'occhiata di ghiaccio a una damigella
che rideva troppo forte o a un bambino che aveva versato
del succo di frutta su un tavolo, be', voleva soltanto
che il suo giorno fosse perfetto.
E la perfezione la rasentava, a parere di Jack. Era la
leggendaria ospitalità del sud ai suoi massimi livelli.
Tavole coperte da lunghe tovaglie bianche avevano elaborate
composizioni floreali in vasi azzurri. Vasche di
rame piene di ghiaccio e di bottigliette di vetro di Coca
Cola erano state lasciate nei punti strategici (Jack aveva
imparato che la Pepsi era considerata un peccato
contro l'umanità da quelle parti). Al bar venivano serviti
cocktail a base di brandy con zucchero e menta, e
bourbon lisci, e al posto dell'acqua c'erano brocche di tè
ghiacciato su ogni tavolo. La torta dello sposo era decorata
in modo che sembrasse coperta di foglie di vite. Il
buffet aveva gamberi e polentine integrali, sformato di
pasta, il tradizionale pollo fritto e ostriche arrosto. La
torta nuziale era alta dodici piani.
«Gesù» esclamò Prudence, sventolandosi. «Mi sembra
di essere a Tara.»
La parola Sud veniva ripetuta all'infinito, come se gli
invitati avessero bisogno di rammentarsi dove vivevano.
Hadley era di una buona famiglia del Sud, quello era un
vero matrimonio del Sud, Hadley era proprio una bellezza
del Sud, che meravigliosa tradizione del Sud, il cibo
del Sud era delizioso, Barb era una vera mamma del
Sud, avete visto che Bill ha pianto, ma certo, è un papà
del Sud, sì che fa caldo, si può sempre contare sul caldo
del Sud, oh, guardate che bel sorriso del Sud!
Jack perse il conto delle volte in cui gli dissero che,
per essere uno Yankee, era okay. A quanto pareva, la
Guerra di Aggressione del Nord, come la chiamavano
laggiù, era ancora un punto dolente.
Il ballo si protrasse fino alle ore piccole, e solo all'alba
finalmente Jack potè portare in braccio la sua sposa oltre
la soglia della loro suite.
Passarono la luna di miele negli Outer Banks, una
perfetta settimana trascorsa a passeggiare sulla spiaggia
e fare l'amore, nuotare e andare in barca, mangiare
e bere vino, aprire regali e parlare (tanto) delle nozze.
Hadley riteneva che fosse stato un giorno magico, perfetto,
e voleva analizzarne ogni minuto, ripetutamente.
Volarono su Manhattan dove passarono un'altra notte
e, sì, alloggiarono in uno degli hotel di lusso che avevano
guardato quando si erano conosciuti (una suite, anche
se non quella nell'attico, il che provocò il più fuggevole
dei bronci da parte di lei).
E poi, finalmente, si misero in viaggio per Manningsport,
e più si avvicinava a casa più Jack si sentiva rilassato.
Le nozze erano state fantastiche (anche se estenuanti),
la luna di miele idilliaca, ma era questo che lui
cercava. Non sposarsi... essere sposato. Mangiare a casa
invece che al ristorante. Dormire nel suo letto cullato
dai suoni che gli erano familiari.
E, doveva ammetterlo, aveva voglia di riprendere a
lavorare. Gli erano mancati la sua casa, la foschia mattutina
che così spesso aleggiava sul lago a Ypsilon, i
campi nella nebbia, le lunghe, tranquille serate in famiglia,
sperimentare nuove tecniche di vinificazione, ascoltare
le tradizioni dei tempi del nonno, aggiungere la
propria, più scientifica metodologia, gestire l'azienda al
fianco di papà. Amava l'odore della vigna, le viti contorte
e i miracolosi grappoli dorati, verdi e violacei, il fresco
umido delle cantine in cui il vino di Blue Heron veniva
conservato e invecchiato.
Invece, non appena arrivarono a casa, iniziarono i
problemi.

 Capitolo 5.

Il giovedì, mentre un vento tagliente sferzava il lago, Jack
entrò nella Barricaia, la cantina in pietra in cui conservavano
le botti di rovere con i rossi di Blue Heron. Le mura
fredde, il caratteristico odore della pietra e l'illuminazione
fioca gli parlavano di secoli dell'arte della vinificazione.
Il tempo era un fattore cruciale. Per tante cose, supponeva.
Troppo poco tempo, e il vino non aveva la possibilità
di maturare e sviluppare il suo bouquet. Troppo tempo, e
il colore si intorbidiva e i profumi svanivano.
Come Josh Deiner. Troppo tempo senza aria. Troppo
tempo sott'acqua.
Una delle vittime ha riportato una ferita alla testa e possibili
danni cerebrali anossici. Il ragazzo è stato l'ultimo a
essere soccorso.
Questo avevano riferito i telegiornali. Jack li aveva seguiti
tutti; aveva programmato il DVR in modo da registrare
ogni servizio, sperando di sentire qualche novità positiva.
Josh non era morto. Non aveva saputo altro.
Non era ancora morto, almeno. Non era migliorato.
Jack si rese conto che stava sudando, malgrado il freddo
della cantina. Aveva bisogno di dormire.
Due sere prima, era tornato a casa dal lavoro e aveva
trovato il portone spalancato e tutte le luci accese; eppure
aveva il chiaro ricordo di aver chiuso a chiave, come faceva
tutte le mattine, un'abitudine che aveva preso nel periodo
trascorso a Washington, D.C. Quando era salito al
piano superiore e aveva acceso le luci? Non ne aveva idea,
e la cosa lo innervosiva. Jeremy Lyon, medico e amico di
famiglia, gli aveva telefonato per chiedergli come stesse;
forse poteva farsi prescrivere un sonnifero.
Il suo telefonino vibrò. Un SMS.
T penso.
Hadley. Frankie aveva capitolato e le aveva dato il suo
nuovo numero di telefono, poi gli aveva telefonato per scusarsi.
Hadley era un vino che non era invecchiato a sufficienza:
di un bel colore intenso, vivace al primo assaggio, ma
poi giungevano il tannino ancora brusco, la spiacevole sensazione
allappante.
Cena cn me & Frankie qs 7mana?
La sua ex moglie si stava giocando la carta della sorella?
Frankie ogni tanto veniva a cena con lui, gli raccontava
di sé e dell'università e non accennava mai a Hadley.
Gli aveva telefonato non appena aveva sentito la notizia
in televisione e gli aveva mandato alcuni SMS. A Jack era
sempre piaciuta.
Si rimise il cellulare in tasca, estrasse il tappo dalla
barrique e inserì la provetta d'assaggio. Lasciò che si
riempisse, poi trasferì il vino nel bicchiere. Lo fece roteare
e lo annusò. Gli arrivarono note di mora, tabacco e cuoio.
Buono. Lo assaggiò. No, non era ancora pronto. Troppo allappante.
La porta in cima alle scale si aprì, e Faith cominciò a
scendere pesantemente. Il suo grosso Golden Retriever,
Blue, la seguiva. Puntò dritto verso la gamba di Jack per
montarla.
«Ciao, bastardo arrapato» lo salutò lui. Il cane gli sorrise,
scioccherellone che era.
«Ehi, Jack.»
«Ehi. Dovresti trovarti qui nelle tue delicate condizioni?»
«Mancano ancora sette settimane. La nonna ha portato
mezza tonnellata d'uva il giorno che ha dato alla luce papà e
Pru ha guidato il vendemmiatore il mattino in cui è
nato Ned, quindi penso di farcela a scendere le scale.» Gli
porse un pacchetto fasciato in alluminio. «Torta al limone
da parte della signora Johnson. Sono stata diffidata e non
posso mangiarla. È così ingiusto che tu sia il suo preferito.»
«Non ci posso fare niente se sono perfetto» ribatté Jack,
in una pallida imitazione dei suoi soliti battibecchi con le
sorelle. La torta era ancora calda. Ne avrebbe mangiato
una fetta dopo, forse. Ultimamente non aveva appetito.
Faith si sedette al vecchio tavolo di legno. «Posso almeno
annusare il vino?»
Lui le tese il bicchiere e lei inalò a fondo. «Oh, buono.
Cuoio e susina. Sarà perfetto tra qualche mese.»
«Sì.»
Faith si appoggiò all'indietro contro la sedia e posò le
mani sul ventre prominente. «Allora, come ti va in questi
giorni, amico?»
«Bene. Perfetto.»
«Dici?»
«Sì. Grazie.» Non voleva rattristarla con racconti di adolescenti
inerti, senza vita. «Sto bene, Faithie.»
«Okay. Sai, ti vogliamo tutti bene, anche se sei un piccolo
principe.»
«Balle. Sono l'enologo capo della nostra dinastia. Tu, invece,
pianti fiori.» Faith progettava giardini e, anche se lui
aveva il massimo rispetto del suo lavoro, non aveva nessuna
intenzione di dirglielo. Era un fratello maggiore, o no?
«Ignorerò la battuta. Dunque, Jack...»
«Sì, come-ti-chiami?»
«Tu conosci Emmaline, giusto?»
«Sicuro.»
«Ha bisogno di qualcuno che la accompagni alle nozze
del suo ex fidanzato.»
«Okay.»
«E... Wow, è stato facile!» Il cane si accucciò accanto a
lei e le appoggiò il testone su un ginocchio. Faith si mise a
grattargli le orecchie. «Avrà luogo in California, è questo il
problema. Durerà tutto il fine settimana. Ci va anche Colleen.
Ha conosciuto la sposa al college.»
«Nessun problema.» Era inverno, un periodo di calma
sul lavoro, e... accidenti, sarebbe stato fantastico andarsene
via per un po', in un posto caldo dove le persone non
continuavano a chiedergli come fosse stato salvare quei
ragazzi. «Ripeti. Con chi è che devo andarci?»
«Emmaline, testone. La poliziotta.»
«Giusto. Dille di sì.»
«Urrà! E noi che pensavamo non avessi uno scopo nella
vita.» Faith sogghignò. «Ti spiace dirglielo tu, così che non
sembri una cosa da terza media?»
«Ma è una cosa da terza media, Faithie. È per questo
che ti piace.»
«Limitati a ubbidirmi, okay? Ti ho messo in cantiere un
nipote.» Si alzò e si massaggiò i lombari. «Lei ti sta simpatica,
vero? Voglio dire, sarai un buon cavaliere?»
«Ovviamente. È la migliore ala destra della squadra di
hockey.»
«Oh, le donne amano sentirsi dire frasi come questa!»
«Accennerò alla cosa, allora.» Aprì un'altra barrique.
«Qualcos'altro, chiunque tu sia?»
«Sì. Vuoi essere il padrino del bambino?»
Jack sgranò gli occhi. «Sicuro. Grazie, Faith!» Le si avvicinò
e le posò un bacio sulla testa. «Pensavo che sarebbe
stato Jeremy. O Tom.»
«Jeremy e Tom non sono miei amati, adoratissimi fratelli
maggiori.»
Jack sorrise e, questa volta, il calore fu genuino. «Non
illuderti che abbia dimenticato che hai detto a Megan Delgado
che avevo i vermi intestinali.»
«Ehi, ti ho fatto un favore!» ribatté lei.
«Sul serio? Perché l'ultima volta che l'ho vista era ancora
una gran bella donna.»
«A proposito di belle donne... Ho saputo che Hadley è
tornata in città.»
«Già.»
«Vuole riconciliarsi?»
«Già.»
«Sei interessato?»
«No.»
«Perché è qui?» chiese Faith. «Ha visto i servizi sul salvataggio
o qualcosa del genere?»
«Sì.» Lui si tolse Blue dalla gamba. Lo vedeva un po' appannato.
Non era un buon segno.
«Jack, dai! Sento già abbastanza risposte a monosillabo
da Levi, quando fa il burbero.»
«Uh, sì. Ha visto la notizia al telegiornale e ha pensato
che io potessi aver bisogno di lei.»
«Ce l'hai?»
«Come dei vermi intestinali.» Gli faceva male l'interno
dell'orecchio.
Faith sorrise. «Vuoi che Pru, Honor e io andiamo a darle
una scarica di botte? Potremmo portare anche la signora
Johnson. Hadley non le è mai piaciuta.»
«Te lo farò sapere.»
L'acqua era stata fredda come non l'aveva mai sentita
in vita sua. Tanto fredda da fargli male alle ossa.
«Quindi, queste nozze in California arrivano proprio al
momento giusto» osservò Faith.
Jack scrollò un po' la testa. «Le nozze di chi?»
«Jack! Gesù! Le nozze alle quali hai appena accettato di
andare. Quelle del fidanzato di Emmaline.»
«Giusto, giusto. Passo da lei alla stazione di polizia. E
ora, smamma e va' a progettare il tuo prossimo giardino.
Ho del vino da controllare.» Una pausa. «Grazie per la faccenda
del padrino. Significa molto per me, Faith. Dillo a
Levi, okay?»
«Ti voglio bene» disse lei, dandogli un abbraccio.
«Anch'io.» Profumava sempre di biscotti alla vaniglia, la
sua sorella minore, e Jack ricambiò l'abbraccio. La sensazione
di appannamento si attenuò un po'.
Faith si ritrasse. «Oh! Il bambino mi ha appena dato un
calcio. Ha riconosciuto lo zio Jack.» Si portò una mano di
lui al ventre e Jack sentì uno strano movimento: deciso,
un po' ondulante.
Suo nipote. Un maschietto che avrebbe fatto buche nella
terra e giocato con le macchinine e avrebbe imparato a
guidare il vendemmiatore anni prima di imparare a guidare
un'auto, e quando alla fine avrebbe preso la patente,
suo zio Jack gli avrebbe messo in corpo una fifa del diavolo,
e quel bambino mai, mai e poi mai, si sarebbe messo al
volante dopo aver bevuto e...
Staccò la mano e si schiarì la voce. «Hai già scelto il nome?»
«No.» Faith sospirò. «Levi dice che quello che piace a me
va bene anche per lui, e questo mi fa incazzare.»
«Bastardo senza cuore.»
«Lo so. Non sarà John... questo nome lo lascio a te, perché
tu possa avere John Quinto. Se mai ti sposerai e genererai
il nipote Holland. Non che la signora Johnson si
sia lamentata. O la nonna. Ma sono stata a Rushing Creek
oggi e ha detto: "Oh, certo, è fantastico che tu abbia un bebé,
Faith, ma io voglio un piccolo Holland che continui il
nome di famiglia".»
«E non ci scordiamo dei miei geni superiori» scherzò
Jack. Fece una pausa. «Ma se vuoi chiamare John il piccoletto,
fa' pure, Faith. Papà ne sarebbe felice.»
«No, no. Tu sei John Noble Holland Quarto. Spetta a te
avere il Numero Cinque. Se riesci a convincere qualcuna a
sposarti, ovvio.» Poi, rendendosi conto che forse il suo stato
civile era un argomento dolente, ora che la sua ex moglie
era in città, aggiunse: «Scusa».
Il cuore di lui batteva molto, troppo, forte. «Non preoccuparti.
Anzi, preoccupati. Preparami una torta, o qualcosa
del genere, e ti perdonerò. E ora, smamma. Sul serio.»
Perché si sentiva arrivare un flashback e voleva essere
solo quando lo avrebbe investito.
Il giorno in cui l'auto cadde nel lago, Jack aspettava da
vent'anni di salvare una vita.
Per vent'anni, non si era mai trovato nel posto giusto al
momento giusto. Per vent'anni, era sempre arrivato cinque
minuti troppo tardi o cinque minuti troppo presto,
perdendosi l'opportunità di dare una mano.
Per vent'anni, aveva dovuto convivere con l'immagine
della sorella minore intrappolata tra le lamiere contorte
col corpo della loro mamma, e per vent'anni aveva aspettato
l'opportunità di rimediare. Non che quel pensiero avesse
senso: lui era stato via, all'università, quando sua
madre era morta, ma il pensiero della sorellina sola, sotto
shock, senza nessuno che potesse aiutarla per più di un'ora...
il pensiero che sua madre non avesse avuto nessuno
che le tenesse la mano all'ultimo istante... Certo che questo
gli aveva lasciato un segno.
Da quel giorno in poi, Jack era stato sul chi vive. Si era
arruolato in Marina sperando di avere la possibilità di diventare
un SEAL, ma lo Zio Sam aveva altri progetti per
lui, visto il punteggio dei suoi test, così era finito in un laboratorio.
Pazienza. Aveva potuto ugualmente addestrarsi,
migliorare nel nuoto, prendere dei brevetti per immersioni
in profondità, salvataggio specializzato e ricerche in
acque nere.
Ma la sensazione non lo aveva mai abbandonato, nemmeno
quando aveva finito il servizio in Marina.
Ogni volta che un'auto gli sfrecciava accanto sull'autostrada,
ogni volta che vedeva un motociclista girare per la
città senza casco, delle immagini gli passavano davanti agli
occhi. L'incidente. Le vittime. Cos'avrebbe fatto, come
le avrebbe aiutate, come si sarebbe assicurato che il proprio
pickup fosse fuori dalla carreggiata per non essere
d'ostacolo, come avrebbe chiamato il 9-1-1 mentre correva,
come avrebbe estratto il conducente dall'auto e avrebbe
applicato una pressione sulle ferite in attesa dei soccorsi.
In macchina teneva un estintore (non ce l'avevano tutti?),
un attrezzo per rompere i finestrini attaccato al portachiavi,
e un martello nel cassetto del cruscotto. Razzi di segnalazione.
Un kit per il pronto soccorso, una torcia potente
(batterie sostituite due volte all'anno), un cutter per cinture
di sicurezza e una coperta.
In estate, quando scendeva al lago, contava i bambini in
acqua e si assicurava che i loro genitori fossero attenti e
non troppo assorti da lettura, conversazioni o cellulari.
Quando in aereo gli assistenti di volo esponevano le procedure
di sicurezza, Jack ascoltava, poi guardava gli altri
passeggeri e notava chi avrebbe avuto più bisogno d'aiuto
se l'apparecchio avesse fatto un atterraggio d'emergenza
sull'Hudson o in un campo di grano dell'Iowa.
Come diceva Honor, un hobby era un hobby.
Jack aveva fatto buon uso del suo addestramento ed era
diventato un sommozzatore volontario del Dipartimento
dei Vigili del Fuoco di Manningsport. Aveva il brevetto per
il salvataggio su ghiaccio e quello di bagnino. Era un tecnico
di emergenza medica.
Eppure, non aveva ancora soccorso un'anima. La scorsa
primavera, quando era bruciata la casa dei nonni, era stata
Honor a intervenire; la casa di Jack era su in collina,
lontana dalla Old House quanto lo si poteva essere sulla
terra di Blue Heron. Nel tempo che ci aveva messo ad arrivare,
Honor aveva già salvato la vita della nonna, con l'aiuto
del fidanzato.
Ma il dodici gennaio, Jack scese sul molo a scattare delle
foto. Amava l'inverno, amava i tramonti rosso fuoco alla
fine della giornata e il chiarore della Via Lattea a mezzanotte.
Da quel punto, poteva vedere il lago a Ypsilon a est
e le terre di Blue Heron a ovest. Così, verso le quattro e
mezza del pomeriggio, stava scattando delle foto dei campi
dove le viti a riposo si stagliavano contro il bianco della
neve. Il colore intenso del cielo sopra il Rose Ridge prometteva
uno dei famosi tramonti della zona occidentale
dello stato di New York. Forse ci sarebbe persino stata
un'aurora boreale, più tardi.
In certi momenti, Jack sentiva il potere di quella terra.
Non era solo per il fatto che la famiglia Holland aveva
contribuito a fondare la cittadina, non era solo perché i
suoi avi, i suoi nonni e i suoi genitori avevano lavorato
quel suolo. Era per la configurazione della zona: i freddi
laghi profondi, le gole, le cascate, il terreno allo stesso
tempo fertile e roccioso.
E momenti come quello gli ricordavano quanto aveva.
Una famiglia: tre sorelle sposate, una nipote e un nipote,
un nuovo nipotino in arrivo. Suo padre e la sua matrigna.
Un lavoro che amava. Il suo, uh... il suo gatto. La salute.
Tante cose belle.
Solo che, ultimamente, Jack si era sentito incompleto.
Dopo vent'anni di vedovanza, la primavera prima papà
si era risposato. E Jack ne era sinceramente felice, perché
la signora Johnson era la donna migliore del mondo ed era
stata una specie di madre surrogata per loro da quando la
loro vera mamma era morta. Pru e Carl stavano insieme
da quasi venticinque anni. Sia Honor che Faith si erano
sposate recentemente. In seguito all'incendio, i nonni erano
tornati a innamorarsi dopo sessantacinque anni di litigiosa
unione.
Lui... Lui aveva divorziato dopo otto mesi di matrimonio.
Fu allora che sentì la macchina. A giudicare dal rumore
del motore, sembrava stesse andando ad almeno cento all'ora
dove il limite era a sessanta.
Voltò le spalle all'acqua e aspettò, stranamente calmo.
L'auto sarebbe uscita di strada. Come poteva non succedere,
a quella velocità?
Certo, era una cosa che aveva già pensato centinaia di
volte. Forse migliaia.
Non era mai successo, ma l'istinto di stare in guardia, di
prestare attenzione, di tenersi pronto, ormai faceva parte
di lui. La parte razionale del suo cervello sapeva che le
sue erano solo paure.
Ma alzò ugualmente gli occhi verso la collina. Fra pochi
istanti, sarebbe stato in grado di vedere l'auto affrontare
la curva di Lake Shore Road, una decina di metri sopra il
Keuka.
In seguito, quando i suoi concittadini seppero dell'incidente,
di come proprio Jack si fosse trovato lì in quel preciso
istante, dissero le solite banalità: tutto accadeva per
un motivo, era un miracolo, Dio agiva in modi misteriosi.
Per Jack, invece, fu un fatto statistico. Tutti quegli anni
in cui non si era trovato nel posto giusto al momento giusto
dovevano finire, prima o poi.
Con gli occhi della mente, vide quello che sarebbe potuto
succedere: l'auto usciva di strada mentre il conducente
cercava disperatamente di sterzare e invadeva la vigna di
Chardonnay di Blue Heron, la più vicina alla strada. Oppure,
si schiantava contro lo stesso palo del telefono contro
il quale Jack aveva rigato la macchina quando aveva
sedici anni.
Peggio, l'auto colpiva il grosso acero all'entrata della tenuta.
Il conducente era quasi sicuramente un adolescente,
perché non esisteva nessun altro sulla faccia della terra
che credesse nella propria abilità al volante e nella propria
immortalità quanto un teenager.
Poteva solo sperare che i passeggeri avessero la cintura
di sicurezza allacciata. I finestrini sarebbero stati chiusi,
dato che era gennaio, quindi nessuno sarebbe stato sbalzato
fuori. A quella velocità, però, anche con gli airbag...
Udì la grattata del cambio: lo spericolato ragazzino stava
giocando con la propria vita.
Ed eccolo lì, lo stridio dei freni azionati troppo tardi.
Jack si preparò allo schianto della lamiera, al successivo,
incessante strombettare del clacson.
Il frastuono arrivò, ma non era quello che Jack si aspettava.
Fu un rumore secco, stranamente pulito, e Jack rimase
a bocca aperta quando l'auto abbatté il guardrail e falciò i
rami più alti degli alberi. Volò sopra la sua testa, il motore
ancora su di giri, le ruote che giravano a vuoto. Jack ebbe
una dettagliata visuale dello chassis.
E poi ci fu un tremendo splash e la macchina colpì l'acqua
di muso. Il lago non era ghiacciato, era troppo profondo
per gelare. Un corvo lanciò uno stridio dall'alto di un
albero, e Jack vide le facce bianche, terrorizzate di due ragazzi.
Come volevasi dimostrare, teenager.
L'auto era un coupé metallizzato. Una Audi. La parte
anteriore andò sotto quasi immediatamente, con i fari che
proiettavano due coni di luce nel lago. Il cielo era rosso e
violaceo... che tramonto. Jack si era già tolto gli scarponi e
si stava tuffando. Quanto avrebbe preferito farlo in agosto.
Santa madre di Dio, l'acqua era ghiacciata.
Per un secondo, lo shock termico respinse ogni altro
pensiero dalla sua testa, ma il suo corpo cominciò a tagliare
l'acqua (Grazie, US Navy: lo avevano addestrato prima
ad agire, poi a pensare).
Gli dolevano già le ossa per il freddo.
I ragazzi stavano urlando, ma le loro voci erano smorzate
dai finestrini. Dannazione. Non avevano una via d'uscita.
Uno stava battendo sul vetro con un pugno. Inutile, dato
che l'unica cosa che poteva rompersi era un osso della
mano. L'impianto elettrico doveva già essere fuori uso, se
non riuscivano ad abbassare i vetri schiacciando il pulsante.
Oppure erano nel panico e non ci avevano pensato.
Adesso il ragazzo si era messo a colpire la portiera con
la spalla. Altrettanto inutile, con tutte quelle tonnellate
d'acqua che vi premevano. No, dovevano rompere un vetro
e uscire dal finestrino, oppure lasciar entrare abbastanza
acqua per controbilanciare la pressione, poi aprire la portiera.
Ma non si imparavano certe cose al liceo e... sì, a Jack
sembrava che uno dei ragazzi fosse un compagno di scuola
di sua nipote Abby. Ultimo anno, o giù di lì.
I pensieri attraversavano la sua testa a raffica.
L'acqua sarebbe penetrata nell'abitacolo dal davanti.
Avevano forse cinque minuti prima che il veicolo affondasse
completamente. Forse otto, ma a dire tanto. Otto equivalevano
a ipotermia. Ne sarebbero bastati meno, se
non riuscivano a respirare.
Jack si sentiva già le braccia pesanti e intorpidite. Brutto
segno. No, non erano ammessi pensieri negativi. Doveva
continuare a muoversi. Raggiunse la macchina, che a
questo punto aveva un'angolazione di quarantacinque gradi
ed era sommersa a metà. Quattro ragazzi, due davanti,
due dietro, uno con la faccia insanguinata. Il conducente
era accasciato sul volante.
«Aiuto! Ci aiuti!» implorò il ragazzo insanguinato, e non
era che Jack non ci stesse provando.
Si frugò nella tasca dei jeans cercando il martelletto salvavita
che portava attaccato al portachiavi. Dieci dollari
da Amazon, e non l'aveva comprato solo per sé: ne aveva
dato uno a ogni membro della sua famiglia. Per colpa del
freddo, le sue dita erano lente, impacciate.
Uno dei ragazzi aveva tirato fuori l'iPhone. Bene. Presto
sarebbero arrivati i rinforzi. Ma a quel punto i ragazzi potevano
essere già annegati. Sarebbero annegati tutti, Jack
compreso, oppure sarebbero morti di ipotermia. Da quanti
minuti era in acqua? Uno? Due?
L'auto stava affondando.
Eccolo. Le sue dita intorpidite si strinsero attorno al
piccolo attrezzo. Lo premettero contro il finestrino, ma tremava
al punto che la lama scivolò.
«Presto! Presto!» urlava il ragazzo insanguinato.
«Può farcela» lo incitò un'altra voce, stranamente calma,
al di là del vetro.
Jack posizionò di nuovo l'attrezzo, spinse forte e il
finestrino si infranse, lasciando entrare un fiotto d'acqua.
L'auto cominciò ad affondare più rapidamente, ma un
ragazzo si stava già contorcendo per passare attraverso il
foro. Jack lo afferrò per il colletto del cappotto e lo tirò fuori.
Fece lo stesso col secondo, quello calmo. Sam Miller, ecco
come si chiamava. «Andate al molo» li istruì. Loro stavano
già nuotando. Ce l'avrebbero fatta.
Il conducente non si muoveva, brutto segno, e il ragazzo
con la faccia insanguinata stava urlando. Avrebbe dovuto
essere già fuori, ormai.
La parte posteriore dell'Audi scivolò sott'acqua con un
gorgoglio.
E poi fu tutto silenzio.
Jack si aggrappò al tettuccio e andò giù con l'auto. L'acqua
gli strinse la testa con un pugno di ghiaccio. Attraverso
il finestrino, il ragazzo si aggrappò alle sue braccia.
Jack tirò, ma non era facile. L'auto si stava inabissando di
muso e i fari erano due punti luminosi nella spettrale acqua
nera.
Il terzo ragazzo era libero e Jack calciò con le gambe intirizzite,
sperando che riuscissero a spingere entrambi
verso l'alto. Gli bruciavano i polmoni, tutto il resto era insensibile.
Poi emersero in superficie e l'aria era tanto fredda
che faceva male, ma che sollievo! Il ragazzo ansimava e
tossiva, ancora aggrappato a Jack.
«Rilassati e scalcia» istruì Jack. Le sue labbra erano dure
di freddo, il fiato offuscava l'aria. Il ragazzo si avvinghiò,
così Jack gli passò un braccio intorno al collo e si mise
a nuotare.
Il molo era a sei, sette metri. Poteva farcela.
Quanti minuti erano passati? Tre? Cinque? Di più?
Sam era sulla scaletta del molo, le braccia protese verso
di loro. Lui e l'altro ragazzo afferrarono l'amico per le
braccia.
Jack si stava già allontanando a nuoto.
«Posso aiutarla!» chiamò Sam.
«Resta lì» ordinò Jack.
Era scosso da un tremito. No, da brividi. Brutto segno.
Era ipotermia, della serie smettila di cazzeggiare.
L'ultimo ragazzo, il conducente... doveva essere morto.
Annegato, se non era stato ucciso dall'impatto. Anche
Jack probabilmente... com'era quella frase?... sarebbe
morto nel tentativo di salvarlo.
Faceva fatica a pensare. Avanzata ipotermia.
C'era tanto silenzio ora, il cielo rosso sopra la sua testa,
l'acqua gelata tutt'intorno.
Il freddo non faceva più tanto male.
I fari dell'auto erano ancora accesi. Jack non capiva come
fosse possibile.
Un bel respiro, un'esalazione, un respiro ancora più profondo
e fu di nuovo sotto, nuotava più veloce che poteva,
eppure andava troppo lento.
L'auto si era adagiata su un fianco, dal lato del conducente,
sul fondale del lago. Tre metri di profondità, a occhio
e croce. Un pesce nuotò davanti ai fari, poi sparì nell'oscurità.
Jack cercò di aprire la portiera del passeggero, ma era
chiusa a chiave o si era incastrata. Il finestrino però era
infranto. Il cruscotto ancora illuminato. L'orologio indicava
le 4,41.
Si protese verso il conducente, che sembrava stranamente
in pace, con le braccia che fluttuavano, i capelli che
ondeggiavano nella corrente. Gli occhi chiusi. Quasi sicuramente
morto. Non aveva la cintura di sicurezza, un
grosso squarcio era visibile sulla sua fronte, nero contro il
candore della sua pelle, e un rivoletto di sangue saliva in
un pigro mulinello scuro.
Nessuna bollicina, il che significava che non respirava.
Jack afferrò il corpo e tirò.
Il ragazzo non si mosse.
Presto Jack avrebbe dovuto riemergere, o sarebbe annegato.
E forse non sarebbe stata una brutta morte. C'era un
bel blu intenso tutto intorno a lui.
Tirò di nuovo. Un piccolo movimento, ora, ma Jack aveva
un'oppressione al petto, doveva respirare, e se non fosse
risalito subito, subito, sarebbe annegato, nonostante
tutto l'addestramento della Marina.
Anche sua nipote aveva diciotto anni.
Se fosse capitato ad Abby, lui avrebbe voluto che il soccorritore
facesse un ultimo tentativo.
Tirò con tutte le sue forze, puntando le gambe contro la
macchina, e l'aria che ancora aveva nei polmoni uscì in un
fiotto di bolle.
E all'improvviso si stavano muovendo, salivano, e come
fosse possibile Jack non avrebbe saputo dirlo perché non
riusciva più a pensare, ma ce la stavano facendo, un centimetro
alla volta, e poi ci fu il cielo, rosso e violaceo e di
una bellezza sconvolgente, e l'aria gli faceva l'effetto di
aghi di ghiaccio nei polmoni, ma era così bello il suono dei
suoi ansiti che lacerava il gelo.
I suoi ansiti. Non quelli del ragazzo.
Lo tenne stretto e continuò ad andare. Non era facile.
Una sirena lacerò l'aria, seguita da un'altra. Polizia e
vigili del fuoco in arrivo.
Il molo era ancora talmente lontano. Jack chiuse gli occhi,
la sua testa tornò a scivolare sott'acqua. Merda. Scalciò
più forte, le sue gambe avevano movimenti inconsulti
ormai.
Il ragazzo era immobile. Nessun respiro, non un colpo di
tosse. Non opponeva resistenza.
Jack sentiva l'ossigeno raspargli i polmoni.
L'acqua schizzava ogni volta che il suo braccio colpiva
pesantemente la superficie in una pallida imitazione del
nuoto. Con l'altro braccio teneva stretto il ragazzo e, Dio,
quanto era dura.
Non erano ancora arrivati. Non ancora. Tra una bracciata
e l'altra, la faccia di Jack affondava sempre di più
nell'acqua. Bevve e tossì.
Un ultimo sforzo. Sam Miller, aggrappato alla scaletta
del molo, lo afferrò. Dio benedicesse Sam Miller.
Gli altri ragazzi si protesero e agguantarono l'amico inerte,
tirandolo su per la scaletta. Avevano il ghiaccio sui
capelli, ora. Uno dei ragazzi stava singhiozzando.
Sam allungò una mano verso Jack, e meno male perché
Jack non credeva che ce l'avrebbe fatta a salire da solo.
Grondava acqua e cadde in ginocchio. «Sul fianco» riuscì a
dire, e loro ubbidirono, girando il ragazzo privo di conoscenza
sulla sinistra.
«Oh, cazzo, Josh» sussurrò il ragazzo che singhiozzava.
«Josh, per favore.»
Josh. Giusto. Josh Deiner. Un piantagrane.
Era troppo buio ora per vedere se fosse uscita dell'acqua
dalla bocca di Josh. Jack lo spinse sulla schiena e iniziò le
compressioni al petto. Non si sentiva più le mani, ma non
era un lavoro di precisione, solo spingere, spingere, spingere,
i gomiti stretti, veloce e con forza.
Le sirene erano più forti.
Sam soffiò nella bocca di Josh.
Uno... due... tre... quattro... cinque...
Dio, quanto era stanco.
E poi vide i lampi rossi e blu e udì dei passi di corsa sul
molo.
«Jack, facciamo noi» si alzò una voce. Levi. C'era anche
Emmaline Neal, un'altra poliziotta e una brava giocatrice
di hockey. Si inginocchiarono e ripresero a comprimere.
Sentì uno sferragliamento. Jessica Dunn e Gerard
Chartier stavano arrivando di corsa con la barella.
«Asciugatelo!» ordinò qualcuno. «Deve essere asciutto
per potergli dare la scossa elettrica.»
C'era una folla di gente adesso, intorno a loro. I tre ragazzi
furono avvolti nelle coperte e portati via, le facce
bianche nella luce violetta.
Il sole stava ancora tramontando. Com'era possibile?
Sembravano passate ore.
Qualcuno mise una coperta sulle spalle di Jack, poi gli
passò un braccio intorno alla vita e lo condusse lungo il
molo, reggendolo quando barcollava. I tre ragazzi salirono
su una delle due ambulanze della città.
L'altra sarebbe stata per Josh.
«Ti portiamo al caldo» disse la persona al suo fianco.
Era Emmaline. Huh. Lui pensava che fosse rimasta con
Josh. Aprì la portiera dell'auto della polizia e lo spinse
dentro gentilmente.
«E morto?» chiese Jack.
Lei si girò verso il lago. «Sai come si dice, no? Non è
morto finché è caldo e morto. Preoccupiamoci di te ora,
okay?»
Stava per chiudere la portiera quando si avvicinò Sam
Miller. Aveva la faccia rubizza, ora. Si stava scaldando.
«Grazie» disse, la voce rotta. «Ci ha salvati tutti.»
Ma non era così, perché il corpo di Josh Deiner era ancora
sul molo, e Levi e Gerard erano in ginocchio accanto a
lui come se pregassero.
I media, sempre amanti del sensazionalismo, lo chiamarono
il Miracolo d'inverno. E per qualche giorno, fu una
notizia a livello nazionale. Persino il grande Anderson Cooper
arrivò in città a intervistare i tre ragazzi, Sam Miller,
Garrett Baines e Nick Bankowski. Superato lo shock
stavano bene, a parte Nick che aveva il naso rotto. I loro
genitori piansero e definirono Jack un eroe, un angelo, la
mano di Dio. Venne intervistato un ex SEAL della Marina,
il quale confermò che si era trattato di un salvataggio
memorabile.
In qualità di portavoce della polizia, anche Levi dovette
fare una dichiarazione. Quando Anderson gli chiese se
Jack fosse davvero suo cognato, Levi rispose che sì, lo era.
Quando gli fu chiesto che tipo fosse, Levi disse: «È un bravo
ragazzo». Tutto qua, e Jack gliene fu grato.
Gli arrivarono richieste di interviste da parte di
cinquantasette emittenti. Jack non ne rilasciò una.
Quella sera, al pronto soccorso, suo padre lo abbracciò a
lungo. La voce del nonno si incrinò quando gli disse che
era fiero di lui. Le sue sorelle lo coccolarono e Abby pianse,
e persino suo nipote aveva gli occhi lucidi. La signora
Johnson gli preparò i suoi piatti preferiti per tutta la settimana
successiva, e così fece sua nonna, per non essere da
meno. Quindi, in casa c'era un sacco di cibo. Jack si sforzò
di mangiarlo.
Josh Deiner non poteva rilasciare dichiarazioni, dato
che era in coma. Si era verificato un danno cerebrale. Era
attaccato a un respiratore.
Di notte, quando Jack non riusciva a dormire, vedeva il
corpo immobile, inerte di Josh Deiner sdraiato sul molo di
legno, con il ghiaccio che si formava sulle sue ciglia, dato
che non c'era battito cardiaco a scaldarlo. Vedeva la faccia
della ragazza di Josh, mentre singhiozzava sulla spalla di
Anderson Cooper. E sentiva, insistentemente, ripetutamente,
le parole che gli aveva sputato addosso la madre di
Josh, al pronto soccorso.
Lo ha lasciato per ultimo. Era quello che aveva più bisogno
di lei, e lo ha lasciato per ultimo.

 Capitolo 6.

Emmaline era seduta davanti al computer, con Carol Robinson
che batteva un dito sul monitor. «Questo qui è carino.
Begli occhi.»
Era vero. «Sì, ma guarda. Aggressione aggravata.»
«E questo lo esclude?»
«Sì, Carol.»
«Sei talmente difficile. E va bene, chi è il prossimo?»
Tutte e due fecero una smorfia vedendo la foto successiva:
uno senza denti.
«Che cosa divertente» esclamò Carol. «Molto più interessante
delle ricerche immobiliari. Oh, questo è sexy.»
Emmaline cliccò per avere maggiori informazioni. «Attualmente
in una prigione federale. Dannazione! Tutti
quelli belli sono dietro le sbarre.»
«Cosa fate?» chiese Levi. Le due donne gli lanciarono
un'occhiata, poi tornarono a fissare il monitor.
«Stiamo cercando un uomo che accompagni Em alle nozze
del suo ex» spiegò Carol.
«Hai spedito quel rapporto, come ti avevo chiesto?»
«Non ancora» sbuffò Carol. «E non guardarmi così, Levi.
Ti ho cambiato i pannolini.»
«No, non l'hai fatto.»
«Ma avrei potuto. Sono abbastanza vecchia da essere
tua madre.»
«Nonna, direi.»
«Come osi!»
Levi lanciò alle due donne un'occhiata tollerante. «Em?
Manningsport ha un tasso di crimini così basso da lasciarti
il tempo per questo?»
«Sono le cinque passate, e sì» fece notare Emmaline.
«Quel cavolo di cerimonia è fra otto giorni, e ancora non...»
«Sentiti pure libera di tenere per te la tua vita personale,
Em» la interruppe lui. «Come faccio io.»
«Oh, sicuro. Chiami Faith venti volte al giorno...»
«Le telefono tre o quattro volte al giorno, dato che è mia
moglie e aspetta un bambino ed è pieno inverno e voglio
assicurarmi che...»
«Questo! Questo!» strillò Carol. «Se non ci esci tu, lo faccio
io.»
Em guardò. Oh sì, il tizio era un gran fusto: capelli neri
e occhi verdi che teneva un tantino troppo aperti.
«Sembra uno psicotico.» Storse il naso.
«Per forza, chi sembra normale in una foto segnaletica?»
Carol sbuffò. «Non essere schizzinosa. Nemmeno Robert
Downey Jr. verrebbe bene, e accidenti! Neanche vederlo
mangiare una lattina di cibo per gatti mi scoraggerebbe
dall'andare a letto con lui.»
«Discorsi inappropriati per un luogo di lavoro, Carol» la
rimproverò Levi. «E comunque, agente Neal, credevo che
ti accompagnasse mio cognato.»
«Chi? Jack? No.»
«Faith mi ha detto che glielo avrebbe chiesto.»
«Eh?» squittì Emmaline. «Come faceva a sapere che ho
bisogno di un cavaliere?»
Levi le lanciò un'occhiata da martire. «E stato annunciato
da O'Rourke l'altra sera. E tu non parli d'altro.»
«Non è vero!»
«Sì che lo fai. Inoltre, potrei aver accennato alla cosa
nella speranza che tu torni a concentrarti sul lavoro.»
«Oh, per favore. Chi ha risposto a sette chiamate d'intervento,
ieri, huh? Non certo Everett, capo.» Levi inarcò
un sopracciglio e aspettò. «E comunque...» aggiunse lei. «Io
non voglio andarci con Jack.»
«Perché no?» chiese Carol. «Io ci uscirei, con Jack. È adorabile.
Ha due occhi!»
«Grazie, Carol» disse una voce nuova e, cacchio, era proprio
Jack! «Ciao, Em.»
«Ciao» borbottò lei.
Sì, le rivolgeva la parola. Certo che lo faceva. Era educato.
Giocavano a hockey insieme (con altre dieci o dodici
persone). Quando veniva alla stazione di polizia, cosa che
faceva di tanto in tanto per parlare con Levi, le diceva
sempre ciao (e stammi bene). Se lo vedeva da O'Rourke, le
diceva ciao (e stammi bene).
E, ovviamente, il giorno del Miracolo d'inverno, le aveva
chiesto se Josh fosse morto.
Niente di più.
Jack incrociò le braccia sul petto e la guardò. «Faith mi
ha detto che stai cercando un accompagnatore per andare
a un matrimonio.»
«Sì.»
«Non startene seduta lì come un sacco di patate» sibilò
Carol. «Sorridigli. Che alternative hai? Un ergastolano?»
«La cosa non ti creava problemi, dieci secondi fa.»
«Sorridi!»
Emmaline cercò di farlo. Carol aspettava. Levi aspettava.
Jack aspettava.
Aveva accennato al fatto che Jack era un uomo estremamente
attraente?
«Okay» annuì. «Forse potremmo parlarne davanti a una
birra.»
«Sicuro.»
«Ci vediamo da O'Rourke verso le sei?» Così poteva fare
un salto a casa, portare fuori il cucciolo e prepararsi psicologicamente.
«Perfetto» approvò Jack. «Ciao a tutti, gente!»
«Va'!» esclamò Carol. «Mettiti qualcosa di femminile. Un
po' di profumo. Gli uomini lo adorano. Non è così, Levi?»
Emmaline uscì, lieta del breve tragitto in macchina che
le dava tempo di pensare. Abbassò il finestrino e lasciò
che l'aria gelida le rinfrescasse le guance.
Bene, allora. Si sarebbe portata Jack. Ovvio che lo avrebbe
fatto. Quando un dio greco si offre di accompagnarti
a un matrimonio, un matrimonio in cui vuoi disperatamente
attirare l'attenzione dello sposo, non dici di no.
Anche se questo significava la perdita della dignità. Anche
se ci mancava solo una transazione di contanti, e sarebbe
stato prostituzione. La verità era che Em avrebbe
preferito andarci con un estraneo perché, per qualche misterioso
motivo, le sembrava più accettabile. Jack era una
persona che vedeva abitualmente. Una persona che avrebbe
potuto (Dio la scampasse) compatirla.
Si chiese perché Jack ci stesse. Non l'aveva mai invitata
a uscire. Non era nemmeno sicura che lui sapesse che era
femmina, per tutto l'interesse che le aveva mostrato finora.
Ma le tornò in mente il giorno in cui era arrivata a
Manningsport con il cuore a pezzi. L'aveva presa una
strana, terrificante sensazione mentre portava dentro gli
scatoloni. Era una situazione surreale. Sì, surreale. Davvero
stava succedendo? Si stava trasferendo lì? Invece di
sposarsi? Era un'umida mattinata d'aprile, con la pioggia
che scherniva le coraggiose gemme della magnolia della
nonna, ed Em aveva l'impressione che non si sarebbe più
scaldata. Mai più avrebbe avuto Kevin accanto a sé a letto.
Non piangere, si era detta. Fatti forza. Sei stata mollata,
e allora? Prima o poi capita a tutte.
Questo non impediva a lacrime cocenti di rigarle le
guance.
Poi un pickup si era fermato, ed era sceso un uomo.
«Serve una mano?» aveva chiesto e, senza aspettare una
risposta, aveva afferrato uno scatolone e lo aveva portato
dentro il piccolo bungalow. «Io sono Jack Holland. La mia
famiglia è proprietaria dei vigneti Blue Heron.»
«Emmaline Neal» si era presentata lei, asciugandosi gli
occhi con la manica.
«Benvenuta in città.» Jack aveva sorriso, ignorando cortesemente
le lacrime di lei (se fosse stato un serial killer,
non gli sarebbe importato se stava piangendo, l'avrebbe
ammazzata e a Kevin sarebbe stato proprio bene!), poi era
tornato alla Subaru a prendere un'altra scatola.
Em ricordava gli Holland: era stata una classe avanti a
Faith a scuola. Jack probabilmente non era un serial
killer. Avrebbe voluto dirgli che aveva vissuto lì per quattro
anni, che una volta aveva giocato a casa sua da bambina.
Ma il crepacuore la stava ingoiando viva, e se avesse
aperto bocca ne sarebbe uscito un singhiozzo. Non avrebbe
dovuto trovarsi lì. Avrebbe dovuto essere in Michigan con
l'amore della sua vita. Le sue nozze avrebbero dovuto essere
celebrate da lì a sette settimane.
Insieme a Jack aveva scaricato il resto delle scatole in
silenzio. «Ci vediamo presto» aveva detto lui, poi se n'era
andato.
Ogni volta che lo aveva incontrato, da quel momento,
Jack Holland le aveva detto ciao. Brevemente Em aveva
cullato una fantasia in cui Jack si innamorava di lei, e
Kevin sarebbe stato pazzo di gelosia e avrebbe lasciato
l'orrenda Naomi. Ma no. Jack si era fidanzato poco dopo
che Em si era trasferita in città e poi si era sposato.
Era rimasto un bravo ragazzo. Anche sua moglie era
gentile; Jack le aveva presentate una volta da O'Rourke.
Hadley era la femminilità in persona. Vestiva sempre con
abiti o gonne. Quando veniva da O'Rourke beveva cocktail
rosa e mangiucchiava foglie di lattuga.
I bene informati della città dicevano che non meritava
uno come Jack.
Era saltato fuori che era vero. Quando il matrimonio di
lui era imploso, le malelingue si erano scatenate. Hadley
lo aveva tradito, dicevano. Se n'era andata con l'ex operatore
di borsa proprietario di Dandelion Hill, il quale era
morto (facendo sesso, pareva) poco dopo.
Ciononostante, Jack era rimasto Mister Bravo Ragazzo.
Non si era ubriacato, non era andato a letto con le tante
donne che avevano una cotta per lui, non aveva spaccato
una finestra con un pugno.
Em l'aveva sempre trovato attraente. Era andata a
sbattergli addosso una sera, durante una partita di hockey,
e per un istante erano rimasti aggrovigliati, ed era
passato tanto tempo da Kevin, un anno e mezzo almeno,
che lei aveva scordato cosa volesse dire un contatto così
intimo con un uomo, anche se tutti e due erano bardati
con le voluminose protezioni e stavano lottando per il disco.
Poi Em si era liberata, e un attimo dopo stava di nuovo
sfrecciando sul ghiaccio, chiedendosi se anche Jack avesse
provato qualcosa.
Lui non aveva provato nulla. E se sì, continuava comunque
a trattarla con la stessa galanteria che riservava
a Levi o a Jeremy o a Gerard, il che equivaleva a nada.
Ora, Em portò a spasso il cane, gli fece una coccola, gli
diede da mangiare e poi si avviò a piedi verso O'Rourke.
Era talmente imbarazzante.
Jack la aspettava fuori. «Ehi» la salutò, aprendole la
porta.
Al pub c'era la solita gente. Colleen stava sbaciucchiando
il marito. A un tavolo d'angolo erano seduti gli Iskin,
Lorena che parlava ad alta voce come sempre, Victor in silenzio.
I Meering si ignoravano a vicenda. Cathy Kennedy
e Louise Casco erano assorte in una conversazione. C'erano
anche Bryce e Paulie, che si sfidavano a braccio di ferro
a un tavolo. I Knox le fecero un cenno di saluto: Em li aveva
aiutati a radunare le galline che erano scappate in
strada proprio quel mattino.
Emmaline si diresse verso un séparé sul retro del locale
e si tolse il parka.
Cacchio. Si era dimenticata di cambiarsi. La maggior
parte delle sere, passava dalla divisa al pigiama. Be',
pazienza. Amava la sua uniforme. Specialmente la pistola. E
il Taser.
«Ehi, ragazzi. Cosa posso portarvi?» chiese Hannah
O'Rourke.
«Per me una birra. La Cooper's Cave IPA?» ordinò Em.
«Anche per me» annuì Jack.
«Ve le porto subito.» Hannah saltellò via.
Jack non disse nulla. Le sorrise, cosa che le diede una
fitta allo stomaco. «Mmh, vuoi cenare?» gli chiese lei. «Offro
io, naturalmente.»
«Sono a posto, grazie.»
«Bene.»
Hannah tornò con le birre. «Qualcosa da mangiare, questa
sera?»
«No, grazie, Hannah» rispose Jack con un sorriso.
«Bene. Fatemi un cenno se ne volete un'altra.» La cameriera
andò a occuparsi di un altro tavolo. Era graziosa.
Forse Jack avrebbe dovuto uscire con lei.
Vieni al punto, Emmaline.
«Okay, la situazione è questa» iniziò. Scolò metà della
sua birra, poi si asciugò la bocca col tovagliolino. «Il mio
ex fidanzato si sposerà e io non voglio andare al suo matrimonio
da sola, anche se sicuramente posso farlo. Ci saranno
mia sorella e i miei genitori, e perfino Colleen con Lucas,
e non è che io sia una paria o uno zimbello, e non mi
darò fuoco né scoppierò a singhiozzare durante la cerimonia.
È solo che mi farebbe piacere avere un cavaliere, una
specie di scudo umano. Ma posso portare un amico se tu
non vuoi venire.»
«Credevo che anche noi due fossimo amici» osservò
Jack, mite.
«Ah. Già. Certo.» Una pausa. «Senti, Jack. Non occorre
che tu venga. Suppongo tu abbia avuto un paio di settimane
difficili...»
«Mi farà molto piacere accompagnarti. Grazie di avermelo
chiesto.»
«Per la verità, non te l'ho chiesto. Ti sei offerto.» Ora
sembrava proprio una bisbetica. «Oppure te lo ha chiesto
tua sorella, ma io non le ho chiesto di chiedertelo.» Smettila
di parlare a vanvera, consigliò il suo cervello. La bocca
non ubbidì. «Il punto è che non devi sentirti tenuto a venire.
Voglio dire, certo, sarebbe carino andarci con uno che
sembra un dio greco...» A questo punto lui sorrise. «Ma
non sono una di quelle donne che...»
«Ciao, Jack.»
Ommerda. Era Hadley. La spettacolare ex moglie con
quel nome così figo.
«Ti ho visto seduto qui e ho pensato di venire a salutarti.»
Era stupenda. Cacchio. Aveva anche un profumo fantastico.
Enormi occhi castani, capelli biondi che sembravano
seta, guance rosee, viso a forma di cuore, labbra sensuali.
Indossava un abitino di jersey verde, leggings color cammello
e deliziosi stivaletti di camoscio ai minuscoli piedi.
Em calcolò che i propri fianchi dovevano essere due volte i
suoi. E se Hadley si fosse girata, Em non sarebbe stata
sorpresa di vedere due ali, con le quali si sarebbe librata
in volo per spargere polverina magica.
«Hadley.» Jack si alzò, torreggiando su di lei. «Lei è la
mia amica Emmaline Neal. Emmaline, forse ti ricorderai
della mia ex moglie.»
La bionda le rivolse un sorriso radioso che non le arrivò
agli occhi. «Hadley Holland. Lieta di conoscerla.»
Quindi, aveva mantenuto il cognome da sposata. Interessante.
«Ci siamo già incontrate, per la verità.»
«Davvero? Mi scusi tanto. Vedo che è una agente di polizia?»
«Sì.»
«Ammiro tantissimo le donne capaci di farsi strada in
un mondo prevalentemente maschile. Io non resisterei un
singolo giorno! Suppongo di non essere abbastanza tosta.
Non mi vedo proprio a inseguire un criminale e a placcarlo.
Santo cielo! Lei deve essere talmente forte.»
«Ci sta provando con me?» scherzò Em.
«Oh, Dio la benedica, no!» Hadley rise allegramente. «È
solo che sono una decoratrice d'interni. Niente pistole o inseguimenti
per me! Mi limito a scegliere quadri e tessuti.»
Em fu costretta ad ammirare l'abilità con cui la donna
aveva sottolineato la loro diversità. Hadley, delicata e artistica.
Emmaline, mascolina e brutale.
«Cosa posso fare per te, Hadley?» chiese Jack.
«Volevo solo... vedere come stai, suppongo» rispose Campanellino.
«Come va, Jack?» Gli posò una mano sul braccio.
Bella manicure.
«Sto benone.» L'espressione di lui era neutra.
«Sono così lieta di sentirlo.» Hadley sorrise (leggiadramente,
tragicamente). «Jack, ho parlato con Frankie oggi.
Sai quanto ti adora. E ancora di più adesso, dopo il grande
salvataggio. Si è vantata con tutti i suoi amici che sei suo
cognato!»
«Ex cognato.»
«Oh, lei non ti vede come un ex» ribatté Hadley soave.
«Ma non volevo interrompere la vostra serata. Jack, ti telefono
per quella cena. Arrivederci, Evelyn! E stato un vero
piacere conoscerla!»
E con ciò, Hadley agitò le dita e fluttuò via. Jack si appoggiò
all'indietro e bevve un sorso di birra. Emmaline notò
che non aveva rifiutato l'invito a cena.
«Allora» fece lui. «Quando partiamo?»
«Giusto. Dobbiamo parlare di un'altra cosa. La cerimonia
sarà di sabato. A Malibu, perciò ovviamente pagherò
io il tuo biglietto aereo, l'albergo e il resto.»
«No.»
«Sì che lo farò.»
«Non è necessario.»
«Se non posso pagarti il volo, Jack, non vieni.»
Lui si strinse nelle spalle. «Va bene. Quindi, una volta
là, io fingerò di essere il tuo ragazzo...»
«No, no» lo interruppe Emmaline. «No. Come ho già detto,
voglio solo un amico.» Sospirò, poi si strofinò gli occhi.
«Non è necessario che tu venga, Jack, davvero. Allison
Whitaker non chiederebbe di meglio che lasciare i suoi
marmocchi a casa e accompagnarmi.»
«Ma tu vuoi andarci con un uomo, altrimenti non avresti
guardato le foto segnaletiche con Carol.»
«Be', sì. Se mi porto Allison, i miei genitori non crederanno
mai che sono etero.»
«Lo sei?»
«Sì! Ero fidanzata con lo sposo, no? Non sono lesbica!»
Doveva abbassare la voce. «Solo... loro credono che io lo
sia.»
Jack non la stava guardando. I suoi occhi erano su Hadley,
che si era appollaiata da sola al bancone e cercava di
attirare l'attenzione di Colleen. «Scusami un secondo» disse,
alzandosi. Andò da Colleen, le disse qualcosa, poi tornò
indietro. Colleen tirò un sospiro esagerato, ma prese un
menu, si avvicinò a Hadley e glielo porse.
Grazie alle sue eccellenti capacità deduttive, Emmaline
immaginò che Colleen stesse deliberatamente ignorando
l'ex signora Holland, e che Jack le avesse appena chiesto
di piantarla.
Quindi. La Principessa era tornata in città e stava spargendo
la sua polverina magica su Jack. E anche se tutti
sapevano che Hadley lo aveva tradito, gli uomini per certe
cose erano proprio scemi. Donne belle come Hadley (e Naomi
Norman) erano capaci di imbambolarli.
«Allora quando partiamo?» ripeté Jack, sedendosi.
«Giovedì?»
«Giovedì è perfetto.»
Lei fece una pausa. «Okay. Grazie, Jack.»
«Figurati. Mi fa piacere andare in un posto caldo.»
«A Malibu fa sempre bello. Tutti i giorni dell'anno, o
quasi.»
Lui finì la sua birra. «Mandami tutti i dettagli sul volo e
sull'albergo, così posso prenotare.»
«Ci penso io. Tu non spenderai un centesimo in questo
viaggio.»
Il sorriso di lui fu così caldo che fu come se le avesse posato
sulle spalle una soffice coperta. «E bla bla bla bla»
disse. Be', probabilmente aveva pronunciato delle parole
sensate, ma Em non sentiva nulla al momento, dato che
era stata ridotta in punto di morte dalla bellezza di quel
sorriso, da quei luminosi occhi azzurri, dai capelli biondi
scompigliati, da... da quello spettacolo che era Jack Holland.
Poi lui si alzò, le strinse una spalla e uscì, salutando i
gemelli O'Rourke e facendo un cenno all'ex moglie, la quale
si illuminò e lo ricambiò agitando dita lievi come farfalle.
Il che guastò un po' la beatitudine di Em.
Anche così, ci vollero cinque minuti buoni prima che si
fidasse delle proprie gambe al punto di alzarsi.
Non innamorarti di quest'uomo, si ammonì severa. Molto
severa.
Ma l'impronta calda della mano di lui le faceva ancora
formicolare la spalla.
Quello era un disastro annunciato.

 Capitolo 7.

«Lascia fare a me.» Jack le lanciò la sua più severa occhiata
da fratello maggiore. Non funzionò. Ora che ci pensava,
non funzionava mai.
«Ce la faccio. Sono in grado di mettere nella cappelliera
una stupida valigia.» Em era di cattivo umore, ma lui non
poteva biasimarla, data la loro destinazione. Una pausa.
«No, grazie, volevo dire.»
«La prendo io» intervenne un'assistente di volo, strappando
la valigia dalle mani di Emmaline. «Accomodatevi,
torno subito con lo champagne.»
«Perché l'hai fatto?» sibilò Em.
«Perché sono alto quasi un metro e novanta e i sedili
della classe economica sono fatti per nani pelle e ossa» ribatté
lui, lasciandosi cadere sulla poltrona di pelle.
«Bene. Ma perché hai fatto l'upgrade a me?»
«Perché non sei una nana pelle e ossa.»
«E un insulto?»
«Dici? Ti piacerebbe essere una nanetta pelle e ossa?
Perché anche se ti comporti come Brontolo...»
«Okay, okay. Va bene. Mi siedo qui. Ma non mi piace.»
«Certo che ti piace. Siamo in prima classe. Rilassati,
Emmaline.»
Lei si buttò sul sedile, e Jack sogghignò. Era così poco
rilassata che c'era quasi da ridere.
Da parte sua, Jack era contentissimo di andare a quelle
nozze. Era grato a Kevin e alla sua sposa per aver invitato
Emmaline con un accompagnatore. Non vedeva l'ora di
arrivare all'estremità opposta del continente. Non si sentiva
così bene da prima dell'incidente. Si sarebbe allontanato
da tutti quelli che insistevano per stringergli la mano
e offrirgli una birra, dal cibo che la madre di Sam Miller
continuava a portargli, dal parcheggio dell'ospedale,
dalla propria bene intenzionata ma onnipresente famiglia,
da Hadley che veniva a salutarlo un giorno su due.
Se la sua compagna di viaggio era irritabile, era un piccolo
prezzo da pagare.
L'assistente di volo tornò con due calici di champagne.
«Grazie» disse Jack.
«Di nulla.» La donna sorrise a entrambi. «Volare la innervosisce?»
chiese a Em.
«Oggi sì» rispose lei, buttando giù lo champagne. «Oh,
cacchio! Ho dimenticato il balsamo per capelli!»
«Ci saranno sicuramente dei negozi a Los Angeles»
mormorò Jack.
«Ma non ci troverò il prodotto che uso io. Lo ordino Online.
Viene dalla Sicilia. E roba forte. In Sicilia si intendono
di capelli crespi. Non si trova in America.»
«Lo fanno con ali e lentiggini d'angelo?»
Lei prese lo champagne di lui e scolò anche quello. «E
col sangue delle fate neonate, sì.»
L'assistente di volo si tenne appiccicato sulla faccia
quell'imperturbabile, un po' inquietante, sorriso. «Fatemi
sapere se c'è qualcos'altro che posso portarvi.» E si spostò
alla fila successiva.
Emmaline armeggiò con il telefonino, poi allacciò e
slacciò la cintura di sicurezza alcune volte. Si tolse l'elastico
dai capelli e si rifece la coda. Aprì la tendina. Chiuse
la tendina. Cercò di infilare il proprio calice nella tasca
del sedile. Lo mise sul tavolinetto. Lo tolse dal tavolinetto.
«La smetti di agitarti, per favore?» Lui le tolse di mano
il bicchiere. «Calmati. I tuoi capelli saranno perfetti. Ci
divertiremo.»
«I miei capelli saranno un disastro, Jack. Ed è il matrimonio
del mio ex fidanzato. Sarà divertente quanto
un'impiccagione.»
«Il cibo sarà migliore, però.»
«Ne dubito. Sono vegani.»
«Adesso me lo dici? Quando sono intrappolato su un aereo?»
Emmaline era graziosa quando sorrideva, pensò Jack.
Certo, non era al suo meglio in quel momento: capelli tirati,
non un filo di trucco, tuta grigia che gridava non
guardatemi, sono asessuata!
Lui si chiese se lo fosse davvero. Gli era sempre sembrata
piuttosto vitale. Certo, i suoi rapporti con lei si erano
limitati a un Ciao, Em. Arrivederci, Em alla stazione
di polizia o da O'Rourke e all'occasionale contatto fisico
durante una partita di hockey (molto più divertente che
scontrarsi con Gerard Chartier).
«Non ci conosciamo bene, eh?» le chiese.
«Suppongo di no.» Em ricominciò ad armeggiare con il
tavolinetto, così lui le prese la mano.
«Rilassati. Non è stiamo mica andando al patibolo.»
«Sarebbe niente in confronto a questo.»
L'aereo cominciava a rullare sulla pista. Emmaline ritirò
la mano per aggrapparsi ai braccioli. «Allora, vediamo.
Cosa posso chiederti? Ti piace avere delle sorelle?»
«No. Ne vuoi qualcuna?»
«Ne ho già una. Angela. Ti piacerà. È bellissima.» Le
sue nocche si sbiancarono.
«Parlami degli sposi.»
Lei inspirò a fondo. «Giusto. Kevin Bates e Naomi Norman.»
«Le nozze Norman-Bates? Come quello di Psycho?»
Un altro sorriso le tirò le labbra. Aveva una bella bocca,
rosea, piena e dolce.
Ah. Stava parlando, e le parole le uscivano a raffica.
«Dunque, lui è stato il mio ragazzo dalla terza media in
poi. Abbiamo frequentato la stessa università, abbiamo
vissuto insieme e sembravamo felici. Io lo ero, comunque.
Poi lui si è innamorato di un'altra e... ed è tutto.» Si strinse
nelle spalle e guardò dal finestrino.
Jack era cresciuto tra donne. Ne aveva frequentate parecchie.
E aveva un debole per quelle in difficoltà. Aveva
invitato Ève Mikkes al ballo del diploma, da ragazzo, perché
era dolce e divertente, e da piccola era rimasta vittima
di un incendio che le aveva lasciato delle brutte cicatrici
sulla faccia e sulle mani. In quegli ultimi anni, aveva
accompagnato varie amiche a cinque riunioni di ex alunni,
a tre matrimoni e a una festa per le nozze d'oro.
Quindi sapeva riconoscere una donna col cuore infranto.
«L'amore della tua vita, eh?» chiese.
Em gli lanciò un'occhiata, poi riportò lo sguardo sulle
nuvole. «Già.»
Lui tornò a prenderle la mano e le diede una stretta.
«Stammi vicino, piccola. Prometto che ci divertiremo.»
Emmaline aveva incontrato Quello Giusto in terza media
durante una partita di palla avvelenata, gioco che era
una dimostrazione del fatto che i prof di ginnastica odiano
i ragazzini. Alcuni anni prima, i genitori di un allievo
avevano fatto causa alla scuola per eliminare la palla avvelenata,
ma qualcun altro aveva intrapreso un'altra azione
legale per reintrodurla, e anche se era ancora oggetto
di polemiche, il temuto sport era ancora permesso, apparentemente,
perché la signora Goldberg stava sogghignando
diabolicamente e accarezzava il suo fischietto.
Emmaline era già un bersaglio per i compagni di classe.
Non aveva bisogno di essere presa di mira con palle di
gomma rossa. Ma il momento peggiore, come tutti sapevano,
era la scelta per la formazione delle squadre.
Lei cercò di apparire casuale e rilassata, anche se aveva
le mani sudate e il cuore a mille, quando iniziò l'orribile
rituale. Lyric Adams (figlia di una rock star di mezz'età
e della sua quarta moglie) e Seven Finlay (figlio di una
premiata attrice britannica e del suo terzo marito) erano
stati elevati dalla signora Goldberg all'onore di esaltare o
distruggere l'ego dei loro compagni, a uno a uno.
«Ireland» chiamò Lyric, e Ireland, figlia di produttori
cinematografici, chinò graziosamente il capo come per accettare
un Oscar e si mise a fianco dell'amica.
«Milan» controbatté Seven.
La maggior parte dei compagni di classe di Emmaline
portavano il nome di un luogo: oltre a Milan, c'erano due
Paris, due London, uno York, una Dallas e una Boston.
Sembrava più una lezione di geografia che una di ginnastica
ma, ehi, Emmaline non si prendeva in giro: le sarebbe
piaciuto da morire avere un nome figo ed essere una
ragazza popolare. Ma si sarebbe accontentata anche di
meno: le sarebbe piaciuto potersi girare verso il ragazzo
nuovo e fare una battuta su quei nomi da mappa e su come
loro fossero due emarginati, con quei nomi banali.
Non le era possibile, però.
«Jupiter!» chiamò Lyric scrollando i capelli.
«Diesel» replicò Seven.
L'altro paria si era trasferito lì da una città che la
maggior parte dei compagni di Em non aveva mai sentito
nominare. Tacoma. I suoi genitori non lavoravano nell'industria
cinematografica, e così anche lui era stato etichettato
come un indesiderabile. Inoltre, aveva un nome umano,
il che non aiutava.
Kevin. Kevin Bates.
Kevin era anche... pausa drammatica... grasso.
A Malibu, era più socialmente accettabile essere un eroinomane
o un assassino che in sovrappeso. Quando era
entrato nell'aula di Algebra, i compagni di Emmaline lo
avevano fissato come se gli fosse cresciuto un capezzolo
sul mento. A loro discolpa andava detto che molti di loro
non avevano mai visto una persona grassa. Non a Malibu.
Non sulle curatissime spiagge né sulle montagne esclusive
dove le loro famiglie andavano in vacanza. Essere
grasso? Chi si sarebbe azzardato?
Perché i suoi genitori non gli avevano fatto fare un bypass
gastrico? Un'addominoplastica o una liposuzione?
Come minimo, perché non l'avevano mandato in una clinica
di dimagrimento? Perché non correggere qualcosa
che rendeva la vita tanto difficile? A Malibu, sembrava
che i bambini imperfetti venissero buttati nell'oceano, oppure
mandati a vivere in uno stato più normale.
Il primo giorno di scuola, l'insegnante aveva chiesto a
Kevin di parlare di sé alla classe e gli altri ragazzi lo avevano
tempestato di domande... Certo, era grasso, ma questo
sarebbe stato tollerato se fosse stato, diciamo, il figlio
di Steven Spielberg.
La madre di Kevin faceva la commercialista, suo padre
era un programmatore di computer.
La campana a morto. E sarebbe stato lo stesso anche se
la mamma di Kevin avesse vinto il Nobel per l'economia o
suo padre avesse inventato la macchina del tempo. Kevin
non cenava con star del cinema, non veniva a scuola in limousine
ed era grasso. Era una nullità, ciao-ciao.
Em conosceva la sensazione. Lei non era grassa. Per la
verità non era neanche esile, per gli standard californiani.
Aveva una corporatura solida, niente struttura ossea
da topolino o disordini alimentari. Ma il suo problema
non era il fisico.
Era la balbuzie.
Aveva sempre lottato contro le parole. Anni e anni di
sedute di logopedia erano serviti a poco. Se la cavava solo
se era rilassata, spontanea o se aveva un interlocutore
paziente, e anche così la conversazione non fluiva.
La pazienza non era una qualità tipica degli adolescenti.
Non essere in grado di dare una risposta immediata,
non essere mai sicura di quando le si sarebbe chiusa la
gola e avrebbe emesso quegli orribili suoni intermittenti
mentre la classe la fissava con affascinato orrore... Questo
la rendeva un bersaglio facile.
Non contava che Emmaline si fosse conquistata la cintura
nera di aikido all'età di undici anni. Che fosse portata
per lo sport. Che fosse alta, intelligente e avesse ottimi
voti. I suoi compagni si facevano trascinare dalla cricca
dei ragazzi popolari e maligni, vampiri che sembravano
contenti solo se si nutrivano delle miserie altrui.
Quando era più piccola, Em si era difesa con le mani.
Ma in quinta, i genitori di Asia Redding avevano minacciato
di fare causa ai Neal se Emmaline avesse spinto
un'altra volta Asia durante l'intervallo. E che importava
se Asia imitava impietosamente la balbuzie di Em da anni?
L'unico modo che Em aveva di difendersi era di fìngere
(malamente) che non le importasse. Aveva perfezionato
uno sguardo imperturbabile e indossava Doc Martens e
indumenti neri. Aveva imparato il linguaggio dei segni
per le parolacce che la balbuzie le impediva di dire.
I suoi genitori le dicevano di farci su una risata o di ignorare
i compagni. Ma i suoi genitori erano psicologi infantili,
quindi non avevano idea di come si comportassero
i bambini. Almeno, fìngere di essere una tosta le impediva
di far capire agli altri quanto ci soffrisse.
Accanto a lei, Kevin tirò un sospiro. Emmaline lo guardò
con la coda dell'occhio. L'espressione di lui era divertita
e tollerante. Quando incrociò lo sguardo di Em, la sua
bocca accennò un sorrisetto. «Brutta essere noi due, eh?»
Noi due. Aveva un bel suono.
«Chord» chiamò Seven.
«Birch» disse Lyric.
«Suppongo che i suoi genitori odiassero i bambini» mormorò
Kevin. «Birch? Betulla? Sul serio?»
Un sorriso iniziò nel petto di Emmaline. Mica male
quel Kevin. Era... spavaldo. Eccolo lì, grasso nella terra in
cui le sedicenni si facevano regalare la mastoplastica per
il compleanno, dove i ragazzi avevano il personal trainer
e si facevano fare le schiariture dal parrucchiere prima di
iniziare il liceo. Grasso? Grasso? Era un rifiuto delle basi
stesse della società. Praticamente un James Dean in termini
di ribellione.
Davvero eccitante.
«Journey.» Il nome fu pronunciato con un sospiro, dato
che il povero Journey era il frutto di due genitori che stavano
ancora insieme, e pertanto non figo quanto gli altri.
Non era al livello di Emmaline e Kevin, ma comunque
stava piuttosto in basso. Inoltre, aveva il nome di una
band e non di un luogo, così...
Erano rimasti solo loro due.
Emmaline azzardò un'altra occhiata a Kevin.
Lui sostenne lo sguardo. Roteò gli occhi. Non per lei,
per questo, l'orribile rituale che schiacciava lo spirito umano.
Em sorrise.
«Kevin, suppongo» disse Lyric sconfortata.
«Perfetto» ribatté Seven. «Così io resto con Eh-eh-eh-
Emmaline.»
Em lanciò un'occhiata verso la signora Goldberg, che
stava prendendo appunti sul suo blocco e fingeva di non
aver sentito. Non avrebbe sgridato Seven, Em lo sapeva.
«Cretino» sibilò Kevin, poi sospirò e raggiunse i suoi
compagni di squadra, un Gulliver tra i lillipuziani.
Quel giorno, all'intervallo, Kevin la aspettò accanto alla
porta. «Vuoi un Twinkie?» le chiese.
Lei prese il dolcetto tubolare con reverenza. I suoi genitori
stavano passando una fase macrobiotica. «G-grazie.»
«Così, balbetti?»
«Q-q-qualche v-volta.» Quasi sempre.
«Io sono grasso» disse Kevin.
Aveva occhi scuri espressivi, ciglia spettacolari e ricci
neri. A guardarlo bene, non era poi tanto grasso. Robusto,
ecco la parola. E, sì, un po' molle. Ma era alto, più o meno
quanto lei, e... piuttosto attraente.
«Vuoi che siamo amici?» propose lui, e quindi ovvio che
Em si innamorò di lui.
Quando stava con Kevin, la sua balbuzie non era tanto
pronunciata, e se le capitava di bloccarsi, lui aveva pazienza.
Non come i suoi genitori, che la fissavano, aspettando,
aspettando, aspettando. Forse, se non fossero stati
carichi di titoli accademici e se non avessero parlato con
termini tipo transfert, responsabilizzazione e autorealizzazione,
Em si sarebbe sentita un po' meno intimidita.
Mamma e papà sapevano perfettamente come ci si doveva
comportare con un balbuziente (o, come dicevano loro,
un dicitore non fluente). «Abbiamo tutto il tempo del
mondo» era solita dire la mamma. E quella era un'altra
cosa. Parlava sempre al plurale. Non diceva mai io. «Non
sentirti sotto pressione. Aspetteremo tutto il tempo che
occorre.»
Il che peggiorava la balbuzie. Il loro approccio alla sua
difficoltà di enunciazione era un costante reframing (Em
conosceva tutti i termini tecnici). «Amiamo la tua balbuzie,
perché amiamo te!» disse una volta suo padre, il che
era proprio ridicolo.
Lei odiava la propria balbuzie. Se la raffigurava come
uno scheletro vestito di nero, che si alzava e le stringeva
le corde vocali con le sue dita dure, aguzze. E lo faceva
sorridendo.
Kevin comprendeva. Amava se stesso, non gli piaceva
essere grasso. Gli piaceva lei, non la sua balbuzie.
Si baciarono per la prima volta nell'aprile della terza
media, dopo essere stati amici per mesi. Le labbra di lui
erano morbide, e la baciò soltanto... niente lingua, nessuna
palpata. Fu molto bello. Dopo, lui sorrise. «Vuoi andare
al cinema questo fine settimana?»
«Sicuro» rispose lei. «Cosa vuoi vedere?»
Neanche un'inceppatura.
Sfortunatamente, l'idea che i due paria della terza media
uscissero insieme fu profondamente offensiva per i loro
bellissimi compagni dagli strani nomi. Il bullismo peggiorò.
Emmaline trovò un preservativo usato nel suo armadietto,
una cosa talmente disgustosa che ebbe il voltastomaco
per tutto il giorno. Un mattino, quando entrò
nell'aula di musica, tutte le altre ragazze scoppiarono a
ridere per nessun motivo apparente. Qualcuno infilò un
test di gravidanza nel suo zainetto, con la conseguenza
che sua madre le fece un predicozzo sui rischi del sesso
precoce, ignorando le proteste di Emmaline sul fatto che
lei e Kevin si erano baciati e stop.
Ma fu solo quando Lyric le tirò addosso un fiammifero
acceso nell'aula di chimica che i cazzi si fecero acidi, come
si suol dire. Il fiammifero si spense prima di toccarle i capelli,
per fortuna, ma Emmaline diede una spinta a Lyric,
che si mise a strillare come se fosse inseguita dai cannibali.
Em fu sospesa per una settimana. Peggio, dovette
scusarsi con la sua persecutrice e, no, un biglietto non sarebbe
bastato.
Ma lei aveva Kevin.
Poi arrivò la notizia. Kevin sarebbe andato alla scuola
convitto che aveva frequentato suo padre. Nel Connecticut.
Kevin era più maturo della sua età, si rendeva conto
che loro due avevano solo quattordici anni. Certo che sarebbe
andato.
Il suo unico vero amico. Il ragazzo che amava.
Em si sedette al computer, a casa, e scrisse una lettera
ai suoi genitori. Voleva andare a vivere con la nonna e
frequentare il liceo là, perché proprio non ce la faceva più
a combattere.
La sua nonna materna viveva a Manningsport, nello
stato di New York, una deliziosa cittadina sul lago dove
Em passava tutte le estati. Erano settimane fantastiche,
durante le quali faceva il pieno di glutine, carne rossa e
torte. Giri in bici e nuotate mattutine nelle acque fresche
del lago, passeggiate fino alla cascata e acquisti al negozio
di caramelle. La nonna invitava un paio di ragazzine a
giocare con lei e, a differenza delle cricche di Malibu, erano
ragazze simpatiche. La prima volta che una di loro la
sentì balbettare, le mise una mano sul braccio e le disse:
«Non preoccuparti. Io soffro di epilessia, quindi sono diversa
anch'io».
Em balbettava meno, lì. Balbettava ancora molto, ma
meno.
I suoi genitori furono anche troppo pronti ad appoggiare
la sua idea di trasferirsi.
«Molto responsabilizzante» approvò la mamma, fingendo
di avere qualcosa nell'occhio.
Papà si schiarì la voce. «È una decisione saggia. Ti sosteniamo.»
Sapevano tutti e tre che non erano riusciti a risolvere i
suoi problemi.
In un certo senso Em stava scappando, ma l'idea di non
vedere più quelle maligne delle sue compagne la riempiva
di un tale sollievo che non le importava.
I ragazzi di Manningsport consideravano una ragazza
della California una persona esotica e affascinante, non si
curavano del fatto che non parlasse molto e, quando lei lo
faceva, vedevano il suo difetto di pronuncia come qualcosa
di vagamente chic.
Anche il rapporto di Em con i genitori migliorò; lei aveva
più cose da dire quando non doveva guardarli in faccia;
telefono ed e-mail facilitarono la comunicazione tra loro.
E raccontare che lei, che non aveva mai fatto parte di un
gruppo scolastico, adesso giocava nella squadra di hockey
ed era entrata nel coro, perché cantando non balbettava...
Be', avvertì il loro sollievo.
La casa della nonna era un accogliente bungalow con
stipetti su misura, profondi davanzali e una finestra di
vetro colorato lungo le scale. Col bel tempo, la nonna si
sedeva sul piccolo portico e chiacchierava con i passanti
(cosa inaudita in California), e a volte invitava una vicina
a prendere un bicchiere di vino o del tè freddo. Il nonno di
Em era morto quando lei era piccola, e la nonna usciva
occasionalmente con qualche signore, cosa che Emmaline
trovava adorabile.
E le faceva piacere darle una mano, spalava la neve dal
marciapiede e lavava la macchina, faceva una scappata al
supermercato distante tre isolati. Si sentiva utile. Era
una bella sensazione. A volte qualche compagna di scuola
veniva da lei a studiare e a mangiare le favolose torte della
nonna.
Un altro vantaggio di vivere nello stato di New York:
era più vicina a Kevin.
Vivevano ancora a ore di distanza, ma programmarono
gli incontri con cura; se la nonna l'avesse portata in macchina
nel Connecticut una volta in ottobre e una volta in
febbraio (e la nonna lo avrebbe fatto, era una romantica),
e sia Kevin che Em fossero tornati a casa per il Ringraziamento,
per Natale e per le vacanze di primavera, allora
si sarebbero visti quasi tutti i mesi. Si scrivevano, si
scambiavano e-mail, parlavano al telefono, e non era
cambiato nulla tra loro, era sempre bello. Kevin era divertente,
dolce e... rassicurante. Non si sarebbe mai preso
gioco di lei. Mai l'avrebbe rifiutata.
Nel febbraio del primo anno delle superiori, Em ricevette
una telefonata di sua madre.
«Abbiamo una bellissima, bellissima sorpresa per te.
Sei diventata sorella maggiore! Ecco. Vuoi parlarle?»
«C-c-cosa?»
«Pronto?» disse una voce. «Io sono Angela.»
E fu così che Em acquistò una sorella. Angela Amarache
Demeku Neal, adottata dall'Etiopia. Il suo nome, approssimativamente
tradotto, significava angelica, stupenda,
radiosa paladina.
Emmaline significava piccola rivale. E anche laboriosa.
Il suo secondo nome era Mara, che voleva dire amara.
Solo due psicologi infantili potevano incasinare così la
testa dei loro figli.
Angela aveva dieci anni. I suoi genitori biologici erano
morti da tempo, così era cresciuta in un orfanotrofio. Era
molto dolce. E intelligente: parlava tre lingue. E bellissima,
anche a dieci anni, aveva grandi occhi esotici e lunghe
gambe aggraziate. Era straordinariamente beneducata
e chiamava i Neal mamì e papì, con l'accento sulla seconda
sillaba, tanto più esteticamente soddisfacente del
solito mami e papi.
Era difficile per Em non sentirsi un po'... rimpiazzata. I
suoi genitori le telefonavano per elencare le qualità e i talenti
di Angela. A volte, Em si chiedeva se non la stessero
punendo perché era andata a vivere con la nonna, ma
sembravano davvero adorare l'ineccepibile Angela. E chi
non lo avrebbe fatto? Angela era felice quando Em tornava
a casa per le festività. Lasciava mazzolini di fiori sul
suo cuscino, le infilava bigliettini in valigia. Per quel primo
Natale con i Neal, regalò a Emmaline una bellissima
sciarpa che aveva tessuto con le sue mani nella tradizione
etiope.
Quindi, certo che Emmaline amava la sorellina. Non aveva
molte occasioni di vederla, e le ci volle un po' di tempo
per abituarsi all'idea, ma Angela era fantastica.
Nel frattempo, lei e Kevin stavano insieme. Con lui,
Em si sentiva se stessa, le sue battute argute non erano
strangolate dalla balbuzie. Con lui, poteva smetterla di
fare la dura e rilassarsi un po'. Anche se i ragazzi di
Manningsport erano più gentili, Em stava ancora in guardia.
Aveva difficoltà a fidarsi, secondo i suoi genitori.
Ma con Kevin, Em era normale. La loro storia continuò
per tutto il liceo. Tutti e due andarono all'Università del
Michigan. E poi, un giorno del secondo anno, accadde
qualcosa di miracoloso.
Durante il corso di Tragedia Shakespeariana, il professore
chiese agli studenti di leggere ad alta voce, qualche
riga ciascuno.
Emmaline ebbe un tuffo al cuore. La balbuzie si era attenuata
nel corso degli anni, ma era sempre in agguato,
specialmente nei momenti di stress. Le batteva forte il
cuore e riusciva appena a vedere il brano di Re Lear.
Morgan, il ragazzo seduto davanti a lei, aveva scelto l'indirizzo
teatrale e lesse con un bellissimo accento britannico,
impersonando la parte di Edmund il Cattivo.
Poi toccò a Em: Re Lear con il corpo dell'amata figlia. Il
monologo più importante della tragedia. La balbuzie si
strofinò le mani ossute gongolando. I suoi compagni aspettavano.
Em chiuse gli occhi, immaginò di essere Sir Ian McKellen,
poi guardò il libro e lesse.
«Urlate! Urlate! Urlate! / Oh, siete tutti uomini di pietra.
/ Avessi io le vostre lingue e occhi, / li userei per
squarciare la volta del cielo. / Se n'è andata per sempre!»
La balbuzie spalancò la bocca per lo shock.
Le parole erano uscite con un accento britannico, e non
si era inceppata neanche una volta.
«Bene, Emmaline» disse il professore. «Meggie, continua
tu.»
Em notò che le tremavano le mani e una strana sensazione
le riempì il petto.
Era gioia.
Da quel momento in poi, se si sentiva chiudere la gola,
immaginava le parole con un accento, e il suo cervello e la
sua gola deviavano intorno ai suoni inceppati come un'auto
che gira attorno a un ostacolo. Dopo tutti quegli anni, il
problema che l'aveva resa così infelice, così emarginata,
era sparito. Quando lo disse ai genitori, rimasero in silenzio
per un minuto. Stupefatti.
«Ma è fantastico!» esclamò la mamma. «Devi sentirti
molto orgogliosa.»
«Siamo felici per te» disse papà dall'altro apparecchio
(parlavano sempre congiuntamente).
«A proposito, abbiamo chiesto il divorzio» intervenne la
mamma. «Ma continueremo a vivere insieme. Non cambierà nulla
per Angela. E per te, naturalmente.»
Un giorno, circa un mese dopo, lei e Kevin erano nell'appartamento
che lui aveva affittato fuori dal campus,
coricati sul letto. Lui era silenzioso.
«Tutto bene?» chiese Em.
Dopo una lunga esitazione, lui disse: «Non balbetti
più».
Per scaramanzia, lei non confermò.
«È una situazione un po' strana. Non so. Tutti e due avevamo
un... un problema... quando ci siamo conosciuti. E
ora il tuo è sparito.»
«Be', non si può mai dire.» Em esitò, sentendosi quasi
in colpa. «Lo sento lì. Come se fosse in agguato, sempre
pronto a prendere il sopravvento.»
Kevin sospirò. «Bene. È una buona cosa, suppongo.»
Sarebbe stato carino, pensò lei più tardi mentre tornava
a piedi sotto il vento sferzante al suo dormitorio, se lui
avesse mostrato un po' più di entusiasmo. Dopotutto, poche
persone meglio di Kevin sapevano fino a che punto la
balbuzie l'avesse paralizzata, segnata, chiusa in una prigione
invisibile.
Ma lo capiva. Lui aveva paura.
Kevin, infatti, non aveva perso la cosa che lo aveva reso
un emarginato. Era ancora grasso. Anzi, obeso. Quando
lei lo aveva conosciuto, aveva forse quindici chili di troppo.
A Choate ne aveva presi venticinque.
E il peso continuava ad aumentare.
Anche se non le aveva mai detto quanto pesava, lei supponeva
che fosse almeno cinquanta chili sopra il suo peso
forma.
Forse di più.
Non parlavano mai del fatto che lui dovesse dimagrire.
Con gli altri, Kevin ammetteva giovialmente di essere un
omone. Amava il cibo, amava mangiare, e non si limitava
a cibo di fast food e pizza (anche se mangiava anche quelli).
Cucinava per lei e, sì, le sue porzioni erano enormi.
Ma anche a Em piaceva mangiare e l'ultima cosa che voleva
fare era giudicarlo o farlo sentire poco attraente. Kevin
sapeva di essere pesante. Non era un segreto.
E comunque, lei lo amava. Era attratta da lui. I suoi occhi
scuri erano bellissimi, il suo sorriso e la sua risata erano
contagiosi ed era un gran baciatore.
Ma quando finirono l'università e lui iniziò la scuola di
legge e continuò a prendere peso, Em si preoccupò.
Tornarono tutti e due a Malibu per le vacanze, quell'anno,
e Kevin comprò un posto in più sull'aereo. Era rosso di
imbarazzo, ma la verità era che occupava davvero due sedili.
Rimase in silenzio per tutto il volo.
«Mi iscriverò in palestra, al ritorno» disse in macchina.
«Bene» rispose lei con calma. «Mi iscrivo anch'io, se
vuoi. Farà bene a entrambi.»
Lui grugnì.
E si iscrissero. Kevin ci andò una volta. Em cinque, poi
smise, temendo che lui la prendesse male. Del resto, lei
correva per otto chilometri più volte alla settimana, anche
d'inverno. Era ancora una donna ben piantata; alta
un metro e settantacinque, muscolosa, con un bel sedere e
un seno formoso. Qui, in uno stato normale, la sua taglia
quarantaquattro (e a volte quarantasei) era considerata
nella media. A Malibu, una Large non le entrava.
Kevin finì la scuola di legge e accettò l'interessante proposta
di uno studio legale. Tutti e due rimasero ad Ann
Arbor, una cittadina deliziosa. Em si trovò un piacevole
lavoro presso il giornale locale, cercò di mettere a frutto
la laurea in lettere scrivendo necrologi, controllando orari
dei cinema e, dopo un po', scrivendo qualche articolo.
Era una cosa nuova ed eccitante poter ordinare un
drink e pagare le bollette, parlare di colleghi e andare a
comprare un divano.
Entrambi amavano il proprio lavoro ed ebbero una
promozione, si trasferirono in un appartamento più bello
e sembravano ben avviati a diventare adulti sotto ogni
aspetto.
Kevin le chiese di sposarlo in un ristorante italiano, davanti
a una parmigiana di melanzane e una bruschetta
all'aglio, mettendosi in ginocchio per darle l'anello. Lei
disse subito di sì. Dovette porgergli la mano per aiutarlo
a rialzarsi, ma coprì bene il gesto attirandolo in un abbraccio.
Gli altri clienti del ristorante applaudirono cortesemente,
ma Em notò alcune occhiate perplesse.
È un uomo fantastico, cretini, pensò mentre sorrideva.
È l'uomo più dolce che io conosca.
E lo era davvero.
Era anche pigro, conduceva una vita poco sana e avrebbe
potuto lasciarla vedova.
Così, Emmaline fece l'errore che le cambiò la vita.
Si iscrisse a SweatWorld, la palestra più vicina al loro
appartamento. Non le era mai piaciuto andare in palestra,
preferiva fare jogging. Ma Kevin detestava correre
(non che ci avesse provato in quell'ultimo decennio).
E così lei optò per SweatWorld, uno di quegli orribili
posti con la musica troppo forte, specchi dappertutto e
macchinari complicati.
Era determinata a imparare tutto ciò che poteva e poi
suggerirgli con la massima delicatezza di provare, usando
le nozze come motivazione. Avevano fissato la data per
giugno, e ora era agosto. Quasi un anno per tornare in salute,
perché Emmaline amava quell'uomo dalla terza media
e non aveva intenzione di perderlo.
Ma, accidenti, quanto odiava andare in palestra! Tutto
quel sudore, l'odore delle salviette disinfettanti che le persone
usavano per pulire le macchine, il clack dei pesi e i
grugniti umani, il sibilo delle ruote dello spinning, le urla
degli istruttori.
C'era una donna, in particolare, che Emmaline evitava.
Una trainer dalla muscolatura tonica di nome Naomi
Norman, che fissava astiosamente Em mentre correva sul
tapis roulant. Il modus operandi di Naomi era di sbraitare
ai clienti, usando parole di incoraggiamento tipo: «Non
fare la fottuta femminuccia! Muovi il culo!».
Si mormorava che Naomi fosse stata un Marine, una
carcerata, che fosse stata allevata dai lupi. Tutte cose verosimili.
Em faceva del proprio meglio per fìngere di ascoltarla,
con i tappi per le orecchie ben calcati. Quando
chiedeva aiuto per un macchinario a un dipendente di
SweatWorld, si assicurava che fosse uno di quelli gentili.
Dopo un mese, Em lanciò l'idea che Kevin la accompagnasse,
e usò Naomi come scusa. «Amore, devi proprio venire.
Sai quella donna di Sfida all'ultimo chilo?»
«Non mi pare di ricordarla» rispose Kevin, senza alzare
gli occhi dal giornale.
«Bene, Naomi è come lei, solo con delle emorroidi ancora
più grosse. È pestifera. Mi terrorizza.»
«Trovati un'altra palestra.» Si alzò per versarsi ancora
un caffè (aggiungendo la panna, non il latte scremato che
lei aveva comprato).
«Be', questa è a due isolati da qui. Dovresti venirci un
giorno, caro. Per proteggermi da Naomi.»
Lui sorrise.
Era un inizio.
Em sapeva che a Kevin seccava essere in sovrappeso.
Aveva la pressione e il colesterolo alti. Si rendeva perfettamente
conto che doveva dimagrire.
Quindi, dirglielo non sarebbe servito a niente. Anzi, poteva
essere controproducente.
Un paio di settimane dopo, una tranquilla domenica
mattina, lei fece un altro tentativo. Stavano finendo di fare
colazione (crespelle e bacon... tanto bacon). «Caro, perché
non vieni in palestra con me oggi?»
«Sono molto occupato» rispose lui immediatamente. Ed
era vero; il suo lavoro di avvocato fiscalista lo teneva allo
studio fino a tardi la sera, e lavorava qualche ora anche
nel fine settimana.
Em gli prese la mano tra le proprie. «Kev, ti amo. Lo
sai. E sono emozionata all'idea di sposarti e di avere dei
figli. Ma voglio che abbiamo una vita lunga e felice e...
be'... temo che non l'avremo se non sarai più in salute.»
Lei sapeva che era meglio evitare parole come dieta,
controllo delle porzioni ed esercizio fisico. Concentrarsi
sulla salute e sull'amore, suggerivano gli esperti. Aveva
letto decine di libri sull'argomento.
Kevin la guardò per un lungo istante. C'era sofferenza
nei suoi occhi, e quelli di lei si riempirono di lacrime.
«È solo che non voglio che ti succeda niente di brutto, amore»
bisbigliò.
«Potrei essere investito da un autobus attraversando la
strada» osservò lui, già sulla difensiva.
«Lo so. E anch'io. Ma...»
«Bene. Vengo.»
«Davvero? Ma è fantastico!»
«Non faccio promesse. Verrò una volta.»
«Grazie.» Lo baciò, e lui sorrise. Il suo dolce Kevin, l'uomo
più buono del mondo. Prima lo portò a letto, per dimostrargli
quanto lo amava. Sì, era un omone, ma si sentì
così al sicuro con lui, dopo, la testa sul suo petto, il suo
braccio pesante intorno alle spalle.
Dovettero passare a comprargli dei pantaloncini da ginnastica
che gli andassero bene, ed Emmaline fu inorridita
nel vedere quanto fossero grandi. Il peso era aumentato
poco alla volta, cinque chili qui, altri cinque là, e in qualche
modo Kevin era diventato enorme.
Fu silenzioso durante il tragitto per la palestra. «Tutto
okay?» gli chiese.
«Sono disgustoso.»
«Oh, Kevin! Non è vero!» Gli strinse il braccio. «Caro,
hai una struttura grossa e, sì, sei un po' pesante. Ma troveremo
una soluzione. Okay?»
Lui annuì sconsolato.
Em gli tenne aperta la porta, chiacchierando vivacemente.
Pregava Dio che Naomi non ci fosse. Per oggi le
bastava farlo camminare un po' sul tapis roulant, distrarlo,
chiacchierare delle nozze, cercare di intrattenerlo, perché
Kevin detestava l'esercizio fisico (ovviamente). Più
fosse stato indolore, meglio avrebbe funzionato.
Kevin si registrò come ospite di Em e siglò la liberatoria
che facevano firmare alle persone che sulla bilancia
superavano del trenta per cento il proprio peso forma.
Kevin pesava quasi il doppio di quanto avrebbe dovuto,
lo informò l'uomo magro e muscoloso con i denti sbiancati.
Il suo peso forma era ottantacinque chili, ne pesava centosessanta.
«È fantastico che lei sia qui» aggiunse l'uomo. «Congratulazioni.»
Kevin bofonchiò una risposta. Evitò di guardare negli
occhi Em mentre passavano davanti alle macchine e ai
culturisti che grugnivano per lo sforzo. Kevin era senza
fiato ancora prima di arrivare al tapis-roulant.
Stava morendo dentro, Em lo sapeva. Gli sorrise e regolò
la macchina alla velocità più bassa. Impostò la propria
nello stesso modo.
«È stata la parte più difficile» gli disse a bassa voce.
«Entrare da quella porta.»
Kevin non rispose. Alzò la velocità di una tacca e si mise
a corricchiare.
Em sapeva che non avrebbe resistito a lungo.
E infatti, un minuto dopo fu costretto ad abbassare la
velocità. Lei finse di non averlo notato e continuò a camminare,
anche se, fosse stata da sola, avrebbe corso ai
consueti undici chilometri all'ora.
Poi vide Naomi.
L'istruttrice indossava dei microshorts e un reggiseno
sportivo. Le sue braccia erano tornite da una muscolatura
elegante e ben definita, il suo ventre era piatto, ma non
tartarugato. Aveva lunghe, splendide gambe abbronzate.
Un corpo perfetto. Non troppo muscoloso... semplicemente
perfetto. Non c'era altra parola per definirlo.
Ed era la cattiveria personificata, perché la sua faccia
si trasformò non appena il suo sguardo si posò su Kevin.
Si portò le mani ai fianchi e si avvicinò, lentamente, gli
occhi stretti.
«Cosa ci fai nella mia palestra?» chiese a Kevin, la voce
alta e stridula. «Dico sul serio. Che cazzo ci fai nella mia
palestra?»
Tutt'intorno a loro, la gente si zittì.
«Come osi» sibilò Emmaline. «Vattene, Naomi.»
«È il tuo uomo? Sei qui per dargli supporto? Huh?»
La faccia di Kevin si fece ancora più rossa.
«Se vuoi proprio saperlo, sì» ribatté Emmaline. «È qui.
Ha fatto il primo passo, quindi chiudi il becco.»
«Oh, che dolce» la schernì Naomi. «Suppongo sia lei ad
avere le palle in famiglia, eh, ciccione?»
Il silenzio si era fatto di tomba.
«Ti faccio rapporto» minacciò Em. «Non puoi parlare così
a un cliente.»
«Ah, sì? Be', vedremo.»
«Stai zitta» borbottò Kevin.
«Sì» fece eco Em. «Taci, Naomi.»
«Stavo parlando con te» precisò lui.
Emmaline smise di camminare, poi fece uno scatto di
corsa per non cadere dal tapis-roulant.
«Sei disgustoso» dichiarò Naomi, gli occhi fissi su Kevin.
«Sai quanto grasso ti porti addosso? Quanti chili di
viscido, schifoso grasso giallo? Oh, aspetta, tu hai una
struttura grossa, giusto? Sei un omone. È questo che dici
alla gente? È questo che ti dice lei? Hai il metabolismo
lento? Problemi di tiroide? Balle!»
«Io ce l'ho un problema alla tiroide» brontolò lui.
«Sei un mangione pigro e mi fai schifo. Guarda cos'hai
fatto a te stesso. È colpa tua se sei diventato un essere ripugnante.»
«Ho un disordine alimentare» disse Kevin in tono mite.
«"Ho un disordine alimentare"» lo scimmiottò lei. «No,
non ce l'hai. Non hai autocontrollo, non hai rispetto della
tua persona e menti a te stesso. Scommetto che anche lei
ti mente. Ti amo come sei, tesoro! Giusto?» Naomi si girò
verso gli altri clienti della palestra, che fissavano la scena
senza ritegno. «Bene, indovina un po'? Tutti, qui, ti guardano
e pensano che sei grottesco. A nessuno importa del
tuo grande senso dell'umorismo o della tua bella mente.»
«Non è vero! Smettila!» urlò Emmaline.
«Zitta» sbottò Kevin.
Non le aveva mai parlato con quel tono. Mai.
Naomi allungò un braccio e spense il tapis-roulant di
Kevin. Lui era madido di sudore; erano anni che non camminava
a passo sostenuto.
«Fuori» intimò l'istruttrice. «Vattene a casa, palla di
lardo. Ordinati una pizza. Scommetto che hai il numero
di Domino's Pizza memorizzato sul telefonino.»
Proprio la sera prima, Em aveva preparato una grossa
insalata con pollo alla griglia; Kevin ne aveva mangiata
un'enorme porzione, poi aveva preso il cellulare e aveva
ordinato una pizza. Doppio formaggio.
Adesso era lì impalato, la testa bassa.
«Vuoi perdere peso, palla di lardo? Non succederà salendo
sul tapis roulant due volte alla settimana. Credi
che ti basti entrare da quella porta? Non è sufficiente. È
inutile che tu faccia la fatica.»
«Gesù» sussurrò Emmaline. «Tesoro, andiamo. Ci sono
altre palestre...»
«Cosa devo fare?» chiese Kevin.
Naomi sorrise. «Ogni fottuta cosa che dico.»
Andava contro tutto ciò che consigliavano di fare. Andava
contro ogni suggerimento che le avevano dato i suoi
genitori. Il bullismo non avrebbe dovuto funzionare. L'umiliazione
non doveva essere motivante.
Kevin pagò sei mesi di iscrizione con due ore di personal
training al giorno.
«Perché?» domandò Emmaline mentre andavano alla
macchina. «Non capisco, Kevin.»
«Mi ha detto la verità» rispose lui. Si rifiutava di guardarla.
Quando arrivarono a casa, lui andò in bagno e aprì la
doccia. Un minuto dopo, Em lo sentì piangere. Le spezzò
il cuore, ma lui non aprì la porta sentendola bussare.
Non mangiò nulla per il resto della giornata.
Il giorno dopo, Kevin non c'era quando Em rientrò a casa
dal lavoro. Gli mandò un SMS; lui non rispose. Verso le
nove, rientrò, sudato e rosso in faccia, una sacca da ginnastica
di SweatWorld nuova di zecca in mano.
«Ehi!» lo salutò lei. «Com'è andata?»
«Bene.»
«Mmh... caro, sono felice che tu lo faccia, ma pensi che
Naomi sia la persona migliore per...»
«Sì. Lo penso. Grazie.»
Tre giorni dopo, Kevin tornò a casa dalla palestra con
una lista e, senza dire una parola, aprì gli armadietti di
cucina e cominciò a buttare tutto nell'immondizia, facendo
grugniti disgustati nel leggere le etichette.
«Cosa fai?» protestò Em, recuperando una lattina di
brodo di pollo. «Dai! Non è neanche aperta!»
«È veleno. Guarda la percentuale di sodio.» Kevin le
lanciò un'occhiata di rimprovero. Era lei a fare la spesa,
dopotutto. Prese una busta di salsa thai e la gettò nel secchio.
«Okay, caro, doneremo tutto al banco alimentare. Ma
non puoi dirmi cosa succede?» Lui buttò via una scatola
ancora chiusa di Special K, che Em recuperò. Le piacevano
i cereali. «Seguiremo una dieta priva di glutine?»
«Sì. E di zuccheri e latticini.»
«Cosa resta?» chiese Em, tentando una battuta.
Lui le si rivoltò. «Credi che sia divertente? Guardami.
Sono ripugnante.»
«No, Kevin, non lo sei.»
Lui alzò gli occhi al cielo e riprese la cernita.
Quel fine settimana, Kevin era tanto indolenzito che
riuscì a mala pena a infilarsi i pantaloni. Ma andò lo stesso
in palestra. «Naomi dice che il dolore è la debolezza che
lascia il corpo» disse.
Em andò con lui, ma Naomi la ignorò. Preferiva sbraitare
contro Kevin e dargli del lavativo, del perdente, del
lumacone. Due volte Em andò a piangere alla toilette.
«Credo sarebbe meglio se tu e io andassimo in palestra
in orari diversi» le disse Kevin mentre tornavano a casa.
«Apprezzo il tuo supporto, ma ho bisogno di concentrarmi.»
«Ma... Sì, d'accordo. Qualunque cosa tu preferisca, caro.
Qualunque cosa possa servirti.»
«Grazie.» Lui le strinse la mano.
Naomi portò Kevin a fare la spesa, e quando Em vide lo
scontrino le venne un colpo; due sacchetti di cibo biologico
senza glutine, senza latticini, senza zucchero costavano
più di quanto lei spendesse in un mese.
Kevin continuò così per tutto l'autunno. Mangiava solo
proteine magre, verdure difficili da digerire e frappé pieni
di grumi fatti con una polvere verde e latte di soia. Quinoa,
semi di lino ed erba di grano. Omelette di albumi e
broccoli crudi, pesce alla griglia e peperoni rossi. Faceva
periodi di digiuno, disintossicazioni e prendeva purghe. Il
bagno era sempre maleodorante. La sua libido precipitò.
Era ossessionato dall'allenamento. Iniziava tutte le frasi
con le parole Naomi dice. Carico calorico, adiposità, anaerobiosi,
dieta dissociata... Era tutto ciò di cui parlavano.
Be', tutto ciò di cui parlava Kevin.
Effettivamente, cominciò a perdere peso.
Quattro chili il primo mese. Quasi sei il secondo. In dicembre,
ebbero una furiosa lite perché Em voleva sfornare
dei biscotti di Natale da mandare ai suoi genitori e ad
Angela.
Kevin sosteneva che non poteva correre il rischio che lei
cucinasse qualcosa che non rientrava nel suo piano dietetico.
Em preparò lo stesso i biscotti mentre lui era al lavoro,
li confezionò, sigillò la scatola col nastro adesivo, ci scrisse
l'indirizzo, poi andò a fare jogging. Quando rientrò, trovò
il pacco di Angela squarciato e Kevin su tutte le furie.
S'era mangiato almeno una dozzina di biscotti, disse, ed
era tutta colpa sua! Em aveva messo una tentazione sulla
sua strada quando lui attraversava una fase di vulnerabilità,
alla faccia del supporto morale!
«Vedi, io credevo di aver preparato dei dolci per la mia
famiglia» ribatté Em gelida. «Non mi ero resa conto di essere
una sabotatrice.»
«Ridi, ridi. Piangerai sulla mia bara se non riesci a darmi
il tuo supporto.»
«Ma io ti supporto! In tutti i modi! E, accidenti, sono così
stanca di sentire questa parola!»
«Vado in palestra» disse Kevin con aria da martire. «E
adesso dovrò digiunare per tre giorni. Per favore, assicurati
che tutti i biscotti siano stati rimossi dal nostro appartamento
al mio ritorno.»
«Per l'amor di Dio» borbottò lei. «E va bene.» Sospirò,
poi lo abbracciò. «Scusa. Ti amo e sono molto orgogliosa di
te, okay? Solo, non mi ero resa conto che non avrei più potuto
fare dolci per qualcun altro.»
«Ho una dipendenza» ribatté lui. «Ti prego di mostrare
più rispetto per il mio problema.»
Perse soltanto due chili quel mese. Di nuovo colpa sua,
la accusò, per averlo portato al party della redazione e
aver lasciato che fossero Angela e sua madre a cucinare
la colazione di Natale.
La palestra diventò il suo luogo preferito. Non era poi
così indispensabile, evidentemente, che lavorasse allo
studio legale fino a tardi, la sera. Anzi, i soci erano contenti
che si prendesse cura di sé.
Anche Emmaline lo era.
Peccato che non lo vedesse quasi più e, le rare volte in
cui accadeva, lui non parlasse d'altro che di cibo e di allenamenti.
Non potevano più andare a cena con gli amici perché la
tentazione era troppo forte. Se Emmaline usciva con delle
colleghe o ex compagne d'università, Kevin le chiedeva di
non portare a casa gli avanzi. Non potevano più neanche
andare al cinema. Sera dopo sera, restavano a casa, e Kevin
si addormentava in poltrona, sfinito dagli allenamenti.
Occasionalmente, andavano a fare jogging insieme, ma
Kevin studiava il percorso con cura maniacale, perché
guai se fossero passati davanti a una pasticceria o a un
chiosco di hot dog. «Naomi dice che ci vorrà un anno intero
perché la mia resistenza si rafforzi» la informò, mentre
correvano in una deserta zona industriale alle sette del
mattino di un sabato. «Fino ad allora, devo stare molto attento.»
Emmaline lo assecondava, mangiando quello che mangiava
lui, evitando di comprare tutto ciò che non era previsto
dalla lista di Naomi, rinunciando persino all'adorato
gelato Ben & Jerry.
Kevin aveva attaccato i cliché di Naomi al frigo, il che
gravava di sensi di colpa i pasti consumati a casa. Qualunque
cosa mangi in privato, la indossi in pubblico. Gli
addominali si costruiscono in cucina. Non annullare il
tuo allenamento col cibo. La domanda non è se ci riesci, è
se vuoi farlo. Niente ha un sapore più buono che sentirsi
magro. Em dissentiva sull'ultimo. Il Ben & Jerry aveva
un sapore decisamente migliore della magrezza. Non che
lei fosse magra. Ma non era grassa.
Non ancora.
Più Kevin perdeva peso, più il cibo diventava seducente
per Emmaline. Non riusciva a pensare ad altro. Misurava
il tempo sulla base degli orari in cui poteva mangiare. Si
addormentava pensando al cibo, e non appena finiva un
pasto, cominciava a immaginare il successivo.
Mentre in passato si era portata da casa uno yogurt o
una mela per pranzo, adesso cominciò a mangiare un pasto
abbondante. Cheesesteak, burger e nachos, zuppa di
vongole e lo Scrammy Hammy di Big Boy. Sognava la torta
di ciliege, una specialità del Michigan.
Un giorno tornò a casa e ci trovò Kevin, una rarità da
quando lui aveva scoperto la palestra. «Ciao, amore!» lo
salutò allegramente, appoggiando la borsa per terra.
«Ehi, bellissima» disse lui, abbracciandola, e per un istante
Em provò un tale moto d'amore e di desiderio che
si sentì mancare. Ricambiò l'abbraccio, notando che ora le
sue mani riuscivano a toccarsi. Kevin si stava davvero
sgonfiando.
Poi lui si ritrasse. «Stai cercando di uccidermi?»
«Cosa?»
«Tu! Puzzi di... sì! Sei andata da Ray's Red Hots oggi,
vero?»
L'aveva detto come se Em avesse sferrato un calcio allo
stomaco di un baby panda. «Colpevole, Vostro Onore.»
«Non è divertente, Emmaline» brontolò lui, mettendo il
broncio come un bambino dell'asilo. «Puzzi di Diablo
Dogs.»
«E va bene, me ne sono mangiati due, Kevin, okay? Citami
in giudizio.» Il chiosco degli hot dog era molto popolare
ad Ann Arbor e, ai bei vecchi tempi, lei e Kevin vi si
erano fermati spesso.
Lui la guardò astioso, poi prese la sacca da ginnastica e
uscì.
«Oh, per l'amor di Dio, Kevin!» urlò lei giù per le scale.
«Sei tu quello che è a dieta! Non io! Credo mi sia concesso
di pranzare fuori.»
Kevin non tornò a casa quella sera.
Era la prima volta che succedeva.
Em si rifiutò di fare illazioni su dove potesse essere.
Andò al supermercato, si comprò una pinta di Ben &
Jerry e se lo mangiò tutto. Granella di arachidi. Una favola.
Quando Kevin rientrò, la sera dopo, fecero la pace. Più
o meno.
A marzo lui aveva perso trentacinque chili e una sera,
mentre sonnecchiava in poltrona, sfinito dall'inferno ginnico
che Naomi aveva studiato per lui, Emmaline notò
una cosa.
Kevin era bello da morire.
Oh, lei l'aveva sempre trovato attraente. Ma adesso il
suo viso stava emergendo dal grasso e dal doppio mento.
Aveva zigomi pronunciati e la mascella quadrata. I suoi
occhi, che ora erano chiusi, sembravano più grandi, le sue
ciglia erano due parentesi scure sulle guance.
Se solo le fosse piaciuto come in passato.
Era molto tempo che non si divertivano insieme. O che
non facevano sesso. O che non facevano sesso divertente.
È solo una fase, le disse la sua coscienza. Lui è ancora il
tuo Kevin.
Solo che non lo era più.
Un tempo, Kevin era stato accomodante, simpatico, rilassato
e dolce. Adesso era diventato vanitoso, ossessivo
e... meschino. Non c'era altra parola per definirlo.
Adesso odiava le persone grasse. Le fissava con disgusto.
Scrollava la testa con disapprovazione. Detestava anche
le persone che si facevano fare il bypass gastrico. «Ha
barato» disse una sera, mentre sentivano alla televisione
la storia di un uomo che aveva perso centocinquanta chili.
«Li riprenderà. La salute è come il matrimonio. Non puoi
tradire e aspettarti che funzioni.» Una delle frasi celebri
di Naomi.
«A proposito di matrimonio, caro» iniziò Em, ma squillò
il telefono, ed era Naomi. Anche lei aveva visto il baro alla
televisione.
Un giorno, mentre erano in fila per entrare a un concerto
all'università, lui vide un bambino grassottello sugli
otto o nove anni. «Non occorre che tu sia così» lo apostrofò.
«Anch'io ero grasso, una volta.»
«Kevin!» lo ammonì Em. «Smettila!»
«Non gli vuole bene, se gli lascia mangiare porcherie»
disse alla madre, che alzò il medio nella sua direzione.
«Caro, non devi essere così drastico» lo rimproverò Em
più tardi. «So che volevi aiutarli, ma sei stato crudele.»
«Chi è crudele è sua madre che lo condanna al diabete.»
Non aveva torto. Ma non lo faceva per bontà d'animo.
Quando Naomi gli diede il permesso di mangiare in
pubblico, Emmaline quasi pianse di sollievo. Certo, ora si
cibavano in modo molto più salutare (a parte gli sgarri a
pranzo di lei). Ma non mangiare mai fuori né andare a cena
a casa di amici... era dura! Finalmente, pensò, sarebbero
tornati persone normali. Che cenavano al ristorante,
andavano al cinema. Parlavano.
Quella sera, Em era emozionata. Si mise un bel vestito,
si truccò con cura, lasciò i capelli sciolti perché a Kevin
piacevano così. Il ristorante francese era romantico, candele
sui tavoli, un cameriere cortese.
«Mademoiselle gradisce un aperitivo?»
«Prenderò un bicchiere di Pinot Noir» rispose lei. Kevin
le lanciò un'occhiata ed Em sperò che ne ordinasse uno
anche lui. Era teso, poverino, in un ristorante per la prima
volta dopo tanti mesi.
«E lei, monsieur?»
Dal tavolo alle loro spalle, qualcuno si schiarì la gola.
Due volte. Tre. Emmaline si girò.
Era Naomi, che fissava Kevin con occhi di fuoco.
«Acqua con ghiaccio» rispose Kevin secco. «E non porti
il pane.»
«Grazie» aggiunse Emmaline per lui. Tornò a girarsi
verso Naomi. «Ciao. Vuoi unirti a noi?»
«Hai superato il primo test, Kev» approvò Naomi, ignorandola.
«Stai andando bene. Cosa vedi sul menu che ti è
concesso?»
Em sospirò.
E così proseguì la cena. Naomi tossiva o schioccava la
lingua a ogni risposta sbagliata. Insalata verde? Con che
tipo di condimento? (Schiocco di lingua.) Scondita? Molto
bene, monsieur. Salmone grigliato? (Tosse.) Meglio il
merluzzo. Cavolini di Bruxelles (tosse) senza sale, senza
olio. Niente patate.
«Io prendo quello che ha preso lui.» Em sospirò. Non sarebbe
stato giusto ordinare l'anatra arrosto con i crostini
al Gruyère e gli asparagi al burro. Meglio lasciar perdere
il soufflé al cioccolato che le faceva venire l'acquolina in
bocca. D'altronde, aveva messo su un paio di chiletti durante
l'inverno e i jeans le tiravano un po' in vita. Peccato
che una donna al tavolo accanto si stesse gustando qualcosa
che aveva un delizioso profumo di formaggio. Em si
sentì brontolare lo stomaco.
Naomi venne al loro tavolo e si chinò a mormorare
qualcosa a Kevin, mettendo il sedere praticamente in faccia
a Emmaline. «Guardati attorno, Kev. Vuoi essere come
quei futuri infartuati?»
Emmaline guardò sopra il culo perfetto di Naomi. A chi
si riferiva? I suoi occhi si fermarono su una coppia di
mezz'età, di costituzione normale. Il cameriere stava servendo
loro il dessert.
«Una fetta di cheesecake? Cinquecento calorie. Settanta
grammi di grasso» sibilò Naomi. «Visualizza il tuo cuore,
Kev, imbrattato da tutta quella crema, i muscoli che pompano
sempre più piano, intasati di cheesecake.» Kevin la
fissava come ipnotizzato.
«Non funziona così» mormorò Em. Loro la ignorarono.
«Champagne offerto dalla casa» disse il cameriere alla
coppia. «Buon anniversario, e grazie di averlo passato da
noi. Quanti anni sono?»
«Venticinque.» La donna sorrise. Erano una bella coppia
ed era chiaro che stavano bene insieme: si tenevano la
mano, sorridevano.
«Quei due dovrebbero solo muovere quei culi grassi e
smetterla di ingozzarsi» riprese Naomi. «Ma no. Loro sono
qui, e si imbottiscono le guance grasse...»
«Okay, grazie, Naomi! E stato un piacere vederti» la interruppe
Emmaline.
«Ha ragione, Em» intervenne Kevin.
«Cosa sarebbe la vita senza cheesecake?» Em sorrise.
«Una volta ogni tanto, ovviamente.»
«Visto? Ecco l'atteggiamento che ti manterrà grasso,
Kevin. L'atteggiamento che continuerà a far sì che la gente
ti fissi, si chieda perché tu, brutto repellente culo di
lardo, non ti guardi allo specchio ogni tanto e...»
«Basta così» tagliò corto Emmaline. «Naomi, Kevin e io
siamo usciti a cena, e apprezzo il fatto che tu lo aiuti a rimettersi
in salute, ma per favore. Così sei solo crudele.»
«È onesta» la difese Kevin accalorandosi.
«Sì, ma è anche cattiva, sgradevole e astiosa! Chi vorrebbe
vivere come fa lei, in palestra tutto il giorno, senza
mai godersi un buon pasto, a nutrirsi di quegli disgustosi
beveroni! Io preferisco essere come quei signori là!» Em
indicò la coppia. «A me non sembrano culi di lardo!»
Oops.
Sul ristorante era sceso il silenzio, e la coppia che festeggiava
l'anniversario si impietrì. L'uomo aveva una
forchettata di cheesecake a mezz'aria.
Naomi inarcò un sopracciglio e tornò alle proprie porzioni
da carcerato.
Kevin chiese il conto. Non le rivolse la parola in macchina,
neanche quando lei cercò di sdrammatizzare.
Quando arrivarono a casa, lui andò nella loro camera da
letto e chiuse la porta. Un secondo dopo, Em sentì la sua
voce parlare al telefono. «Ciao, Naomi. Sono io.»
Quando Kevin ebbe perso quasi cinquanta chili, disse a
Emmaline che aveva bisogno di parlarle.
«Credo che dovremmo lasciarci» iniziò con calma. «La
mia vita sta prendendo una direzione differente e ho bisogno
di concentrarmi sul mio futuro.» Evitò di guardarla
negli occhi.
«Ma ci sposiamo fra due mesi» sussurrò lei.
Nulla di ciò che disse riuscì a smuoverlo. Si sforzò di
non piangere e non ci riuscì. Tentò di non implorare e fallì
anche in questo.
«Tu non mi supporti» la accusò lui.
«Ma certo che ti supporto. Sai che è così.»
«Non è vero. Continui a parlare del vecchio Kevin.»
«Mi manca il vecchio Kevin! Eri più felice, caro. E non
mi riferisco al peso. Eri più divertente e allegro e ti godevi
le cose. Adesso non fai altro che andare in palestra e
contare calorie. Non è vita, questa!»
«Naomi dice...»
«Ti prego! Non un'altra delle frasi celebri di Naomi.
Non mentre mi stai lasciando!» Si mise a singhiozzare.
«Kevin, ti amo da quando avevo tredici anni.»
«Non mi conosci.»
«Come fai a dire una cosa simile?»
«Em, tu non capirai mai. Finalmente sono una persona
che mi piace. E un peccato che a te non piaccia, ma Gesù!
Non chiedermi di tornare come prima.»
«Non riesci a essere magro e dolce, Kevin? Perché tu eri
la persona più buona, la migliore che io abbia mai...»
«Già. Dovevo esserlo, perché la gente non mi odiasse.»
«Nessuno ti odiava, Kevin. Nessuno odia una persona
perché è in sovrappeso.»
Lui alzò gli occhi al cielo. «Senti. Mi dispiace, okay? Ma
non posso essere il vero me quando sto con te. Tu mi tieni
legato al passato.»
Em si asciugò gli occhi col dorso della mano. «K-K-
Kevin, t-ti prego.»
La balbuzie le era saltata alla gola, il ghigno della morte
sulla bocca.
Era tornata! Il grasso di Kevin stava sparendo, ma dopo
tanti anni di remissione, la balbuzie era tornata.
Kevin la guardò, e il suo viso si addolcì. «Te lo dico per
il tuo bene, Emmaline» concluse teneramente. «Hai preso
peso quest'anno. È meglio che tu stia attenta a quello che
mangi.»
E così finì. Il Kevin che Em aveva amato, quello che le
aveva reso tollerabile il fatto di essere scelta per ultima
nella formazione delle squadre, quello che l'aveva amata
quando le parole le si inceppavano in gola, non esisteva
più. Lui se ne era liberato come un serpente fa della propria
pelle.
Andò a vivere con Naomi.
Em non riuscì a trattenersi. Gli scrisse una lettera. Era
piena di frasi tipo non smetterò mai di amarti e non capisco
e ti prego dammi un'altra possibilità, e di tutte quelle
cose umilianti che le amiche ti dicono che non bisogna
mai dire. Lui non rispose.
Quando Em capì che era finita davvero, si recò a Malibu
per dare la notizia alla sua famiglia.
«Kevin e io ci siamo lasciati» annunciò quella sera, seduta
al tavolo di cucina con i genitori (che non si parlavano
più senza interposta persona, ma che continuavano a
vivere insieme) e Angela, che era arrivata dalla Stanford,
dove faceva un dottorato in astrofisica.
«Ce lo aspettavamo» disse sua madre con calma. «Io ti
accetto come sei.»
«E io ti voglio un bene incondizionato» intervenne papà,
per non essere da meno.
«Um... grazie» fece Emmaline. «Ma a cosa vi riferite?»
«L'abbiamo sempre saputo» assicurò suo padre.
«Saputo cosa?»
La mamma le prese una mano. «Che sei gay, cara.»
Emmaline sbatté gli occhi. «No, non lo sono.»
«Non hai bisogno di fingere, Emmaline. A tuo padre e a
me non importa quale sia il tuo orientamento sessuale.»
Tese a Em un fazzolettino di carta.
«Tua madre e io abbiamo cenato con i Bates l'altra sera»
rincarò papà. «Ci hanno detto del dimagrimento di
Kevin. È fantastico, vero?» Il buon vecchio papà: non ci
prendeva mai.
«A me Kevin piaceva più quando era grasso» intervenne
Angela. «E mi spiace davvero tanto, Emmaline.» L'Ineccepibile
Angela diceva sempre la cosa giusta.
Em tornò ad Ann Arbor e vi trovò la bella sorpresa che
il quotidiano stava riducendo l'organico e che non aveva
più un lavoro.
La nonna aveva lasciato il suo bungalow ad Angela ed
Em, nel testamento. Avevano pensato di affittarlo, ma adesso
era una benedizione di Dio.
Il giornale di Manningsport aveva un solo dipendente
stipendiato. E anche se ci fosse stata un'opportunità di lavoro,
Em ne aveva abbastanza di scrivere di assemblee
comunali e concerti scolastici.
Stavano cercando un'impiegata amministrativa al Dipartimento
di Polizia, che contava soltanto un agente a
tempo pieno e uno part-time. Levi Cooper, il capo, aveva
un anno meno di lei, ed Em lo ricordava bene dai tempi
delle superiori, un tipo tosto, campione di football. Ora
era un veterano dai modi un po' bruschi e bravo nel suo
lavoro.
Em scoprì che le persone si confidavano con lei, quando
telefonavano per riferire un problema. «Oh, Emmaline,
salve, cara. Mio marito è in ritardo e detesto essere nevrotica,
ma credi che Levi passerebbe davanti alla casa di
Suzette Minor per vedere se la macchina di Bill è lì? Conosci
Bill, no? Diciamo che non è il cane più fedele della
muta da slitta.»
Un giorno, una signora entrò nella stazione di polizia e
si presentò. Si chiamava Shelayne Schanta e cercava altre
donne interessate a un circolo di lettura. Poteva mettere
un bigliettino in bacheca? «Il mio fidanzato mi ha lasciato
per mia zia, riesce a crederci?» disse. «Devo trovarmi
qualcosa da fare nel tempo libero.»
«Il mio, di fidanzato, mi ha lasciato sei mesi fa» si sentì
dire Em.
«La tradiva?»
Lui aveva negato, ma anche se non era andato a letto
con Naomi prima di lasciarla, le era stato infedele emotivamente,
dedicando tutta la sua attenzione, la sua fiducia
e il suo tempo a quella bisbetica. Inoltre, era appena uscito
il numero speciale Metà del proprio peso della rivista
People, ed Em (e il resto del mondo) avevano potuto leggere
cosa Kevin pensasse di lei realmente. Cos'era questa,
se non infedeltà?
«Credo di sì.»
«Benvenuta nel club delle tradite incavolate» disse Shelayne.
Il nome rimase, e il Circolo delle Tradite Incavolate diventò
il suo rifugio. Non si leggeva molto, ma c'erano
Martini e un sacco di chiacchiere. A volte si ritrovavano
da O'Rourke. Emmaline entrò nella squadra di hockey
della città, grazie al fatto che era stata un'ottima pattinatrice
alle superiori. Si occupava del giardino di sua nonna,
e il profumo dei lillà e degli iris le portava alla mente
bei ricordi.
Come le era successo a scuola, indossò un'armatura. Se
era un maschiaccio tosto e dalla battuta pronta, allora
non era una donna che era stata lasciata per una ragazza
meschina.
Ma quanto le mancava Kevin.
Conservava una sua camicia button-down di quando
era al massimo del peso. Era tanto larga che poteva avvolgersela
addosso due volte. Le faceva pensare all'uomo
che le cucinava maccheroni al formaggio il secondo giorno
del suo ciclo, ogni mese. Che le aveva ritagliato vignette
di Dilbert per tutti gli anni delle superiori. Che le aveva
mandato la serie completa di Buffy l'Ammazzavampiri
quando le avevano tolto l'appendice.
Ogni volta che si sentiva sola, o ogni volta che si diceva
che forse era il caso di iscriversi ad Animagemella.com, si
trovava a fissare la vecchia, morbida camicia azzurra che
teneva appesa nell'armadio. La prendeva e se la metteva
per andare a letto e, anche se il vecchio Kevin non esisteva
più, Em non poteva fare a meno di ricordare il ragazzo
che le aveva offerto la sua amicizia quando lei non aveva
nessun altro.

 Capitolo 8.

Il tragitto dall'aeroporto LAX al Rancho de la Luna non
sarebbe mai stato abbastanza lungo.
Il piano di Emmaline era questo: arrivare al resort, fare
il check-in il più rapidamente possibile, poi nascondersi in
camera sua, scolarsi mezza bottiglia di vino e addormentarsi
sul divano guardando la televisione.
Jack si appisolò pochi secondi dopo essersi seduto in
macchina, anche se aveva passato una mano con ammirazione
sul tettuccio nel salire. Perché, sì, Em aveva noleggiato
una Mustang decappottabile con un motore che ruggiva
come un leone. Non aveva nessuna intenzione di arrivare
al Rancho de la Luna su un'auto economica.
Si immise sulla 405, fece un gestaccio all'auto che le aveva
strombazzato e cercò di rilassarsi.
Jack non si mosse. Aveva la testa reclinata all'indietro, i
capelli biondi che scintillavano al sole. Portava occhiali
dalle lenti scure e sembrava nel suo ambiente, in quella
terra dei belli. Faith aveva ragione riguardo al fratello:
era un cavaliere perfetto. Finora, almeno. Allegro, rassicurante,
un gran fusto. Una cosa che un po' la preoccupava,
perché Emmaline riusciva decisamente a vedersi nei panni
della poveraccia che va a letto con l'uomo che l'ha accompagnata
alle nozze dell'ex fidanzato tanto per dimostrare
che non è una megera rifiutata e rinsecchita.
Inglewood. Culver City. Santa Monica. I familiari nomi
passavano davanti ai suoi occhi insieme alle auto veloci.
Non era più abituata a guidare sulle superstrade di Los
Angeles, con il sole abbagliante in faccia e il puzzo dei tubi
di scappamento.
Il giorno prima, al parco, i tre gemellini Cabrera, di cinque
anni, le si erano avvicinati per giocare con Sarge, e lei
aveva finito per strisciare nella neve fresca con loro, fingendo
di essere un serpente (un'idea di Lucia). Poi i tre
bambini le si erano arrampicati addosso e le avevano chiesto
di fare il pony, e lei si era messa a quattro zampe nella
neve e aveva nitrito, con grande delizia dei tre piccoli (e di
Sarge).
Era da venti minuti nella California del sud, e aveva già
nostalgia di casa.
Un sole implacabile le batteva sulla testa. Dovevano essere
diciotto gradi, forse più, lì sull'asfalto. Prese la Santa
Monica Freeway verso l'autostrada costiera.
Tempo prima la mamma le aveva detto che Kevin e Naomi
erano tornati a vivere a Malibu. Questo prima che i
suoi genitori si trasferissero a Stanford per essere più vicini
ad Angela.
Strano, immaginarsi Kevin di nuovo lì. Pensò al ragazzino
pallido e grassoccio che aveva visto la prima volta, e
si sentì struggere.
Eccolo lì, l'oceano. Le colline brulle della California meridionale
formavano un muro sul lato est della strada, il
Pacifico la delimitava a ovest.
«È bellissimo» disse Jack, tirandosi su a sedere e togliendosi
gli occhiali da sole.
Non per lei. Non lo era affatto. Em aveva scordato
quanto potesse essere arido quel clima. Certo, l'oceano era
un incanto oggi. Ma il paesaggio era sabbioso e privo di
vegetazione, a parte le oasi innaturalmente rigogliose dei
giardini privati. Alberghi e case si susseguivano senza ordine
lungo l'autostrada: qualunque cosa per una vista oceano.
Se Em avesse avuto ricordi migliori, probabilmente tutto
le sarebbe parso più bello. In fondo, Malibu era considerata
uno dei luoghi più incantevoli d'America.
Quando entrarono in città, il cuore di Em cominciò a
battere forte. Okay, un incanto lo era: colline punteggiate
di ville perfettamente curate, palme e cespugli fioriti ovunque.
«Ci vivono tante celebrità, qui?» chiese Jack.
«Oh, sì. Bruce Willis, Courteney Cox, Leonardo Di Caprio.»
«Si vede mai gente famosa in città?»
Em sorrise a quella domanda. «Sicuro. Un sacco di attori
alloggiano qui se hanno un evento a Hollywood. Una
volta Morgan Freeman mi ha tenuto aperta la porta.»
«Figo.»
Em uscì dalla Pacific Coast Highway e cominciò a salire
verso il ranch. Il sole stava tramontando e lei si sentì
brontolare lo stomaco. Anche se aveva mangiato, in prima
classe, aveva una fame da lupo.
«Quali sono i programmi per stasera?» chiese Jack.
«Spero di riuscire a nascondermi in camera mia, farmi
portare su la cena e sbronzarmi. Tu puoi fare quello che
vuoi.» Si rese conto che quella frase poteva suonare scortese
e aggiunse: «Volevo dire, fatti pure un giro del ranch. È
splendido. Un tempo era una clinica di riabilitazione per
miliardari».
«Farò tutto quello che vuoi tu» disse lui.
Non tentarmi, Jack. Svoltò in White Horse Canyon
Road. Le palpitava il cuore per il nervosismo. Ecco l'insegna.
Benvenuti al Rancho de la Luna, il più lussuoso Centro
d'Addestramento Reclute d'America.
«Un Centro d'Addestramento Reclute di lusso?» osservò
Jack. «Un bell'ossimoro, eh?»
«È come quel posto di Sfida all'ultimo chilo» spiegò Em.
«Naomi è una guru del fitness.»
«Che cosa divertente per noialtri.»
Con una manovra brusca, Em accostò al ciglio della
strada e si girò verso Jack. «Okay, ecco la storia. Lui era
grasso, lei lo ha riportato al peso forma, si sono innamorati.
I miei genitori pensano che io sia lesbica. Oh, ti ho detto
che ho una sorella perfetta e bellissima?»
«L'hai fatto.»
«Inoltre, i miei genitori sono divorziati ma vivono ancora
insieme anche se non si parlano senza interposta persona.
Potrebbero analizzarti. Sono due psicologi.»
«Ah. C'è altro?»
«Probabilmente sto dimenticando qualcosa, ma per ora
basta.»
Jack sorrise. «Vuoi prima passare a cambiarti?»
Lei trasalì. «Prego?»
Lui si strinse nelle spalle. «Ho tre sorelle. Ho pensato
che non volessi affrontare il tuo ex con l'aspetto...»
«L'aspetto di chi, Jack?»
«Di una che ha fatto un lungo volo aereo e si è scordata
la medicina miracolosa per i capelli.»
«Non ti ho portato qui per fare il saputello.» Ingranò la
marcia. «Non sono una di quelle persone che hanno la fissa
del look.»
«Si vede.»
«Jack, se non vuoi che ti pugnali al collo, chiudi la bocca.
Le tue fan dicevano che sei un cavaliere perfetto. Comportati
come tale.»
Lui sogghignò. Ah. L'aveva presa bene. Em non riuscì a
trattenere il sorriso. «Scusa» gli disse.
Il Rancho de la Luna era magnifico. Intonaco bianco,
tetto di coppi rossi, un giardino curatissimo, una fontana.
Aranci e limoni erano in fiore, e così i peri ornamentali. Il
profumo dei gelsomini saturava l'aria.
Molto romantico.
«Benvenuti» disse il parcheggiatore, quando Em si fermò
davanti all'imponente portone di legno. «Siete qui per
le nozze Norman-Bates?»
«Certo» confermò Em smontando e consegnandogli le
chiavi. «Io sono Janet Leigh e lui Anthony Perkins.»
«È un piacere conoscervi!» esclamò l'uomo, con un sorriso
tanto smagliante che Em fu tentata di schermarsi gli
occhi. «E buon soggiorno al Rancho de la Luna!»
Jack recuperò le valigie dal baule. «Inizia lo spettacolo»
disse, prendendole la mano.
«No, no. Niente del genere» protestò Em. Ma, accidenti,
com'era contenta che fosse lì con lei. Un accompagnatore
perfetto. Davvero, Jack avrebbe dovuto cominciare a farsi
pagare. Avrebbe fatto fortuna.
L'atrio del resort aveva pavimenti di mattonelle messicane
e pareti bianche. Alcuni orridi quadri di ispirazione
religiosa erano appesi ai muri; Em aveva letto che il resort
si ispirava a una missione spagnola. Si guardò attorno.
Bene. Nessuno che conosceva.
«Emmaline Neal» disse alla receptionist.
«Benvenuta.» La donna fece tintinnare le chiavi. «E il
suo nome, signore?»
«Jack Holland. Possiamo avere due stanze adiacenti?»
«Non necessariamente» precisò Em.
«Nessun problema» replicò l'impiegata con vivacità.
«Posso darvi la 112 e la 114. Prendete quel corridoio e
svoltate a destra. Entrambe le stanze hanno la vista sull'oceano.»
Sorrise di nuovo a Jack e consegnò le chiavi.
«Grazie.» Emmaline prese la sua borsa, si girò e per poco
non andò a sbattere contro un uomo estremamente bello.Capelli scuri. Occhi scuri. Spalle larghe, lineamenti cesellati.
Una scarica d'attrazione la percorse.
«Emmaline!» esclamò l'uomo. E, per tutti i santi del paradiso,
era Kevin.
Lei si fece paonazza e si sentì mancare le ginocchia.
Il suo ex sembrava il figlio dell'amore di Johnny Depp e
Orlando Bloom. Mascella squadrata, naso perfetto, bella
bocca e quegli occhi... Gli occhi non erano cambiati.
«Sei venuta» disse lui.
«Come?» Em si schiarì la voce. «Sì, sono venuta. Mmh,
siamo venuti. Grazie per l'invito. Sei... sei in formissima.»
Erano passati quasi tre anni dall'ultima volta che lo aveva
visto. Allora era stato bellissimo, sì, forte e solido.
Adesso però... adesso era una scultura. La T-shirt che esibiva
la scritta Calpesta i deboli, salta i morti aderiva ai
suoi pettorali e le sue braccia... oh, le braccia erano un'opera
d'arte. Erano braccia da Daryl in The Walking Dead.
Braccia da Jeremy Renner.
Em chiuse la bocca con uno scatto.
Il suo ex sorrise. «Ah, già. Non avevi ancora visto il risultato
finale. Sorprendente, eh?» fece, poi si sfilò la maglietta
e fletté i muscoli.
Un vero... un vero imbecille.
Ma porca miseria!
Era abbronzato e perfettamente glabro (un tempo li aveva
avuti, i peli sul petto, ma ora la sua pelle era liscia e
dorata). Muscoli perfettamente definiti, neanche la minima
traccia di grasso. Era come se il Nuovo Kevin avesse
ucciso il Vecchio Kevin, ne avesse sciolto l'adipe e l'avesse
usato come olio da lampada o qualcosa del genere, perché
anche se aveva dormito con quest'uomo per anni, Em non
riconosceva un solo dettaglio in quella splendida distesa di
pelle e muscoli e carne.
Poi Naomi arrivò a passo di jogging, con addosso un
completino da ginnastica più piccolo di qualunque costume
da bagno Em avesse mai posseduto. Emmaline strappò
gli occhi dalle dotazioni di Kevin.
«Tesoro. Eccoti qui.» Naomi passò un braccio abbronzato
intorno alla vita perfetta di Kevin e fece un sorrisetto a
Emmaline. «Emily. Un pezzo che non ci si vede.»
«Mi chiamo Emmaline.»
«Giusto.» Naomi si portò alle labbra una bottiglietta di
un drink energetico color bile e bevve un lungo sorso.
«Salve. Sono Jack Holland» intervenne una voce. «La
sposa e lo sposo, suppongo?»
«Oh, scusa» fece Em. «Jack, ti presento Kevin Bates e
Naomi Norman. Lui è il mio amico Jack Holland.»
Naomi lo squadrò dall'alto in basso. «Qual è il tuo indice
di massa corporea?»
«Non ne ho idea» rispose lui paziente.
«Quanto fai alla panca piana?» si informò Kevin.
«Non sono uno da palestra.» Jack sorrise. Le prese la
mano. Em non la tirò via. Era possibile che gli stesse stritolando
le dita.
Avrebbe dovuto abbracciare Kevin per mostrare che le
era passata. Avrebbe dovuto sorridergli. Avrebbe dovuto
dire, Kevin, ehi! Ma guardati, sei in gran forma!, ed essere
allegra e casuale, non congelata e scema.
«È un posto bellissimo» disse Jack. «Siamo stati così
contenti di lasciarci alle spalle l'inverno.»
Né Naomi né Kevin fecero commenti.
«Emmaline, perché non ci sistemiamo?» propose Jack.
Lei lo fissò ammutolita. Meglio che guardare Kevin,
questo era sicuro. Per non parlare di Naomi.
«Buona idea» approvò, e un urrà per lei, era riuscita a
parlare. «Ci vediamo dopo, ragazzi. Ovviamente. Perché è
il vostro matrimonio! Eggià!» Ossignore. Dov'era la sua pistola?
L'aveva messa in valigia, vero? Le serviva per spararsi
un colpo.
Jack rise, gli angeli lo benedicessero, e le passò un braccio
sulle spalle. «È stato un lungo volo» osservò, dandole
una piccola stretta. «Ci siamo alzati prima dell'alba.»
Naomi storse la bocca. «Riposati, Emily. Sembri sfinita.»
Mano nella mano, la sposa e lo sposo si allontanarono
nella direzione opposta. Naomi aveva ancora il corpo più
strepitoso che lei avesse mai visto, ed Em non potè impedirsi
di provare un piccolo moto di invidia. Solo per una
volta, per un solo pomeriggio sulla spiaggia, le sarebbe
piaciuto riempire così un costume da bagno. Okay, okay.
Le sarebbe piaciuto farlo per un fine settimana. Un mese.
Qualche anno.
E Kevin... Lui ce l'aveva fatta. Non aveva più un grammo
di grasso. Era rientrato nell'un per cento della popolazione:
i superbelli dal corpo superperfetto.
«Tutto okay?» chiese Jack.
«Sì, sì.» Lei si ritrasse dal conforto del suo braccio. «Apprezzo
il pensiero, Jack, ma davvero, non ho intenzione di
fingere che siamo una coppia.»
Lui la guardò per un lungo istante. «Sicura?»
«Sì. Ma grazie.» Distolse lo sguardo per non vedere la
dolcezza degli occhi di lui e si avviò lungo il corridoio.
Era ora di un bel bicchierone di vino. O due. Svoltarono
in un altro corridoio, e una voce familiare fece fermare Em
sui suoi passi.
«Emmaline? Tesoro!» Era la mamma. «Come stai? Resisti?
Hai visto Kevin? Sei stata così coraggiosa a venire.»
«Certo che sei venuta, Emmaline. Sei molto forte, te l'ho
insegnato io» intervenne papà. Ci fu un attimo di confusione
quando sia suo padre che sua madre vollero essere i
primi ad abbracciarla.
«Ciao, mamma. Ciao, papà.» Un abbraccio simultaneo
per non fare favoritismi, poi Em sorrise alla sorella.
«Emmaline!» esclamò Angela, gli occhi un po' umidi.
«Com'è bello vederti!»
Sua sorella riuscì a districarla dai genitori e la abbracciò.
Poi papà le diede un altro abbraccio extra-lungo per
dimostrare che era un genitore migliore della mamma, la
quale fu costretta ad abbracciarla di nuovo e a baciarla
due volte sulle guance.
«È bello vedere voi» disse Em. Parlava sul serio, ma non
c'era verso che riuscisse a suonare affettuosa e sincera
quanto sua sorella. «Lui è il mio amico, Jack Holland.»
«Jack, è un piacere conoscerti» esclamò Angela, stringendogli
la mano con calore. Le suore dell'orfanotrofio avevano
fatto davvero un lavoro fantastico crescendola.
«Oh! Questo è Jack?» esclamò la mamma. «Che sorpresa!
Io non... Be', noi non... ah...»
«Cosa? Ti avevo detto che avrei portato qualcuno.»
«Solo, pensavo che questa persona di nome Jack...» La
mamma indicò le virgolette con le dita. «Fosse una Jacqueline...
Non che ci sia niente che non vada in te, Jack.»
«È un vero piacere conoscervi» disse lui, sorridendo a
Em. Strinse la mano ai suoi genitori.
«Figliolo, che piacere» intervenne papà, per dimostrare
che era molto più aperto della mamma.
«Stavamo proprio andando a cena al ristorante» intervenne
Angela. «Dovete unirvi a noi, non è vero, mami? Papi?»
«Volentieri» accettò Jack, accidenti a lui. «Dateci un'ora,
potete? Vi raggiungeremo là.»
Altri abbracci, poi finalmente gli altri tre Neal si allontanarono.
Quando furono a distanza sufficiente, Em guardò
Jack. «Cos'avevo detto riguardo al nascondermi nella
mia stanza e sbronzarmi?» gli chiese. «Credevo fossi un viticoltore.
Avresti dovuto approvare il mio piano.»
«Sono la tua famiglia. Ti vogliono bene.» Lui prese la valigia
di Em, ignorando i suoi tentativi di strappargliela di
mano. «Potrai bere del vino a cena.»
Emmaline non bevve vino a cena. Nessuno potè farlo.
Il ristorante del resort, Il mare della tranquillità, era elegante
e aveva una vista mozzafiato sul Pacifico. Però
non serviva alcolici. Una vera cattiveria.
Si era fatto più fresco. Avevano acceso un fuoco suggestivo
in un camino di cristallo al centro della sala. Em,
Jack e la famiglia di lei avevano un tavolo d'angolo. Insolite
candele, probabilmente fatte di erba di grano e edamame,
guizzavano sui tavoli. Fuori, un caprimulgo si mise a
cantare.
Naomi e Kevin non erano al ristorante, grazie a Dio. A
Em parve di riconoscere uno dei cugini di lui, ma nessuno
la salutò o si fermò al loro tavolo, e per lei fu un sollievo.
Avrebbe visto tutti l'indomani, e sabato: avevano dato a
tutti un programma di Attività divertenti e salutari!, che
comprendeva gli inevitabili sport acquatici.
La cerimonia era prevista per il sabato pomeriggio.
Em si chiedeva cosa avesse provato Kevin rivedendola.
Si domandava se sarebbero riusciti a parlarsi, loro due soli,e forse... forse a chiudere un capitolo. E, perché no, a
tornare amici. Sicuramente, in quel corpo mirabilmente
scolpito, restava qualcosa del Vecchio Kevin.
L'atmosfera, a cena, fu surreale. I Neal erano due grandi
oratori, ma poiché non si parlavano, era come se a tavola
si svolgessero due conversazioni contemporaneamente,
a eccezione delle aspre frecciate che si rivolgevano a vicenda
di tanto in tanto. Inoltre, la combinazione di stress e
jet lag erano per la testa di Em l'equivalente di un sedativo
Ambien e una pallonata.
Il ranch serviva solo cibo vegano privo di glutine e, pur
non essendo sgradevole al palato, non era né identificabile
né saziante.
Solo Angela si comportava in modo normale. Era incantevole
come al solito, rideva, posava la mano sul braccio di
Jack, raccontava aneddoti, mentre la mamma le bisbigliava
all'orecchio domande sul perché Em avesse deciso di
farsi accompagnare da un uomo.
«Sono eterosessuale, mamma» dichiarò Emmaline per la
quinta o sesta volta.
«Non che ci sia nulla di male» premise la donna. «Ma,
Emmaline, non occorre che tu mi nasconda la tua sessualità.
Ho una mentalità aperta, al contrario di tuo padre.»
«Io sono apertissimo» obiettò papà. «Sappiamo tutti chi
sia l'omofobico, qui. Emmaline, non devi nascondere la tua
vera personalità al tuo vecchio padre.»
«Io non nascondo proprio niente!» protestò Em. «Ora
metterò la mia sessualità ai quattro venti, okay? Mi piacciono
gli uomini. Non ho mai baciato una donna, né mai
ho desiderato farlo.»
«Peccato» mormorò Jack, guadagnandosi un'occhiataccia
da parte di lei.
«Non possiamo parlare di qualcos'altro?» chiese Em alla
fine, piluccando un misterioso alimento che iniziava con la
Z. «Ange, cosa c'è di nuovo nel mondo della luna e delle
stelle?» Si girò verso Jack. «Angela è un'astrofisica. Ha appena
finito il dottorato alla Stanford.»
«Emmaline, sei sempre carina a chiedermelo, ma il mio
lavoro è talmente noioso in confronto al tuo!» cinguettò
sua sorella. «Raccontami come vanno le cose nella bella
Manningsport. Hai fatto qualche intervento interessante,
ultimamente?»
«Oh, sicuro. L'altro giorno un bambino di quattro anni
si è ficcato un mirtillo nel naso, e sono riuscita a toglierglielo.»
Okay, era stato più divertente di quanto sembrasse
ora. Il piccolo Flynn Maloney era stato lusingato da tutta
l'attenzione che aveva attirato e giustamente orgoglioso
di essere riuscito a incuneare il mirtillo così su. «E la settimana
scorsa ho dovuto liberare un uomo che era ammanettato
al proprio letto. Sua moglie aveva fatto cadere la
chiave nel cioccolato fuso, e pensava di averla inghiottita
mentre... Oh! Uh, non è importante, davvero.»
I piccanti coniugi in questione erano stati Prudence e
Carl Vanderbeek. La sorella e il cognato di Jack. Ooops.
«Sembra proprio una cosa che potrebbero fare mia sorella
e Carl» osservò lui.
«Bingo.»
Lui sorrise.
Sorrise.
Oh, come sorrise.
La sua espressione era incredibilmente dolce, e quel sorriso
era un balsamo per un'anima acciaccata. Aveva perfino
delle deliziose rughette agli angoli degli occhi! Per tutti
i diavoli, Jack Holland era proprio... era proprio...
«Voi due siete proprio una bella coppia» disse Angela.
«No! No, no. Siamo solo amici» protestò Em, strappando
lo sguardo dal viso di Jack.
«Giochiamo a hockey insieme» spiegò Jack. «Em ha il
migliore colpo di polso della squadra.» Passò il braccio sulloschienale della sedia di lei. Rieccolo con quell'atteggiamento
possessivo... «Ma ora mi sembra stanca, perciò se
non vi dispiace ci ritiriamo nelle nostre stanze.»
«Ma certo! Un corpo ben riposato è fondamentale per la
salute mentale.» Papà saltò su per abbracciarla. «Sei meravigliosa,
cara. Papà ti vuole tanto bene.»
«Ti voglio bene anch'io, papà.»
«E io ti voglio bene quanto lui. Se non di più» intervenne
la mamma.
«Buono a sapersi. Ange? Tu non rilanci?»
Angela rise. «E io ti voglio bene quanto questi due insieme,
più l'infinito.»
Emmaline sorrise, augurò la buonanotte a tutti e si avviò
con Jack verso le loro stanze.
«Che bella famiglia» osservò lui.
Em non avrebbe usato queste parole, ma erano i suoi
genitori, e li amava. «Grazie. Sei piaciuto a tutti e tre.»
«Io piaccio a tutti.» Una frase che sarebbe potuta apparire
presuntuosa, non fosse stato per il suo sogghigno. Del
resto, era vero. Cosa poteva non piacere in lui? Chi non avrebbe
voluto strusciarglisi addosso e...
«Ti va di fare due passi?» chiese lui.
«Mmh... forse è meglio che vada a letto. Ma tu ne hai voglia?»
Jack esitò. «No. Sono stanco anch'io»
«Domattina, se scendi alla spiaggia, potresti vedere delle
lontre di mare. Sono proprio carine.»
«Terrò gli occhi aperti.»
«C'è una lezione di yoga alle cinque e mezza» lo informò
Em. «È nel nostro programma.»
«Fingerò di non aver sentito.» Jack infilò la chiave elettronica
nella fessura. «Dormi bene, Emmaline.»
Lei entrò nella propria stanza. Chiuse la porta a doppia
mandata. Si lavò, infilò il pigiama e si mise a letto. Il materasso
era comodissimo. Fece oscillare braccia e gambe
come per fare un angelo nella neve. Che bel lettone. Un
sacco di posto per Sarge. Si chiese come stesse. Lo aveva
lasciato a Shelayne, la quale provava un insano amore per
i cani. Sarebbe stata una fortuna se l'amica glielo avesse
restituito, considerato quanto aveva promesso di viziarlo.
Bel lettone. Grande. Comodo.
Cacchio. Era agitata. Sfinita, ma agitata.
Chiuse gli occhi e cercò di rilassarsi. Si visualizzò su
una barca alla deriva sull'oceano. (Perché alla deriva? E
se fosse finita nella Corrente del Golfo e avesse fatto la fine
di Pi, meno la tigre? O anche peggio, con la tigre?). Visualizzò
l'oceano blu cobalto. (Nota mentale: avvertire
Jack di controllare il bollettino degli squali prima di andare
a nuotare. Certo, l'acqua sarebbe stata solo sui diciassette
gradi. Però lui veniva dalla regione dei Finger Lakes.
Era abituato all'acqua fredda. Forse non avrebbe avuto
voglia di andare a nuotare dopo l'esperienza del salvataggio,
ma lei era tentata di farlo, solo che avrebbe dovuto
indossare una muta, e al sedere di chi donava una muta?
A quello di Naomi e a nessun altro, ecco a chi.)
«Okay, non funziona» sbuffò, scostando le coperte. Aveva
bisogno di una boccata d'aria fresca.
Uscì sul balcone, che era minuscolo ma adorabile, con
un gelsomino americano che si arrampicava lungo i montanti.
Un tavolino di ferro, due seggioline. Si riempì i polmoni
con la fresca aria salmastra. L'indomani mattina avrebbe
bevuto lì il caffè. No, aspetta... Al ranch non servivano
neanche caffeina. Che postaccio.
Lanciò un'occhiata al balcone di Jack, che era identico
al suo. Lui aveva lasciato aperta la porta scorrevole e la
sua tenda era gonfiata dalla brezza. Em sperò che si godesse
il fine settimana lontano da Manningsport, nella
terra del sole e dell'oceano. Era proprio un bravo ragazzo.
Il prato del Rancho de la Luna si estendeva sotto di lei.
Il caprimulgo lanciò di nuovo il suo richiamo solitario nella
quiete. La brezza profumava di gelsomino, una fragranza
che Em ricordava bene dalla sua infanzia, e le parve di
cogliere il suono del dolce lambire del Pacifico sulla spiaggia.
O forse erano le macchine che percorrevano la Pacific
Coast Highway. Comunque fosse, il Rancho de la Luna si
trovava davvero in una posizione spettacolare. Dio solo sapeva
quanto poteva costare un matrimonio come quello,
tra albergo, ricevimento, orchestra, fiori e attività organizzate.
Le nozze di Em e Kevin avrebbero dovuto tenersi nella
casa dei genitori di lei. Mamma e papà avevano lavorato
fianco a fianco senza parlarsi tutti i fine settimana per un
intero anno, per preparare il giardino. Papà aveva persino
costruito un arco su cui far arrampicare le rose, una piccola
struttura adorabilmente sbilenca.
Boo-hoo-hoo. C'erano cose peggiori al mondo che essere
piantata dal fidanzato. Em si era rifatta una vita a
Manningsport. Amava il suo lavoro. Amava il suo capo, amava
Carol, amava perfino quel tonto di Everett. Aveva degli amici.
Aveva un cane.
Però aveva questa sensazione di essere sola. Rientrava
in una casa buia, vuota, sera dopo sera. Non riusciva a immaginarsi
a dividere la vita con qualcuno.
Sembrava proprio che Kevin fosse stato l'amore della
sua vita. Il Vecchio Kevin, almeno.
Sospirò e guardò l'orologio. Era già un'ora che cercava
di addormentarsi. Bene, il Kindle non era stato inventato
per niente. «Elmore Léonard, arrivo» borbottò. Poi fece un
salto sentendo arrivare un tonfo dalla stanza di Jack. Un
tonfo forte. «Jack? Tutto okay?» chiamò.
Lui non rispose.
«Jack?»
Emmaline tornò dentro. Avevano due stanze comunicanti.
Bussò alla porta. «Jack? Stai bene?»
Nada.
Un altro schianto e un rumore di vetro che va in frantumi.
La porta era chiusa a chiave. «Jack! Aprimi.»
Non c'erano movimenti nell'altra stanza.
Bussò di nuovo, più forte questa volta. «Jack, sono Emmaline.
Apri, okay?»
Cinque secondi e ancora nessuna risposta.
Okay. Via all'intervento di polizia.
Teneva Josh Deiner per un braccio e lo stava tirando su.
E, sul serio, non era poi così difficile; perché aveva avuto
tanta paura a immergersi? Non era neanche freddo, il che
era strano, perché Anderson Cooper, sulla riva a fare la
cronaca dell'azione, non faceva che ripetere che si gelava.
La macchina era più in profondità di quanto Jack ricordasse,
ma non aveva importanza, perché era caldo e c'erano
delle lontre di mare e Josh Deiner accennava un sorriso,
come se ci fosse una complicità tra lui e Jack. Non apriva
gli occhi, però. Gli altri ragazzi lo avevano fatto. Avevano
nuotato aggraziati come lontre, ma Josh fingeva di
essere privo di conoscenza, probabilmente perché voleva
diventare un attore. Jack lo sapeva perché lo aveva detto
Anderson Cooper.
Poi tutte le lontre di mare sfrecciarono via, come fanno i
pesci quando sentono arrivare lo squalo.
Tutto a un tratto era freddo, e Jack guardò verso l'alto.
Forse non avrebbe dovuto scendere così in profondità, perché
la superfìcie era molto lontana. Strano che riuscisse a
trattenere il fiato così a lungo. O non ci riusciva?
A un tratto, i suoi polmoni si trasformarono in pezzi di
carbone. Si stava facendo buio e il ghiaccio si stava chiudendo
sopra di loro, un soffitto di ghiaccio che nascondeva
il tramonto rosso e violaceo, e Jack lo sentì chiudersi,
chiudersi con uno schianto simile a vetro, e lui aveva proprio
bisogno di respirare ora. Guardò Josh, e adesso gli occhi
del ragazzo erano sbarrati, e stava sorridendo, ma non
era un bel sorriso. Cominciò a sprofondare, attirando Jack
con sé, perché era già morto ed era furioso che Jack non lo
avesse salvato, e non intendeva morire da solo. Jack cercò
di liberarsi, cercò di colpire Josh in faccia, ma le sue braccia
erano troppo pesanti, troppo lente, così premette il ragazzo
contro la macchina...
«Jack! Jack! Va tutto bene. È soltanto un sogno!»
C'era una donna lì. Sotto di lui.
«Ciao» disse Em. «Svegliati, Jack.»
Giusto. Emmaline. La stava tenendo per i polsi. Aveva
le lenzuola attorcigliate intorno al corpo e l'aveva inchiodata
contro il materasso. La piccola lampada sulla scrivania
era accesa.
Si ritrasse di scatto, lasciandole i polsi. «Scusa.» Aveva
la voce rauca. Si passò una mano tra i capelli e li trovò umidi.
Era madido di sudore. Dappertutto.
«Un bicchiere d'acqua?» chiese Em, stranamente calma
per essere una donna che era appena stata abbrancata da
un maschio nudo.
Ah, già. Era anche nudo. Dormiva sempre così.
Em non aspettò la sua risposta, si tirò su e andò in bagno.
Jack si appoggiò contro la testiera e sistemò le coperte.
Si guardò attorno, il respiro ancora faticoso.
Per la verità, ce l'aveva un bicchiere d'acqua da qualche
parte. Ah. Eccolo lì, in frantumi sul pavimento, accanto
all'abat-jour.
Era la quarta volta, quella settimana, che faceva lo stesso
sogno. Più o meno. Le lontre di mare erano una novità.
«Come sei entrata?» le chiese, quando uscì dal bagno.
«Ho bussato.» Em gli tese il bicchiere. «Non hai risposto,
così sono saltata sul tuo balcone. Come una vera ladra acrobata.
A proposito, dovresti chiuderti dentro la notte.»
«Ho pensato che le probabilità di un'intrusione fossero
basse.»
«Non abbastanza.» Lei sogghignò. Si chinò a raccogliere
la lampada, la accese, poi si mise a recuperare le schegge
di vetro.
«Faccio io.»
«Tu resta a letto. Scommetto che dormi nudo come un
verme e non voglio spettacoli.»
Jack avrebbe fatto una battuta, ma la faccia di Josh era
ancora impressa nella sua mente, con quel sorriso implacabile,
spietato.
Emmaline mise i frammenti di vetro sul tavolo. «Ti capita
spesso di avere degli incubi?»
«No. Non tanto.»
«Sembrava brutto.»
«Non me lo ricordo.»
Lei lo guardò come se sapesse che stava mentendo. Meglio
così che farsi analizzare da una Freud in erba.
Avrebbe dovuto essergli passata, ormai. Erano trascorsi
venti giorni. Tre dei ragazzi erano sani come pesci.
Josh Deiner stava tenendo duro.
Se si può definire tener duro un coma.
«Spostati» disse Em, e lui lo fece.
Si sedette accanto a lui, sopra le coperte, prese uno dei
tanti cuscini messi a disposizione dall'albergo e se lo strinse
al petto. Guardò Jack. Si scostò i capelli dalla faccia.
Era un gesto pratico (i capelli mi ostruiscono la visuale, li
scosto). Così diverso dalle movenze sensuali, feline di Hadley.
Ma Emmaline non era priva di fascino. Aveva i capelli
scuri, folti, e indossava dei pantaloni da pigiama e un top.
Belle tette. Jack si sforzò di non notarle.
Sentì che stava per ricevere una predica sull'importanza
di un aiuto psicologico nei casi di disturbo post-traumatico
da stress, oppure una pacca sulle spalle e l'assicurazione
che tutti e quattro i ragazzi sarebbero annegati senza
di lui, non solo Josh, e persino Josh stava tenendo duro,
perciò lui non aveva motivo di tormentarsi.
«Vuoi del cioccolato?» gli chiese Em invece. «Muoio di fame.»
Senza aspettare una risposta, si alzò, aprì la porta che a
quanto pareva collegava le loro stanze (Jack l'aveva appena
notata) e tornò con una tavoletta Hershey. Alle mandorle.
Si buttò sul letto accanto a lui e lacerò l'alluminio.
«Me ne sono portata una riserva. Non fare la spia, o mi faranno
fare flessioni per tutto il fine settimana.» Spezzò la
tavoletta in due e gli diede la sua metà.
Lui la addentò. Erano secoli che non ne mangiava una
così. «Come mai hai accettato l'invito a questo matrimonio,
Emmaline?» Sì. Parlare di qualcosa di diverso da lui.
Lei si strinse nelle spalle. «Stupido orgoglio. Curiosità
morbosa, anche.» Addentò il cioccolato. Si era tenuta la
metà più grossa, e per qualche motivo questo gliela rese
ancora più simpatica. «Sai come succede, no? Il tuo ex
pensa ancora a te? Tu pensi ancora a lui?» Gli lanciò
un'occhiata. «Sarà capitato anche a te.»
«Non proprio.»
«Ti infastidisce avere Hadley di nuovo in città?»
Jack finì la sua metà (il suo terzo, anzi). «Preferirei che
non fosse tornata, ma l'ha fatto.»
«Vuole rimettersi con te?»
«Già.»
Em annuì. «Pensi che le darai una possibilità?»
«No. Tu daresti un'altra possibilità a Kevin?»
Lei finì la cioccolata e leccò l'involucro, e Jack sentì
un'immediata contrazione all'inguine.
«Probabilmente sì. Il Kevin di cui mi sono innamorata
meriterebbe una seconda occasione... bla bla bla. Uffa.»
Rimase zitta per un secondo. «Ma lui ora è il Nuovo Kevin.
Le persone cambiano. Giusto?»
«Non lo so.»
«Hadley lo ha fatto?»
Forse era la penombra, o l'ora tarda, o l'intimità di dividersi
una tavoletta di cioccolata, oppure il bisogno di distrarre
il pensiero, ma Jack si trovò a rispondere. «Probabilmente
no. Ma io vedevo quello che volevo vedere.»
«Già, gli uomini sono stupidi fino a questo punto» convenne
Emmaline e, con sua grande sorpresa, lui rise.
«E fino a che punto sono stupide le donne?»
«Vanno alle nozze del loro ex fidanzato, sperando in
qualcosa che probabilmente non succederà mai.»
«E cosa vorresti che succedesse? Che lui lasciasse l'istruttrice
e ti implorasse di riprenderlo?»
«Sarebbe divertente» ammise Em. «Ma no. Suppongo,
soltanto... delle scuse di qualche tipo?» Arrossì.
Buffo. Non era turbata dal fatto che lui l'avesse schiacciata
sotto il proprio peso o che fosse nudo come un verme
sotto le coperte, e neanche dal fatto che si fosse agitato nel
sonno rompendo un bicchiere. Ma arrossiva nell'ammettere
che desiderava un semplice mi dispiace.
«Per cosa dovrebbe scusarsi?» chiese Jack.
Lei appallottolò l'involucro e lo lanciò nel cestino con un
tiro perfetto. «Tre punti.» Un'altra alzata di spalle. «Non
so. Niente. Quel commento su People, magari.»
«Quale commento su People?»
«Santo cielo, Jack, con tre sorelle, pensavo fossi aggiornato
sui pettegolezzi della città.»
«Sono rumore bianco, per quanto mi riguarda.»
Em arrossì di nuovo. «Disse che non gli sono stata di
supporto.»
«Tutto qua?»
«Be', non è vero che non sono stata di supporto, Jack!
L'ho supportato in tutti i modi! Gli ho dato un supporto da
guaina degli anni Cinquanta!»
«Ho capito, gli hai dato un grande supporto» annuì lui,
trattenendo un sorriso. «Supporto per cosa, a proposito?»
«Per la miseria. Sei un pessimo cavaliere. Per aiutarlo a
perdere settantacinque chili!»
«L'ha fatto davvero? Bene, buon per lui. Quindi, dimagrire
lo ha cambiato.»
«Già. Il Vecchio Kevin era un uomo fantastico. Il Nuovo
Kevin è un idiota ossessionato da se stesso.» Gli lanciò
un'occhiata penetrante da poliziotta, la stessa che aveva
visto fare a Levi. «Sei a posto, ora?»
Jack sentì il proprio sorriso farsi di legno. «Sto bene.
Grazie. Mi spiace di averti svegliato.»
Em si strinse nelle spalle. «Ero ancora sveglia.» Si alzò.
«Spero che dormirai meglio per il resto della notte, Jack.»
«Ti accompagnerei alla porta, ma sono nudo come un
verme.»
Lei si girò a sorridergli e aprì l'uscio che collegava le loro
stanze. «Chiamami se hai bisogno di me.» L'aveva detto
in tono pratico, amichevole.
Non chiuse a chiave.
Jack rifletté su quel fatto.
Era un sacco di tempo che non dormiva con una donna.
Emmaline aveva un buon profumo. Non parlava troppo.
Non faceva quelle stupide domande da primo appuntamento,
tipo quale fosse la sua serata ideale e se si vedesse
padre di famiglia tra cinque anni. Non dava l'impressione
di valutarlo per il potenziale genetico dei loro futuri figli, e
non aveva civettato con lui neanche una volta. Non gli faceva
domande sull'incidente.
Il fatto che lui fosse nudo come un verme non le aveva
fatto alcun effetto.
Era semplicemente... carina. No, non era la parola giusta.
Era facile stare con lei. Era schietta. Gli piaceva il fatto
che fosse un po' bisbetica e gli piaceva l'affetto tollerante
che provava per la sua famiglia.
Aveva un buon profumo.
Aveva un culo spettacolare.
Il suo labbro superiore era un po' più pieno di quello inferiore,
e lui si chiese come sarebbe stato baciarla.
Inoltre, se l'avesse avuta nel suo letto, avrebbe avuto
qualcos'altro per la testa oltre al ragazzo Deiner.

 Capitolo 9.

Il mattino dopo, da brava californiana, Emmaline decise
di andare a fare jogging sul sentiero che scendeva verso la
spiaggia.
Era presto, dato che il suo corpo era ancora regolato sul
fuso orario della costa orientale, e pensò di essere al sicuro.
Non era veloce e non faceva tanti chilometri, ma c'era
qualcosa nella semplice azione del correre... non occorreva
essere bravi perché funzionasse. La corsa e la kickboxing
la mantenevano in forma per il suo lavoro. Se avesse
smesso di mangiare come una camionista, probabilmente
sarebbe anche dimagrita un po'. Avrebbe infilato la quarantadue.
Ma il periodo passato con Kevin mentre perdeva
peso l'aveva portata a odiare ogni tipo di dieta. E comunque,
la Ben & Jerry sarebbe fallita senza di lei.
Em non aveva mai avuto eccessivi problemi riguardo alla
propria figura. Tutto sommato, si piaceva così com'era.
Era una donna alta, con l'ossatura grossa.
Ma accanto a persone come Naomi, si sentiva grottesca.
Anche Colleen O'Rourke era bella, snella e perfetta, ma
c'era una differenza. Naomi sembrava sempre in posa e i
suoi atteggiamenti erano studiati per far risaltare le braccia
dalla muscolatura tonica e lo stomaco incavato. Colleen
invece era spontanea. Inoltre, Naomi voleva che le persone
si vedessero brutte. Sfruttare le debolezze dei clienti
e indurli a pensare che avevano bisogno della sua guida
era il suo mestiere.
Di certo quell'approccio aveva funzionato con Kevin.
Kevin, che una volta aveva detto a Emmaline che ogni
mattina, quando si svegliava accanto a lei, si chiedeva cosa
avesse fatto per meritare tanta fortuna.
«Piantala, Neal» si disse. Si mise gli shorts da corsa, un
reggiseno sportivo e una maglia Body by Ben & Jerry, poi
si infilò le Nike e uscì.
Non c'era nessuno in giro. I partecipanti alla lezione di
yoga non si vedevano (grazie, Bambino Gesù). Un cameriere
dagli occhi assonnati le sorrise meccanicamente
mentre preparava il buffet delle tisane. Ah. Giusto. Niente
caffeina. Diffìcile credere che la gente pagasse fior di quattrini
per stare lì.
Detto questo, era un posto magnifico. Em si mise a correre
lungo il sentiero che scendeva verso il Pacifico. I fiori
gialli della coreopside spiccavano tra le salvie argentate,
piccoli raggi di sole nella luce fioca.
In cima alla scogliera, si fermò.
Il cielo era ancora di un blu intenso, ma una linea rosa
si stava formando all'orizzonte. Rare macchine passavano
sull'autostrada, e lei riusciva a sentire il mormorio dell'oceano.
I suoi capelli ondeggiavano nella brezza.
Non erano molte le cose che le mancavano della California
meridionale, ma le mancava questa vista. Ricominciò
a correre. Niente musica, oggi: voleva sentire gli uccelli. Il
sentiero era ampio e serpeggiante, fiancheggiato dai cespugli
autoctoni della zona. Faceva fresco quel mattino,
forse dodici gradi.
Era stato bello chiacchierare con Jack quella notte, anche
se aveva avuto un brutto incubo. Sarebbe stato un bene
se lui avesse ammesso che si trattava di un disturbo
post-traumatico da stress. Mica per niente era figlia di
due psicologi. La sua libreria, a casa, conteneva svariati libri
sugli eventi traumatici e sulle reazioni che provocano
nelle persone. Aveva pensato che potessero servirle, col
suo lavoro in polizia.
Un coyote attraversò il sentiero davanti a lei, una creatura
sparuta in confronto agli animali che si vedevano nellostato di New York.
Guardò l'orologio. Venti minuti in una direzione, venti
per tornare indietro. Sarebbero stati sei chilometri in tutto
(oh, va bene, forse solo cinque, chi se ne frega!). Qualunque
attività fisica avrebbe giustificato un salto in città
per prendere i bomboloni alla gelatina di frutta di Nance's
Coffee Shop, se, Dio volendo, era ancora in attività.
Quando raggiunse i venti minuti, Em invertì la marcia,
ispirata dal pensiero dei bomboloni. Poi sentì un tonfo di
passi alle proprie spalle.
Kevin. E a torso nudo!
«Ehi, Emmaline!» la chiamò, e accidenti se il suono della
sua voce, quella bella voce amichevole, non le diede un
tuffo al cuore.
«Ciao, Kevin. Come stai?»
«A meraviglia!» Lui si fermò e si asciugò la fronte con
l'avambraccio.
Era a torso nudo... Aveva menzionato questo fatto? Ah,
sì. Tutta quella perfezione perfettamente perfetta faceva
colpo. Sembrava un modello di Men's Health o un attore
porno. Cavoli, se gli uomini dei porno fossero stati così, avrebbe
anche potuto cominciare a guardarli.
«Hai dormito bene?» le chiese, ed era una domanda talmente
normale.
«Benone! Benone. Tu?»
«Molto bene.» Sorrise. «Vuoi già tornare indietro? Di solito
corro per diciotto chilometri, ma mi farebbe piacere
chiacchierare un po' con te. Sentire come ti va.»
«Sicuro.» Il cuore di Em era un martello pneumatico.
«Quanto hai corso questa mattina?»
«Oh, mmh... solo tre chilometri.»
«Potrai recuperare dopo. Faremo una mezza maratona
domani, prima della cerimonia.»
«Divertente.»
«Ti ho già detto che Naomi è stata selezionata per una
partecipazione a Sfida all'ultimo chilo?»
«No, Kevin. Non mi hai detto niente. Non ci parliamo da
tre anni, ricordi?» Oh, che delizia sarebbe stata vedere in
televisione la faccia di Naomi, che insultava quei poveri
concorrenti singhiozzanti.
«Vero» convenne lui mite. «Be', tu conosci Naomi... è la
migliore. Avrà un provino il tredici.»
«Buona fortuna a lei.»
«La fortuna non c'entra, Emmaline. Si tratta di lavoro e
di obiettivi. Ti poni degli obiettivi e ti impegni.»
Ecco una cosa positiva dell'essere stata mollata: non doveva
più ascoltare quelle perle di saggezza. Avrebbe anche
potuto fargli notare che si era preso l'impegno di sposarla
e non lo aveva mantenuto, ma ne era passata di acqua
sotto i ponti.
«Scusa» disse Kevin, sorprendendola. «Parlo a vanvera.»
Si fermò un attimo, si chinò e raccolse un fiorellino giallo.
Glielo offrì con quel sorriso infantile che lei ricordava così
bene. «Come te la sei cavata, Emmaline? Mi sei mancata.»
I suoi occhi erano dolci.
Oh, no.
Uno sprazzo del Vecchio Kevin. Il tenero, premuroso ragazzo
che lei aveva adorato per tanti anni.
La balbuzie si agitò nel sonno.
Em tirò un profondo respiro e pensò con accento britannico.
«Tutto a posto, davvero. Sto bene.»
«Tua madre mi hai detto che sei in polizia.»
«Mmm-hmm.»
«È un lavoro che ti piace?»
«Sì. È molto...» Interessante, avrebbe voluto dire, ma la I
le si inceppò in gola.
La balbuzie sbarrò gli occhi.
Meglio non dire niente piuttosto che massacrare una
parola. Piegò la testa di lato, come se stesse cercando il
termine giusto.
«Gratificante, immagino» suggerì Kevin.
«Sì. Esattamente.»
«E il tuo ragazzo, cosa fa?»
Correggere Kevin avrebbe richiesto più parole di quelle
che lei era risposta a rischiare. «È un produttore di vino.»
Ecco. Una frase completa, neanche un intoppo. Cinque intere
parole. Nove sillabe.
«Davvero? Io non bevo più, ma è una bella professione.»
Si fermò, girandosi a guardarla. Em si era scordata quanto
fossero folte e lunghe quelle sue ridicole ciglia. «Em, devo
ammetterlo, ti ho pensato moltissimo in questi ultimi
tre anni.»
Lei strinse gli occhi. Stavano arrivando? Le scuse?
«Ero preoccupato per te. Sembravi talmente... affranta.»
Un gelido pugno di rabbia le strinse lo stomaco. Ma
davvero?, avrebbe voluto dire. Affranta? E come mai? Perché
mi hai scaricato due mesi prima delle nostre nozze?
Perché mi hai lasciata per una bisbetica malata di salutismo
e hai detto a tutto il mondo che ti avevo sabotato mentre
ti ho amato con tutto il mio cuore per diciassette anni?
Perché mai avresti dovuto preoccuparti?
«Temevo che non avresti mai smesso di amarmi» spiegò
lui, allungando una mano per passarle una ciocca dietro
l'orecchio.
Em si ritrasse di scatto. «Be', in qualche modo ce l'ho
fatta. Ho smesso di pensare al suicidio da tempo.»
Kevin le fece il sorriso mesto che lei ricordava tanto bene.
Il sorriso di commiserazione dei tempi in cui lui era
grasso e lei una balbuziente, il sorriso che diceva sì, so cosa
si prova. E per qualche motivo questa fu la cosa peggiore
di tutte. Come osava provare pietà per lei? Con che faccia
si preoccupava per lei? Come si azzardava a farle tornare
la balbuzie, quando le era passata da anni!
«Ne sono lieto» disse Kevin. «Spero che tu e il tuo ragazzo
sarete felici quanto Nay e me.» Nay. Brrr! «Fate sul serio?»
«Sì. Anzi, siamo fidanzati.»
Oh, merda e whisky! Cos'aveva combinato?
Ma le fece bene vedere Kevin spalancare la bocca per la
sorpresa. Anche la balbuzie rimase scioccata e si ritirò in
un angolo a riprendersi.
«Davvero?» osservò Kevin. Aveva le guance un po' chiazzate
e abbassò lo sguardo sulla mano sinistra di lei. «Dov'è
il tuo anello?»
«Me lo stanno stringendo.» Bene, bene, bene. A quanto
pareva era un'ottima bugiarda. Quante cose non ti aspetti
di saper fare finché non sei costretta a farle.
«Sono felice per te.»
Sembrava tutto tranne che.
Em supponeva che Kevin avesse tratto un bel po' di soddisfazione
pensandola mentre si struggeva per lui (cosa
che aveva fatto), restava a casa tutti i venerdì sera (okay,
sì, lo faceva ancora), temeva che nessuno si sarebbe più
innamorato di lei. (Bene! L'aveva pensato!)
Quella passeggiata stava diventando più gradevole del
previsto.
«Allora, quando vi sposate?» chiese Kevin.
«Non abbiamo ancora fissato la data.»
«Bene. Uh... è fantastico, Emmaline.»
«Grazie. Senti, credo che correrò per il resto del tragitto,
okay? Ci vediamo dopo.»
Perché, soddisfazione a parte, doveva dirlo a Jack. Immediatamente!
«Sicuro. Ci vediamo al ranch. Farete qualche gioco di
coppia con noi, più tardi, giusto?» Le sorrise, ma non era
più il sorriso dolce del Vecchio Kevin. «Aspetta di vedere
Naomi in bikini. Ti darà una motivazione per perdere
qualche chilo.»
Oooh. Era una dichiarazione di guerra!
«Non tutti hanno la fissa della forma fisica» ribatté dolcemente.
«Certe persone danno più importanza alla bontà,
alla lealtà e al rispetto.»
«Sì. Mi dicevo la stessa cosa quando ero grasso. Va', va'.
Brucia quelle calorie. Ehi, facciamo a chi arriva prima!»
Jack si stava facendo la barba quando la polizia cercò di
buttare giù la sua porta.
Rettifica. Quando l'agente Neal cercò di buttare giù la
sua porta. Era vestita con shorts da corsa e una maglia
fradicia di sudore, e fumava rabbia come una locomotiva a
vapore. «Siamo stati invasi?» le chiese, aprendo. «Alieni?
Meteore? Cosa...» Lei lo spinse via ed entrò, ignorando il
fatto che l'unica cosa che lui aveva addosso era un asciugamano.
«Perché non ti accomodi?»
Con un sospiro (donne!), Jack tornò in bagno e riprese a
radersi. Lei lo seguì, abbassò l'asse del water e vi si sedette.
«Noi due siamo fidanzati» ansimò.
«Mettiti pure come... che cosa?»
«Mi spiace. So che non volevo che fingessimo di stare insieme,
ma ho detto a Kevin che siamo fidanzati.»
«Allora pretendo i diritti coniugali.»
«Chiudi il becco, Jack.»
«È questo il modo di parlare al tuo fidanzato?» Lui sciacquò
il rasoio e continuò a radersi.
«Era talmente gentile. Mi ha perfino raccolto un fiore.»
«Che bastardo.»
«Esattamente! Ah, l'hai detto in tono sarcastico. Risparmiami
le battute. Comunque, era molto dolce. Poi s'è fatto
condiscendente, e allora mi è scappato di bocca che siamo
fidanzati. Assecondami, okay?»
«E la tua famiglia?»
«Merda.» Lei chiuse gli occhi. «I miei genitori sono patologicamente
incapaci di tenere un segreto. Non posso dire
loro la verità. Li chiamerò dopo che saremo partiti da questo
postaccio.»
Un altro frenetico bussare ruppe la quiete, ma questa
volta sembrava alla porta di Em.
«Emmaline?» chiamò sua madre. «Apri! Perché non ce l'hai
detto? Sei sicura che non si tratti di un errore?»
«Oh, quale intricata tela tessiamo...» citò lui. «Meglio aprire
la porta, Orsetto Pooh. E dammi un secondo per vestirmi,
okay?»
Finalmente Em si accorse che era nudo. Avvampò. Abbassò
subito lo sguardo, poi tornò ad alzarlo e Jack sorrise.
«Abbiamo tutta una vita per esplorarci a vicenda, cara.
E ora apri quella porta prima che prendano un ariete.»
«Detesto mentire» borbottò lei.
«L'altra opzione è dire la verità a Kevin.»
«Non odio dire bugie fino a questo punto.» Passò nell'altra
stanza attraverso la porta interna e fece entrare la sua
famiglia.
Jack finì di farsi la barba, si sciacquò il viso e si infilò
jeans e una T-shirt. Fidanzato affettuoso in arrivo! Le
donne facevano cose del genere. Anche Colleen O'Rourke
gli aveva chiesto di fingere di essere il suo ragazzo, no? O
era stata Shelayne Schanta? Be', non aveva importanza.
Le donne si agitavano in presenza degli ex. Era un fatto
noto.
«Lo sapevo!» squittì Angela, quando Jack li raggiunse.
«Jack! Congratulazioni!»
Il padre di Emmaline gli strinse la mano con vigore.
«Benvenuto in famiglia.»
La madre sembrava perplessa. «Emmaline, sei... Ero così
sicura che tu fossi...» Angela le diede una spintarella.
«Bene» si corresse la donna. «È una bellissima notizia.»
Diede a Em un abbraccio impacciato... impacciato perché
Em sembrava rilassata quanto un muro di cemento.
«Ti ha regalato un anello?» volle sapere Angela.
«Parlale dell'anello, cara» disse Jack soavemente.
«Oh, sì. È carino. Anzi, uhm, bello. Me lo stanno stringendo.»
«Che taglio? Smeraldo? Pavé? Solitario?» chiese Angela.
«Sul rotondo» borbottò Em.
«Ma per quale motivo avete due stanze separate?» domandò
la signora Neal, guardandosi attorno.
Jack inarcò un sopracciglio e passò la palla a Em.
«Io... Jack ha... un problema... medico. Lui... lui non
può, uh...»
«Sindrome della vescica timida?» suggerì suo padre.
«Non preoccuparti. Io ho lo stesso problema.»
Emmaline aveva la faccia di una che sta partorendo un
porcospino incazzato. «E solo che così abbiamo più spazio.
Ci piace lo spazio.»
«L'ultima frontiera» mormorò Jack.
«Esattamente» annuì Em. «Allora. Cosa sono tutte queste
stupide attività di coppia di oggi?»
«Mi avevi detto che eravate solo amici» protestò la signora
Neal. «Mi impegno tanto per creare un legame madre-figlia
con te, Emmaline, e non mi hai detto una parola
su questa tua nuova relazione!»
«Io avevo dei sospetti.» Suo padre annuì. «Ho avvertito
qualcosa nel suo tono l'ultima volta che ci siamo parlati.»
«Non è vero!» sibilò la signora Neal. «Anche tu credevi
che fosse gay.»
La neofidanzata di Jack sembrava sconsolata. Fece per
rispondere, si interruppe, poi disse: «Devo fare una telefonata.
Me ne sono appena ricordata».
«Codarda» bisbigliò Jack mentre lei gli sfrecciava accanto.
Em si rifugiò nella stanza di lui e si chiuse dentro. Un
attimo dopo la riaprì, afferrò il cellulare e tornò di là,
sbattendo la porta.
«Deve essere successo molto in fretta» osservò la madre
di Em. «Come mai tanta premura?»
«Non volevamo sprecare tempo» rispose Jack. «Non è
difficile immaginare perché, no?»
Ci fu un ansito collettivo.
Oops.
«Emmaline è incinta?» bisbigliò Angela.
Jack fece una smorfia. «Io, uh, lascerò che sia lei a rispondere.»
«Emmaline!» sbraitò sua madre. «Sei incinta?»
Lei tornò come una furia. «No! Cos'hai detto alla mia famiglia?
Non sono incinta!»
«Ho fatto una gaffe» spiegò Jack. «Non è incinta. Decisamente
no.»
«Lo sei! Vero?» tubò Angela. «Oh, urrà! Divento zia!»
Dopo un'eternità di bugie bofonchiate, i Neal uscirono,
fermamente convinti che Em fosse in stato interessante.
«Come hai potuto?» gemette Emmaline. «Jack! Dovrò fare
la pipì su un test di gravidanza prima che si convincano
che non sono gravida, e mia madre pretenderà di essere
presente in bagno. Quindi, grazie tante!»
«Be', scusa. Ero un po' confuso, dato che avevo saputo
che siamo fidanzati solo trenta secondi prima.»
«Precisamente! Avrei detto che ci voleva un po' di più
per concepire.»
«Mettiamoci subito all'opera.»
«Te lo sogni, Jack.»
«Non dovremmo essere da qualche parte, ora?»
Lei si lasciò cadere su una sedia. «Sì. La partita di pallanuoto
per coppie inizia fra dieci minuti.»
«Non vedo l'ora» scherzò lui.
Em si alzò e cominciò a spalancare cassetti. «E la cosa
peggiore è che devo indossare un costume da bagno. Dio
mi odia, oggi.»
Poi andò in bagno e si chiuse dentro.
Un vero peccato. Adesso che erano fidanzati, Jack sentiva
che si meritava almeno di vederla nuda.
Non era pallanuoto per coppie, scoprirono non appena
arrivarono in piscina. Era cavalluccio. Be', lo chiamavano
in un altro modo, qualcosa di fasullo e arzigogolato tipo
Celebrazione Acquatica Coniugale, ma era cavalluccio. La
piscina era una distesa turchese a forma di trifoglio, con
una cascata su un lato e un bar di centrifugati di verdura
biologica sull'altro. Alcune coppie molto in forma ridevano
e flettevano i muscoli come in una pubblicità.
Accanto a Jack, Emmaline gemette. Indossava quello
che sembrava un paracadute bianco. Lui aveva visto burka
più succinti.
Era un peccato che non potessero nuotare nell'oceano. A
quanto pareva, il Pacifico era troppo freddo per immergersi
senza una muta (chiaramente i californiani non avevano
mai nuotato nel Keuka in maggio, cosa che Jack faceva
tutti gli anni).
Al ricordo della gelida acqua del lago, il suo cuore si mise
a battere forte. Si fermò di botto ed Emmaline, che
camminava al suo fianco, lo imitò. «Jack? Tutto okay?»
Il respiro entrava e usciva dal suo petto con un sibilo. Si
sentiva il cuore grosso come un melone. C'era qualcosa che
non andava, stava per venirgli un infarto...
Un attimo dopo, Em lo aveva attirato verso un lettino e
lo costringeva a sedersi. «Con calma» istruì, sedendosi in
modo che si trovassero faccia a faccia. «Rallenta il respiro,
ragazzino.» Allungò una mano e gli respinse una ciocca
dalla fronte. «Con calma.»
Avrebbe dovuto essere lui a prendersi cura di lei in quel
fine settimana, non il contrario.
«Non è una splendida giornata, oggi?» osservò Em. «Di'
quello che vuoi sulla California meridionale, ma abbiamo
un clima fantastico.»
Profumava di crema solare. E aveva le lentiggini. Non
lo aveva mai notato.
«Pensavo che potremmo fare un giro in macchina, più
tardi. Ci farà bene allontanarci un po' da qui. Non che mi
trovi male.» Accennò un sorrisetto. Girò la mano perché
lui non le slogasse il polso, ma la lasciò in quella di lui.
«C'è un posto dove fanno dei bomboloni fantastici qui vicino.
Be', c'era. Spero sia ancora in attività. Te ne offro uno
con lo zucchero...»
Jack si protese in avanti e la baciò, e la bocca di lei si
schiuse per la sorpresa. Le sue labbra erano morbide, e
questo gli bastava. Era tutto ciò di cui aveva bisogno. La
sua bella bocca morbida, i suoi capelli caldi di sole sotto le
dita mentre la teneva per la nuca.
L'attacco di panico si attenuò. La brezza gli faceva volare
i capelli di lei sulla faccia, e Jack li scostò, continuando
a baciarla, cosa che probabilmente avrebbe dovuto smettere
di fare. E lo avrebbe fatto. Alla fine.
Lo fece lei per lui. Si ritirò di una spanna ed evitò di
guardarlo. Strinse le labbra.
«Scusa» sussurrò lui.
«No, è... non importa.»
Colleen O'Rourke (be', era Colleen Campbell ora) a un
tratto si materializzò al loro fianco. Jack non l'aveva ancora
vista, avevano preso un altro aereo, ma era una vecchia
amica della sposa o qualcosa del genere. «Beato San Patrizio!»
esclamò. «Ma voi due vi stavate baciando?»
«Lasciali in pace, Coll» ordinò il suo gemello.
«Ehi, Connor» lo salutò Jack. «Cosa ci fai qui?»
«Penitenza.» Lui sospirò e guardò la sorella. «Sono il suo
babysitter.»
«È il mio accompagnatore» precisò Colleen.
«Colleen e Connor!» rimbombò una voce. «Presentatevi
immediatamente in piscina.» Ah. La sposa aveva un megafono.
Bel tocco.
«Buon Dio» borbottò Connor.
«Lucas non poteva venire» spiegò Colleen. «Credeteci o
no, Con non è stato la mia prima scelta. Ma la nipote di
Lucas è stata operata di appendicite, quindi lui è dovuto
andare a Chicago e ha obbligato mio fratello ad accompagnarmi
perché sono un delicato fiorellino, come ben sai,
Jack, e inoltre sto fabbricando un bambino.» Si fermò a riprendere
fiato. «Voi due giocate a cavalluccio? Connor e io
siamo una squadra.»
«È un incubo» gemette Connor. «Non posso credere di
dover fare una cosa simile. Non mi piace nemmeno abbracciarti.»
«Oh, piantala. Devi solo portarmi sulle spalle. Non ti ucciderà.»
«Potrebbe, per come mangi ultimamente.»
«Colleen e Connor, presentatevi in piscina immediatamente!»
«Ti sembra possibile? Quella ragazza non mi piaceva all'università,
e mi piace ancora meno adesso.» Colleen
guardò Em. «Voi partecipate?»
Emmaline, che non aveva detto ancora bù, si schiarì la
voce. «Credevamo fosse pallanuoto. A proposito, Jack e io
siamo finti fidanzati.»
Connor lanciò un'occhiata a Jack e lui si strinse nelle
spalle. Colleen batté le mani. «Te l'avevo detto! Avresti dovuto
fare così sin dal principio. Andiamo, Connor. Naomi
ci ha convocato. Quanto vorrei che Lucas fosse qui!»
«Non sei la sola» borbottò Connor.
«Credetemi, ragazzi, mai avrei voluto venire con quello
scorbutico di mio fratello... oh, per inciso, Connor, avresti
fatto meglio ad accettare di accompagnare Emmaline, così
non saresti qui come cavaliere di tua sorella.»
«Non sono il tuo cavaliere. Sono il tuo guardiano.»
«Emily e Jack, a rapporto in piscina immediatamente!»
tuonò la sposa. Ma chi era? Godzilla?
«Accidenti.» Colleen sospirò. «Vieni, Connor. Preparati a
combattere fino alla morte. La tua morte, ovviamente. Devi
salvare me e il mio bebé non ancora nato.»
«Roba da pazzi» disse Connor, ma la seguì.
Jack guardò Emmaline, che ancora evitava i suoi occhi.
«Scusa per il bacio.»
«No, no. È... okay.»
«Grazie, a proposito.»
Lei alzò gli occhi di scatto. «Per cosa?»
Aveva gli occhi azzurri. Azzurro scuro.
«Per avermi tranquillizzato. Per avermi permesso di baciarti.»
Lei arrossì. Fece uno strano grugnito. «È stato un enorme
sacrificio, Jack. Ma ti sei mai guardato allo specchio?
Sei orrendo. Oh, ti ho detto che sto per diventare una specialista
in negoziazione operativa? Seguirò un corso appena
tornata a casa. Sai, no? Ostaggi. Persone che vogliono
suicidarsi. Quindi, è stato un buon esercizio. Non che tu
volessi prendere degli ostaggi oppure, uh... lascia perdere.
Va tutto bene. Siamo a posto così.»
Era nervosa. La cosa lo inteneriva.
«Pronta a giocare a cavalluccio?»
«No.»
«Andiamo. Sarà divertente. Togliti quell'affare e cominciamo.»
«Non avrei mai dovuto venire a questo matrimonio.»
«Sei una poliziotta. Mostra un po' di coraggio.»
«'fanculo.»
«Questa è la mia ragazza.»
Em avvampò. Poi gli lanciò un'occhiataccia, brontolò ancora
un po' e si strappò il burka dalla testa.
Salve.
Perché cavolo si preoccupava di mettersi in costume
quando aveva un corpo come quello? Aveva gambe lunghe,
un gran bel sedere e fantastiche tette in bella mostra, e
chiunque avesse disegnato quel costume si meritava un
Nobel in ingegneria, perché... wow.
Non si poteva certo dire che Emmaline fosse magra, ma
a Jack erano sempre piaciute le forme. Era una donna,
non una preadolescente. Il genere di donna che al tatto sarebbe
stata allo stesso tempo morbida e stagna.
Scopriamolo, gli disse il cervello.
«Cosa guardi?» sibilò Em.
Lui distolse gli occhi. «Mia nonna ha lo stesso costume
da bagno. Prova con un bikini la prossima volta.»
«Già. Proverò anche a darmi fuoco. Non ti basta che sia
venuta qui, nella Terra della Gente di Plastica?»
«Emily e Jack, venite qui subito!» ululò la sposa.
«Te lo regalerò io un bikini» si offrì Jack, alzandosi in
piedi. «Adesso che siamo fidanzati.»
«Andiamo e facciamola finita. Mi scuso in anticipo per eventuali
ernie al disco.»
«Rilassati. Divertiti. Siamo fidanzati e forse aspettiamo
un bambino.» La prese per mano e la tirò verso la piscina.
Il pensiero di entrare in acqua non lo disturbava. Una
piscina non era un lago. Non c'era rischio di incidenti automobilistici,
lì. Sarebbe andato tutto bene.
La sposa posò il megafono. «Era ora» disse, squadrando
Emmaline dall'alto in basso.
Em la ignorò e si tuffò con grazia all'estremità più profonda
della piscina, poi riemerse, con l'aria di una che ha
voglia di farsi sbattere fino a perdere i sensi.
Okay, Jack, basta così. Questa povera ragazza sta passando
un brutto momento.
Si tuffò anche lui, e l'acqua fresca scivolò sopra la sua
testa. Nessun problema. Era stato in Marina. Non poteva
aver paura dell'acqua. E non ce l'aveva. Eccone la prova.
Nuotò verso Emmaline. «Monta in sella, Orsetto Pooh.»
«È la cosa più stupida che abbia fatto in vita mia.»
Sembrava che lui le stesse di nuovo fissando le tette.
L'acqua le rendeva ancora più... prorompenti. «Questo costume
ti sta da Dio» disse Jack.
«Sì, sì, non sei male neanche tu. A proposito, come fa un
produttore di vino ad avere addominali tartarugati?»
Carino da parte di lei notarlo. «Sono un dio greco, ricordi?»
«Speravo che non lo ricordassi tu.» Ma sorrise.
Dall'estremità più profonda arrivò uno sguazzare. «Oh,
cavolicchio!» strillò Colleen. «Abbiamo perso. Connor, andiamo
a prenderci qualcosa da mangiare. Che ne dici?
Muoio di fame.»
Jack si girò verso Emmaline e sorrise. «Tocca a noi, Pooh.»
Emmaline non era a proprio agio.
Il costume miracoloso le stringeva lo stomaco peggio del
corsetto di Rossella O'Hara, quindi faceva fatica a respirare.
I Ta-Dà erano in posizione e, per quanto non condividesse
il principio, doveva ammettere che funzionavano. Le
tette traboccavano.
Jake continuava a sbirciare, il che avrebbe potuto essere
gratificante se non fosse perché (a) era tutto fasullo, e
(b) contro la sua pelle i due finti petti di pollo erano freddi
e disgustosi quanto si poteva prevedere.
E adesso doveva arrampicarsi sulle spalle di Jack. Sperava
solo che lui non lanciasse un urlo di dolore, accasciandosi.
Comunque, quelle spalle le sembravano piuttosto grosse.
Anzi, tutto in lui sembrava gros... Ehm. Com'era la domanda?
Perché anche in quell'ambiente, dove gli invitati alle
nozze sembravano essere stati selezionati tra i modelli di
Abercrombie & Fitch, Jack si notava. Non era solo assurdamente
bello: aveva un delizioso fisico da lavoratore. Non
era palestrato e scolpito (né depilato, grazie al cielo), ma
era, be', accidenti, perfetto.
Mentre Kevin e gli altri uomini sembravano proprio ciò
che erano, dei drogati da palestra, Jack era semplicemente
forte. Aveva delle spalle larghe che presto sarebbero
state messe alla prova sotto il suo peso. Un ventre piatto
su cui guizzavano i muscoli. Braccia che si erano irrobustite
sollevando botti (o qualunque altra cosa dovesse sollevare
per lavoro, ma lui con una botte in spalla era un'immagine
stuzzicante). C'era una sottile linea di peli dal suo
ombelico alla cintura dei suoi boxer da bagno, e...
«Emily e Jack! Potete per favore darvi una mossa!»
«Pronta?» chiese Jack, e prima che lei si rendesse conto
delle sue intenzioni, si immerse e... ommamma... le passò
tra le gambe. Poi si alzò e lei si trovò in equilibrio sulle
sue spalle, e... le si vedeva la pancia? Il costume miracoloso
stava mantenendo le promesse?
Em si aggrappò alla fronte di lui per non cadere.
«Tutto bene lassù?»
«Sì! Benissimo» squittì lei. Proprio tanto, tanto bene.
Santo paradiso, questa doveva raccontarla alle Tradite Incavolate.
Si sarebbe fatta fare un tatuaggio all'interno delle
cosce: qui si è appoggiata la testa di Jack Holland.
Accanto al bar dei centrifugati era all'opera un DJ. Mise
su la colonna sonora di Lo squalo.
«Gareggiamo per vincere!» ululò Naomi, arrampicandosi
sulle spalle di Kevin. Altre due coppie prendevano parte a
questa lotta di gladiatori, e le due donne erano molto belle,
anche se non quanto Naomi. Come la sposa, indossavano
minuscoli bikini.
No, no! Smettila! Non ti sentirai un brutto anatroccolo,
si disse Em con fermezza. Hai una percentuale di accuratezza
del 93% di centri alla testa, con la tua Smith & Wesson.
Sei in grado di prendere in braccio i tre gemelli Cabrerà
tutti insieme. Sei una roccia.
«Facciamo finta di cadere come hanno fatto Colleen e
Connor» suggerì a Jack, un po' preoccupata di schiacciargli
le vertebre. «Così possiamo andare a prenderci i bomboloni.»
«Scordatelo» ribatté lui. «Anche noi partecipiamo per
vincere.»
Le regole erano semplici: buttare giù le altre coppie. Si
trovavano in una parte della piscina dove l'acqua era profonda
fino al petto e ogni coppia aveva il proprio quadrante
da difendere. Em sperò che nessuno cadesse e sbattesse
la testa, perché se l'acqua si fosse tinta di sangue, Naomi
avrebbe addentato il malcapitato. Stava già facendo un
sorriso da squalo. La musica non aiutava.
«Abbiamo una strategia?» chiese. I capelli bagnati di
Jack le solleticavano le cosce.
Lui guardò in su e il movimento della testa le diede una
fitta di piacere.
Nei suoi occhi azzurri guizzò un sorriso. «Tieniti forte.»
«Al mio via!» urlò Naomi. «Pronti! Via!»
Ci fu uno sciabordio mentre tutte le coppie convergevano
verso il centro. Il DJ aumentò il volume della musica.
Dah-dah... dah-dah... dah-dah-dah-dah.
Jack raggiunse la coppia numero uno: una rossa appollaiata
sulle spalle di un gran bell'uomo. «Salve» li salutò
Em.
«Salve.»
«Mmh...» Emmaline allungò una mano e diede una lieve
spinta alla donna.
Lei andò giù come un gattino narcolettico. Del resto,
probabilmente aveva lo stesso peso.
«Scusi» disse Em, subito in colpa.
«No, no. Non si preoccupi!» Era immaginazione, o la rossa
sembrava sollevata?
«Ci stanno attaccando!» avvertì Jack, voltandosi. La
coppia numero due non aspettò il contatto: l'uomo si buttò
all'indietro ancora prima che Emmaline toccasse la donna.
«Che mollaccione sei, Randy!» protestò Naomi.
«Sì, che mollaccione!» fece eco Kevin.
Emmaline fu colpita dal pensiero che nessuno voleva
battersi contro gli sposini. E infatti, Naomi sembrava un
po' seccata dal fatto che le altre due coppie stessero già
nuotando verso le scale.
«Fino a che punto vuoi vincere?» le bisbigliò Jack.
«Non me ne frega niente.»
«Be', a me sì.» Jack si lanciò in avanti ed Em lanciò un
piccolo strillo. Oooh. Sarebbe stato sbagliato chiedergli di
farlo di nuovo? Perché la sensazione della testa di lui contro
la...
Poi Kevin e Naomi si materializzarono davanti a loro. Il
viso selvaggiamente bello di Naomi era contratto in una
smorfia che Em poteva solo descrivere come un ghigno.
«Non voglio spaventarvi» disse l'istruttrice. «Ma Kevin e io
non abbiamo mai perso. Giusto, Kevster, piccolo mio?»
«Giusto, piccola mia» rispose lui ubbidiente.
«Neanche noi» dichiarò Jack.
«Be', state per farlo» li sfidò Naomi. «L'unica cosa in comune
tra provare e trionfare è il suffisso are.»
«Meriti di perdere anche solo per questa frase, Naomi.»
C'era un sorriso nella voce di Jack.
«Io non perdo mai» ribatté la donna. Poi le sue mani furono
sulle spalle di Em e spinsero forte.
Em unì i piedi dietro alla schiena di Jack per non cadere...
forse rischiava di stritolarlo con le cosce, ma sapete
una cosa? Tutto a un tratto non le importava. Voleva solo
battere Naomi. Si protese in avanti, avvinghiandosi alla
donna. E, certo, era una cosa idiota. Ma, dannazione, non
intendeva perdere!
Suo malgrado, non potè fare a meno di ammirare le magnifiche
spalle di Naomi.
Poi Jack si spostò di lato, forse perché aveva un bisogno
disperato di respirare, ed Em si piegò in avanti, sfruttando
il movimento di lui. E spinse. Forte. Naomi ondeggiò.
Em la immaginò come una minaccia per i tre adorabili gemellini
Cabrera e spinse di nuovo. Mica per niente era
una poliziotta tosta.
Ci fu uno splash, e i due sposini caddero.
«Non è giusto!» urlò Naomi, colpendo l'acqua col pugno.
«Non puoi usare così il tuo peso corporeo.»
«Già» approvò Kevin con voce imbronciata. «E ovvio che
pesi molto più di Nay.»
«E cosa avrei dovuto usare?» ribatté soave Em. «Una
spada? Il mio arco?»
«Stringetevi la mano, bambini.» Jack sogghignò. «Ricordate,
umili nella vittoria, garbati nella sconfitta.» Alzò il
viso verso di lei e le strizzò un occhio. «Io mi sento molto
umile, tu no?»
Uh-oh. Stava provando... qualcosa per lui. Quel sorriso.
Quegli occhi. Il fatto che neanche una volta si era lamentato
di quanto fosse pesante.
Poi lui la scaricò, ed Em si trovò sott'acqua. Riemerse,
scostandosi i capelli dalla faccia. «Grazie, potente destriero!
È stato più divertente di quanto mi aspettassi.»
Jack stava ancora sorridendo. Poi scese con gli occhi sul
petto di lei e il sorriso si fece incerto. «Uh... Emmaline,
sembra che tu ti stia... sgonfiando.»
Lei si guardò le tette. «Merda.»
Un seno era sollevato e aveva la forma di una noce di
cocco, proprio come quando aveva lasciato la stanza quel
mattino.
L'altro era normale.
Il che significava...
In preda al panico, Em si guardò attorno. Dov'era finito?
Dov'era finito? Forse era soltanto scivolato... Si tastò, battendosi
sulla pancia per vedere se... no. Non c'era.
Dov'era il suo Ta-Dà?
«Mmh... è quell'affare là che stai cercando?» bisbigliò
Jack.
Kevin e Naomi stavano parlando a bassa voce, ancora in
piscina. Naomi sibilava, Kevin sembrava apologetico. E là,
sulla bellissima scapola di lui, come una gigantesca sanguisuga,
c'era il Ta-Dà.
«Cosa diavolo è?» sussurrò Jack.
Un gabbiano lanciò un grido, girando sopra la piscina,
poi si fermò in volo. Em conosceva la posa. Era quella che
significava ho avvistato la cena.
Em si lanciò in avanti. Jack si lanciò in avanti. Il gabbiano
scese in picchiata, afferrò il silicone dalla spalla di
Kevin, facendolo urlare per la sorpresa, il che avrebbe fatto
ridere Emmaline se adesso il suo Ta-Dà non fosse stato
nel becco dell'uccello. Ma era troppo pesante per la povera
bestia. Non ce la faceva più. Aprì il becco e il cuscinetto
cadde con un ciac nella piscina.
Em si tuffò per prenderlo, ma Jack fu più veloce. Lo afferrò
e si girò verso di lei.
«Cosa diavolo era?» chiese Naomi.
Poteva essere il momento giusto per suicidarsi.
Jack riemerse accanto a Emmaline.
«Petto di pollo crudo?» bisbigliò.
«Ssh! No! Dammelo!»
«Voi due avete barato!» li accusò Naomi.
«Come si può barare in una Celebrazione Acquatica Coniugale?»
chiamò Jack. «Non prendetevela, ragazzi. Offriamo
noi i drink.» Tornò a girarsi verso Em. «Tieni» disse,
a voce più bassa. «Sono talmente contento di non essere
donna.»
«Voglio una rivincita!» pretese Naomi.
Em afferrò il disgustoso, viscido cuscinetto (che era appena
stato nel becco di un gabbiano). Doveva rimetterselo?
Lasciar perdere? Se l'uccello avesse avuto delle malattie
(tipo influenza aviaria), il cloro della piscina avrebbe ucciso
i germi?
«Allora?» fece Jack. «Te lo rimetti o devo farlo io?» Inarcò
un sopracciglio.
«Molto divertente.»
«E va bene, almeno lasciami fare... questo.» La tirò in
disparte e la abbracciò. «Infilatelo. Mi dirai dopo perché ti
metti addosso del pollo crudo.»
«Non è pollo. Serve a... non importa.» Lei si fece scivolare
il disgustoso oggetto sotto la tetta.
Non era mica male starsene premuta addosso a Jack.
Bagnato. Caldo. Scivoloso.
«Mi ero chiesto come facessero le tue bambine a sfidare
così la gravità» mormorò lui. E lei si sentì il rimbombo della
sua voce nel petto mentre sistemava il costume.
«Non prenderti gioco di me» ordinò. «È un fine settimana
stressante.»
Jack si ritrasse un po' e la guardò. Una goccia d'acqua
gli scivolò lungo il collo, si fermò nell'incavo della sua gola,
ed Em ebbe una voglia matta di leccargliela.
«Tanto per la cronaca, non hai bisogno di accentuare
niente» la informò Jack, e lei si sentì tremare un po' le
ginocchia. Lui le baciò la fronte, con uno scintillio negli occhi.
Porca miseria. Si stava innamorando di quell'uomo.
«Grazie» gli disse vivacemente e poi, mortificata al pensiero
che Jack, e forse tutti i presenti, si fossero accorti di
cosa si era infilata nel costume, nuotò verso le scale e uscì
dalla piscina.

 Capitolo 10.

«Il mio regno per un cheeseburger» mormorò Colleen.
«L'hai detto, amica mia» approvò Em.
La cena consisteva in un buffet di verdure crude. Da bere
c'erano tè verde deteinato (caldo e freddo), tè alla menta,
latte di soia, acqua e succo di mirtillo rosso, di quello
senza zucchero che ti fa raggricciare le budella. Emmaline
aveva un'emicrania pulsante, probabilmente dovuta alla
mancanza di caffeina, carboidrati e gelato.
La prima cosa che avrebbe fatto appena arrivata a casa,
dopo le coccole a Sarge ovviamente, sarebbe stato di portarlo
da O'Rourke (ufficialmente Sarge era un cane poliziotto
in addestramento, quindi ammesso ovunque) e ordinare
dei nachos e due dei più grossi hamburger del menu.
Uno per ciascuno.
Le brontolò lo stomaco.
«Dov'è Jack?» chiese Colleen, mettendosi del cavolo nel
piatto.
«Credo che stia dormendo.» Em aveva bussato alla sua
porta, ma non c'era stata risposta. Forse soffriva di jet lag
ritardato. Forse stava passeggiando sulla spiaggia. Forse
era in trazione dopo il cavalluccio. Forse aveva semplicemente
bisogno di una tregua da quel demenziale weekend.
Lei sperava solo che non fosse... pensieroso. L'espressione
smarrita che a volte gli passava sul viso le stringeva il
cuore.
«Torno al tavolo dei tirapiedi della sposa.» Colleen sospirò.
«Ci vediamo dopo.»
Giusto. Lei e Jack erano stati assegnati a un tavolo di
anziani che parlavano solo in russo. I parenti di Irkutsk di
Naomi, se Em aveva capito bene la mappa che uno aveva
disegnato su un tovagliolino. Una prozia (o una nonna) si
stava riempiendo la borsa di bastoncini di cetriolo. Un
vecchietto si era addormentato. Uno zio, l'unico che conoscesse
un po' d'inglese, continuava a guardarle le tette
(anche senza Ta-Dà facevano la loro figura con quel vestito),
ma per il resto si limitavano a parlare tra loro. Em
sorrideva occasionalmente per mostrare che gli americani
erano amichevoli. Solo lo sbirciatore di tette ricambiava il
sorriso, e gli mancavano due denti.
Angela, la mamma e papà erano seduti a un altro tavolo
con i genitori di Kevin; da brava sorella quale era, Angela
si era offerta di tenere compagnia a Em, ma la signora
Bates (che un tempo aveva voluto bene a Emmaline, se la
memoria non la ingannava) per poco non aveva partorito
un varano di Komodo al suggerimento. Em le aveva assicurato
che sarebbe stata benissimo in Siberia e la verità
era che per lei era un sollievo non dover conversare.
Kevin e Naomi sedevano a un minuscolo tavolo per due
sotto un faretto.
Sembravano proprio innamorati.
«Okay, gente, è ora di bruciare un po' di calorie ballando!»
urlò il DJ. Sì, guai se quelle dieci o dodici calorie della
cena si fossero posate sui fianchi di qualcuno. Dalle casse
cominciarono a rimbombare i Black-Eyed Peas.
Da un minuto all'altro, temeva Em, Kevin e Naomi avrebbero
fatto un ballo con coreografia sulla musica della
loro canzone speciale.
La canzone con cui Em e Kevin avrebbero dovuto aprire
le danze al loro matrimonio era Unforgettable di Nat King
Cole. Em ancora non riusciva a sentirla senza che le sanguinasse
un po' il cuore.
«Naomi e Kevin desiderano che tutti voi abbiate un ricordino
del party» le disse una ragazzina che passava tra i
tavoli con un cesto al braccio. A Dio piacendo, sarebbe stato
pieno di bottigliette di Jack Daniel's.
Ma no.
La ragazzina le tese qualcosa di anche troppo familiare.
La rivista People, edizione Metà del proprio peso.
In copertina c'era una foto di Kevin che reggeva un paio
di pantaloni enormi. Pantaloni che gli aveva comprato
Emmaline, dato che lui detestava acquistare dei vestiti a
quei tempi. Probabilmente adesso adorava lo shopping.
I parenti russi aprirono la rivista. Em infilò la propria
nella borsa. L'avrebbe bruciata più tardi. Tanto, aveva
memorizzato tutto, parola per parola.
Pagina quarantasette. Le solite palle su come Kevin avesse
combattuto per tutta la vita contro il cibo, la sua
pressione, il suo prediabete. E poi il colpo basso.
«Vivevo con una persona che non mi dava supporto» racconta
Bates. «Sabotava i miei sforzi, comprava cibo che stimolava
la mia dipendenza. Poi ho incontrato Naomi e mi
sono reso conto che dovevo chiudere l'altro rapporto.»
Naomi Norman, allenatrice e futura moglie, interviene.
«Le persone che ci circondano fanno un'enorme differenza
nella nostra vita» dichiara, posando una mano sul braccio
ora perfettamente scolpito di Kevin. «Io credo in Kevin e lo
appoggio in tutti i suoi sogni e i suoi obiettivi. È la persona
più straordinaria che abbia mai conosciuto.»
Ahia. Ora, tutti stavano sfogliando la rivista, strabiliati
dalla perdita di peso di Kevin. Forse domani, invece che
andare all'altare a piedi, il Nuovo Kevin sarebbe saltato
fuori da una foto in grandezza naturale del Vecchio Kevin,
come facevano a Sfida all'ultimo chilo.
Anche se non c'erano tutti gli amici di Kevin che Em si
aspettava, alcune persone sapevano chi era lei e le lanciavano
occhiate di soppiatto. Meno male che ai russi non importava:
stavano guardando le foto di un evento da red
carpet che compariva sullo stesso numero.
Il mio regno per un Martini molto forte, pensò Em. Sorrise
ai russi, poi controllò il telefonino. Angela le aveva appena
mandato un SMS. E il matrimonio più pacchiano a
cui sia mai andata. Brucerò la mia rivista su una pira e
mentre andrà in cenere mi mangerò un gelato.
Em lanciò un'occhiata alla sorella e sorrise.
Anche Faith le aveva scritto per chiederle come stessero
andando le cose. E così Shelayne e Allison. Shelayne le aveva
allegato una foto di Sarge che dormiva sul suo letto
(sotto le coperte), ed Em sorrise. Che voglia aveva di tornare
a casa!
Jack non era ancora arrivato. Sarebbe andata a controllarlo.
Una scusa perfetta per battersela.
Proprio in quel momento, il DJ picchiettò sul microfono.
«Signore e signori, un attimo d'attenzione. Ecco a voi Naomi
e Kevin nel loro ultimo ballo da single!» L'allegro pulsare
di una familiare canzone arrivò dalle casse. Bruno
Mars, I Think I Wanna Marry You. Che scelta originale!
Ci furono strilli, incitazioni e risatine, poi il previsto
ballo con coreografia. Kevin era sempre stato un bravo
ballerino.
«Le dispiace se mi siedo qui?» chiese una donna. Aveva
all'incirca l'età di Em. «Io sono Trisha.»
«Emmaline. Si accomodi.»
«Ho bisogno di riposarmi un attimo dalle fatiche del ballo.
Mi gira un po' la testa.»
«Probabilmente è la fame.»
Trisha rise. «Sì, qui il cibo non sazia molto. Ma non mi
farà male perdere un paio di chili. Come ha conosciuto gli
sposi?»
«Sono andata al college con Kevin.» Decisamente la risposta
più prudente.
«Ah, sì? Io sono una sua collega. E ammetto di aver avuto
una brutta cotta per lui. Non mi si può biasimare, no? È
un uomo favoloso.»
«Lo è di sicuro.»
Trisha si appoggiò all'indietro contro la seggiola e guardò
i ballerini. «Sa cosa ho sentito dire?»
«Cosa?»
«L'ex fidanzata di Kevin è qui. Lo sta perseguitando.
Come una stalker. Suppongo sia ancora innamorata di lui,
per questo ha fatto tutte quelle cose astiose.»
«Davvero. Tipo?»
«Ha insultato Naomi. Ha cercato di sabotare la dieta di
Kevin.» Indicò la rivista più vicina. «È scritto tutto lì. Ehi,
lei deve averlo conosciuto quando era grasso! Che trasformazione,
eh?»
«Lo è stata. Sono io la fidanzata, a proposito.»
Fu quasi divertente guardare la faccia di Trisha farsi di
tutti i colori.
«E mi hanno invitata. Niente stalking, anche se per la
verità ce l'ho uno scoiattolo morto in valigia, pronto per
domani.» Em sorrise dolcemente. «Vuole venire in camera
mia a vederlo? E così carino.»
Trisha fuggì.
«Ti diverti, Orsetto Pooh?»
«Jack! Come stai?»
«Bene. Perché non mi hai svegliato?»
«Ho bussato.»
«Avresti dovuto bussare più forte. Sono qui per uno scopo,
no?» Si accigliò e i suoi occhi erano turbati.
Il pisolino non doveva essere stato del tutto sereno.
«Hai parlato con Levi?» le chiese.
«Sì. Un paio di ore fa.»
Jack guardò le coppie che ballavano. «Per caso ti ha detto
qualcosa su Josh Deiner?»
Em ebbe una stretta al cuore. «In effetti, sì. Ha detto
che Josh sta... tenendo duro.» Stava parafrasando. Nessun
cambiamento, aveva detto il capo.
Qualcosa guizzò negli occhi di Jack. «Qualche miglioramento?»
domandò, e c'era tanto in queste due parole.
Sarebbe stato facile dire qualcosa di vago e incoraggiante,
tipo ci sono segnali positivi o non c'è motivo di non sperare.
Ma non poteva mentirgli.
«No. Ma neanche peggioramenti.»
Il guizzo si spense.
Arrivarono i genitori di lei. «Emmaline» disse sua madre.
«Tutto bene? Ho sentito che c'è stata una lotta in piscina.
È prudente fare certe cose, nelle tue condizioni?»
«Non c'è stata nessuna lotta» chiarì Em, trattenendo un
sospiro. «E non ci sono condizioni.»
«Jack!» tuonò papà. «Sono così contento che tu sia qui!
Parliamo di progetti per il futuro, figliolo?» Ora che papà
si era convinto che lei fosse etero, era passato in modalità
suocero affettuoso.
«Stavamo per andare a fare una passeggiata» saltò su
Emmaline. «Ci vediamo domani, okay?»
«Molto saggio» approvò la mamma. «Non può essere facile
per te vedere Kevin rifarsi una vita.»
«Grazie per il voto di fiducia, ma'.»
«Cara, ci tengo a te. È così sbagliato? Che ci tenga?»
«Passare del tempo insieme è la base di una relazione
solida» dichiarò papà. «Per questo fra tua madre e me non
ha funzionato. Lei era troppo presa dalla sua carriera.»
«Io? Era tuo padre quello ossessionato dai pazienti, Emmaline.
Come sono certa ricorderai. Jack, non commettere
questo errore con mia figlia.»
«No, non lo farò» assicurò lui.
«Siete proprio una bella coppia» sospirò la mamma, e la
sua voce era stranamente malinconica.
Okay, era meglio tagliare la corda. Anche se erano il
Dottor e la Dottoressa Disfunzionale, i suoi genitori erano
brave persone. Le volevano bene nel loro strano modo e le
si torceva lo stomaco al pensiero di mentire (o forse era
colpa dell'insalata di cavolo nero).
Em avrebbe raccontato loro la verità lunedì. O anche
domenica. Nell'istante in cui avrebbe lasciato il resort.
«Quando vieni a trovarci? Dobbiamo programmare le
tue nozze» disse la mamma.
«Mmh... presto. Ora andiamo a fare quella passeggiata.
Ciao!» Emmaline forzò un sorriso, cercò la mano di Jack
alla cieca, trovò il suo polso e praticamente lo trascinò fuori
dalla sala ristorante.
«Rallenta, Biscottino» fece lui. «Che ti prende?»
«O me ne vado all'istante o spiffero tutto.»
«Se vuoi dire la verità, fallo. Per me va bene in ogni modo.
Vuoi andartene? Possiamo tornare a casa. Decidi tu.»
«Non mi stai aiutando.»
Jack sorrise. «Prima di uscire, passiamo dalla mia stanza.
Ho della merce di contrabbando.»
«Dimmi che hai portato del vino.»
«Certo che ho portato del vino. Sono un produttore.»
«Gli angeli ti benedicano, Jack Holland! Anche se avresti
potuto accennare alla cosa ieri.»
Lui fece un sogghigno, e lei se lo sentì fino alle dita dei
piedi.
Quindici minuti dopo, erano sulla spiaggia. Era abbastanza
fresco da aver bisogno di una coperta, ma Jack era
stato previdente. Ne aveva portate due. Una da allargare
sulla sabbia, una da metterle sulle spalle.
Davvero molto romantico.
Avrebbe dovuto stare attenta, pensò Em, sorseggiando
il vino con gratitudine. Era un fatto universalmente noto
che Jack faceva così con tutte. Non doveva crearsi illusioni.
Neanche per quel bacio. Era stato solo un modo per superare
un brutto momento. Si era perfino scusato.
Le onde lambivano il bagnasciuga. Non c'era vento e la
luna che si stava alzando nel cielo faceva sembrare neve
la sabbia.
«Quanti anni avevi quando i tuoi genitori adottarono
Angela?»
«Quattordici.» Il vino era buono, morbido eppure
strutturato... era così che dicevano gli intenditori? «Sono venuta
a studiare a Manningsport, e mamma e papà non gradivano
il nido vuoto, così sono andati in Etiopia e hanno adottato
Angela.»
«Ci sei rimasta male?»
«È stata una... sorpresa.»
«Tu e lei sembrate molto unite.»
«Be', Angela è fantastica, come probabilmente hai notato.
Bellissima, geniale, talentuosa. Ha lavorato come modella
al college e ha donato i proventi all'orfanotrofio in
cui è cresciuta. È buona. È difficile non volerle bene.»
«Anche tu sei buona, sai?»
Em grugnì.
«Ritiro quello che ho detto.» Jack sogghignò. «I tuoi vivono
ancora qui?»
«Si sono trasferiti a Palo Alto per stare più vicini ad Angela.
Fa la ricercatrice alla Stanford.»
«Che tipo di ricerche?»
«Qualcosa sull'evoluzione delle stelle nell'universo primordiale.»
«Interessante.»
«Sai, potresti invitarla a uscire con te, Jack. Sono sicura
che accetterebbe.» Che figli avrebbero avuto. Belli alla
millesima potenza.
«Non voglio uscire con lei. Mi interessa la scienza, punto
e basta. Sei gelosa?»
«Sì. Ardo di gelosia.» Em bevve un altro sorso di vino.
«Sul serio, invitala pure.»
«Sono qui con te.»
Parole strabilianti. L'impulso di sdraiarsi con le braccia
e le gambe aperte come una stella marina e di attirare
Jack su di sé... Wow. Davvero forte.
Lui la pungolò con la spalla. «Allora, ti piace il mio vino?»
«Buono. Sa di uva.»
Lui emise un sospiro teatrale. «Troglodita.»
«Immagino di essere appena stata insultata con quella
parolona.»
«È il nostro migliore Pinot Noir in dieci anni, Emmaline.
Non buttarlo giù come se fosse Pepsi. Prenditi il tempo
di sentirne i profumi.» Lei ubbidì. «Mora, ribes, chiodo di
garofano e cuoio.»
«Oh, sì. Cuoio. Mmm-hmm.» Annusò di nuovo. «Sono
più un tipo da birra.»
«Ecco. Tra noi è finita. Restituiscimi l'anello di fidanzamento
e di' a tuo padre di non preoccuparsi per la dote.»
Jack sorrise.
Doveva proprio smettere di farlo. Altrimenti, lei rischiava
di diventare un cliché delle Tradite Incavolate: essere
mollata dal fidanzato, farsi accompagnare da Jack Holland
a un temuto evento, innamorarsi di lui, tornare a casa
e non vederlo più.
«In che anno ti sei diplomata?»
«Ero un anno davanti a Faith.»
«Davvero?» Si girò a guardarla. Dio, era talmente bello.
L'aria salmastra gli aveva arricciato un po' i capelli. «Perché
ti trasferisti a Manningsport?»
L'aveva baciata oggi. Per distrarsi da un attacco di panico,
ma l'aveva baciata, ed era stato un bacio dolce, gentile,
strabiliante che l'aveva fatta pulsare di... di qualcosa
che non sentiva da molto, troppo tempo.
Tenerezza.
E desiderio fisico. Non c'era motivo di fingere che non
fosse così.
«Non sono affari miei. Scusa» disse Jack.
Oh, giusto, le aveva fatto una domanda. «Ero vittima di
bullismo, qui.»
A questo punto, la reazione di tutti era: «Sul serio? Tu?
Ma sei così tosta/aggressiva/cazzuta, Em». E lei o ne conveniva
o cambiava discorso. Non che parlasse spesso del
suo problema.
«Doveva essere una cosa grave se hai preso la decisione
di trasferirti al capo opposto del paese» osservò Jack, gli
occhi fissi sull'oceano.
«Già.»
«I ragazzini possono essere davvero cattivi.»
«Non dissentirò.»
«Perché ti schernivano?»
«Balbettavo.»
Lui la guardò di nuovo, poi le passò un braccio sulle
spalle. Era un braccio caldo e solido e, per un attimo, lei
sentì le lacrime pungerle gli occhi. Non ti rammollire.
«E poi, Kevin era andato in convitto in Connecticut...
Saremmo stati più vicini.»
La gentilezza di Kevin era stata un antidoto alla feroce
crudeltà dei compagni di classe più cattivi. E, anche peggio,
a quella dei ragazzi che non istigavano ma che stavano
a guardare, fingendo di non sentire, mai disposti a correre
rischi per una nullità come Emmaline.
Quello che non ti uccide ti rende più forte. Mica male come
frase da scrivere su una maglietta, eh?
«Dev'essere stata dura, non essere in grado di dire la
tua» osservò Jack.
«Sì, lo è stata.» Si schiarì la voce, bevve un altro sorso di
vino. «Avevo un amico immaginario. Horatio.»
«Horatio?»
«I miei genitori leggevano Shakespeare. Che male c'è?»
«E com'era questo Horatio?»
Lei si sfilò i sandali e affondò i piedi nella sabbia fresca.
«Be', era molto leale, ovviamente. Gli comunicavo telepaticamente
tutto quello che non riuscivo a farmi uscire di
bocca. Pensava che io fossi sveglia e divertente.»
«Tu sei sveglia e divertente. Hai anche dei fianchi favolosi.»
Le fece un altro sorriso. «Anch'io avevo un amico immaginario.»
«Sul serio?»
«Già. Ma il mio aveva un nome figo, a differenza del povero
Horatio.»
«Senti, bello. Horatio è incredibilmente figo.»
«Il mio si chiamava Otis.»
«Otis non è un nome figo, Jack! È triste che tu pensi così.
Mi spiace dirtelo, ma Horatio vince questo round.»
«Se lo dici tu.»
«Otis serviva a qualche scopo?»
«Assolutamente. Ogni volta che combinavo qualche guaio,
dicevo ai miei che era stato Otis. E mi parlava la notte.
Le mie sorelle erano terrorizzate. Pensavano che la nostra
casa fosse stregata o che io fossi un indemoniato.»
«Lo sei?»
Lui rise, e il suono le diede un piacevole languore allo
stomaco. «Non credo. Non più, comunque.»
«Emmaline?» chiamò la voce di una donna. «Oh, mio Dio!
Sei davvero tu?»
Em alzò gli occhi. «Uh... ciao!»
La donna, che era snella come un giunco e aveva capelli
lunghissimi, le lanciò un'occhiata incredula. «Non ti ricordi
di me?» Si prese in mano una ciocca e cominciò ad accarezzarne
l'estremità.
«Mi spiace. Non c'è molta luce...»
«Ma sono io! Lyric! Lyric Adams? Eravamo a scuola insieme!»
Oh, sì. Em finì il suo vino e si alzò. Certo che ricordava
Lyric. La più cattiva dei cattivi. «Ciao.»
«Wow! Sei... uh, splendida!» esclamò Lyric.
«E tu stai... uh, molto bene.» Lyric si era fatta qualche
ritocchino, per usare un eufemismo. Labbra gonfiate (il famoso
broncio da trota), enormi seni che esplodevano dalla
denutrita cassa toracica, e un naso molto più sottile di
quello che aveva avuto da bambina.
«Lo so!» trillò Lyric. «Lavoro con questo strabiliante
personal trainer? E Pilates quattro volte alla settimana.
Niente glutine, niente carne, niente latticini, più i lavaggi
intestinali. Dovresti provarli! Erba di grano e olio di pesce?
Stupefacenti.»
«Temo che passerò» disse Em.
«Ommiodio! Non balbetti più! Stento a riconoscere la
tua voce. Ricordi che brutto difetto avevi? C-c-ciao, sono
Eh-eh-eh-maline. Ti ci voleva un secolo per pronunciare
una frase!» Rise allegramente, con la bocca che si muoveva
appena, grazie alla tossina che si era iniettata.
«Lui è il mio amico Jack» cambiò discorso Emmaline,
cercando di ignorare il senso di calore che aveva alle guance.
Lyric era stata una piranha a dodici anni. Perché avrebbe
dovuto cambiare?
Jack si alzò. «Jack Holland» si presentò, cingendo Em-
maline con un braccio. «Il fidanzato di Em.»
«Ciao!» esclamò Lyric. «Io sono Lyric, Lyric Adams-
Rabinowitz. E sì, mio padre è quel Travis Adams. Sono
una vecchia amica di Em.»
«Non si direbbe» fece Jack.
Il commento non venne recepito. «Probabilmente avrai
sentito di cosa mi occupo ora» riprese Lyric. «La mia linea
di abbigliamento da neonato? A-do-ra-bi-le. La figlia di
Beyoncè? Ha indossato una delle mie tutine. E North
West? Lo stesso. Incredibile, eh? Quindi, voi due siete qui
in vacanza? Aspetta, aspetta, oh, mio Dio! Sei qui per le
nozze di Kevin e Naomi, vero? Ommiodio! Anch'io!»
Em affondò le dita dei piedi nella sabbia. Anche Kevin
era stato oggetto di bullismo da parte di Lyric, ed era vero
che lui e Naomi erano tornati a Malibu, però... L'idea che
Lyric fosse stata perdonata le era inaccettabile. Si sentiva
dolere i denti, il che significava che stava stringendo di
nuovo la mascella.
Lyric stava ancora parlando. «Mio marito? Lo conoscerete
domani. Non per vantarmi, ma è un magnete del settore
immobiliare, ed è arrivato a guadagnare sette zeri l'anno
scorso.»
«Credo lei volesse dire magnate» intervenne Jack.
«Prego?»
«Magnate. Ha detto magnete. Intendeva un magnate,
cioè un pezzo grosso. Non un magnete, ossia una calamita.
Ma suppongo che il suo magnete non l'abbia sposata per
la sua cultura.»
Emmaline controllò il sorriso.
«Non importa. Tu e Kevin siete stati insieme per molto
tempo, giusto, Emmaline? Dev'essere dura per te.»
«Siamo stati insieme per molto tempo, sì.»
«E cosa fai ora?»
«Sono in polizia.»
«Sul serio? E perché?»
«Per proteggere e servire le brave persone di Manningsport,
nello stato di New York.»
«Oops! Mi suona il cellulare! Devo andare. C-c-ci vediamo
d-d-domani!» Un'altra risata che sembrava un nitrito,
poi Lyric trotterellò via.
«Per la miseria.» Jack suonava quasi sorpreso.
«Già. Era condannata fin da bambina. Grazie per aver
preso le mie parti, a proposito.»
«Figurati.» Lui rimase in silenzio per un minuto, poi
chiese: «Ti ha turbato rivederla?».
Em si strinse nelle spalle.
«Dovresti dirle di smetterla.»
«Conosco il tipo. Non servirebbe a niente. Io le direi
quanto mi rese infelice da bambina il suo atteggiamento, e
lei mi direbbe quanto costano le sue scarpe.»
«C'era un ragazzo in classe con me che si prese gioco di
Faith, una volta. Lei ebbe una crisi epilettica in chiesa e
lui ne fece l'imitazione. Lo pestai a sangue, al catechismo.»
Una pausa. «Peccato che non fossi tuo fratello.»
Non mi interessa che tu sia mio fratello, Jack. «Bene,
forse dovremmo rientrare.»
«Come vuoi, agente Neal.»
Il telefono di lui emise un bip e Jack se lo tolse di tasca.
Em vide il nome Hadley sul display.
«Allora, che effetto ti fa riavere tua moglie in città?»
«Ex moglie.»
«Giusto. E che effetto ti fa?»
«Niente di particolare.» Il suo tono, che era stato caldo e
scherzoso per buona parte della serata, ora si fece freddo e
formale. Lei comprese. L'argomento era off-limits.
Però, Emmaline era una poliziotta, e agli sbirri piacciono
le risposte.
«L'ami ancora?»
«Preferirei non parlare di Hadley.»
Sì, in altre parole.
Piegarono le coperte e cominciarono a salire verso il
ranch.
Em avrebbe fatto bene a ricordare che lui era lì per farle
un favore. A Jack, come a tanti uomini, piaceva aiutare le
donne in difficoltà. E anche se lei apprezzava la cosa, non
le piaceva essere in difficoltà (anche se doveva ammettere
che quel ridicolo matrimonio era un evento stressante).
La sua ex moglie, invece, l'esile, bellissima, vulnerabile
Hadley... be', lei moriva dalla voglia di essere soccorsa.
Em ci avrebbe scommesso i denti davanti (che si era rotta
durante una partita di hockey e che le erano costati una
fortuna di dentista) che Hadley aveva pianificato con cura
il suo ritorno a Manningsport e che avrebbe avuto bisogno
di essere soccorsa. Spesso.
Comunque, Em non era tipo da lottare per un uomo. Ci
aveva provato una volta e aveva perso.
Non che Jack fosse interessato a lei. Era stato un bacio
tattico e nulla più.
Il tragitto di ritorno al Rancho de la Luna si svolse nel
silenzio.
Fra trentasei ore, Em sarebbe stata in viaggio verso casa.
Se la fortuna l'avesse aiutata, ci sarebbe stato un picco
di criminalità a Manningsport, e lei sarebbe stata tutta
presa da quello che sapeva fare.

 Capitolo 11.

Ecco come stanno le cose.
Se vai alle nozze del tuo ex fidanzato, e lui sposa una
donna che è apparsa due volte sulla copertina della rivista
Fitness, cerchi di apparire al tuo meglio. Fai cose strane
ed eccentriche tipo stirarti i capelli senza l'intruglio magico
che viene dalla Sicilia, e quando vieni fuori che sembra
che hai messo le dita in una presa della corrente, cerchi
una cameriera e la implori di trovarti qualcosa, qualunque
cosa, per fissare la piega, ti trovi con una latta industriale
di Aqua Net, fissaggio superforte, e dei capelli che rischiano
di frantumarsi se batti la testa. Ti dimeni per infilarti
una sottoveste contenitiva, odiandoti perché ti sottometti
alle pressioni della società riguardo alla linea. Tenti di
truccarti e ti metti il mascara nel bianco di un occhio, passi
dieci minuti a cercare di togliertelo, e finisci sembrando
una che ha passato la notte a piangere. Infili i tuoi innocenti
piedi in sandali a tacco alto che sembrano inventati
da un inquisitore romano. Ti rimetti i petti di pollo crudi
nel reggiseno.
E ti infili un vestito che ti fa sentire come se avessi esagerato.
Il che, ovviamente, è vero.
Emmaline si guardò allo specchio.
Era strana.
Bussarono alla porta. «Pronta?» chiamò Jack.
Em sospirò, afferrò la borsetta e aprì.
«Ehi. Sei bell... Hai pianto?»
«No. Avevo qualcosa in un occhio. Veramente. Non guardarmi
così.»
«Possiamo saltare la cerimonia» propose Jack. «Andare
a prenderci un succulento cheeseburger.»
«Vade retro, Satana. Non possiamo darci alla macchia.
E per quanto riguarda il cheeseburger, passeremo da un
In-N-Out mentre andiamo all'aeroporto domani.»
Jack sorrise.
«Stai benissimo, a proposito» aggiunse lei, poi si sentì
arrossire. Ma era vero. Lui aveva un completo grigio, una
camicia bianca, e quel sorriso capace di lanciare in orbita
mille razzi.
«E tu sei splendida» ricambiò lui. Em riuscì a non grugnire.
Jack le offrì il braccio e lei lo prese, straordinariamente
lieta che Faith avesse chiesto a lui di farle da cavaliere.
Furono praticamente gli ultimi ad arrivare sul prato
che si estendeva sino all'orlo della scogliera. File e file di
seggiole bianche decorate con rose color cipria e metri di
stoffa bianca erano rivolte verso l'oceano, dove una giudice
di pace attendeva in uno sciccoso abito rosso. Un quartetto
d'archi era pronto su un lato. I suoi la salutarono agitando
una mano e Angela le fece un cuore con le dita.
Se le sembrava che tutti la stessero fissando, probabilmente
non era così.
E comunque, pensavano tutti che fosse fidanzata con
l'uomo che le stava accanto.
Il quartetto d'archi cominciò a suonare una musica dolce
e lenta. Bach, forse, e la prima delle sei damigelle venne
avanti. Erano vestite con abiti a guaina rosa pallido e
reggevano dei bouquet di calle. Arrivò Colleen, la più bella
di tutte; alzò gli occhi al cielo nel passare accanto a Em e
Jack, poi riprese a sorridere compunta. Era troppo buona
per comportarsi in modo poco rispettoso. E forse aveva dei
bei ricordi della sua amicizia con Naomi, per quanto fosse
leale a Em.
Poi giunsero quattro adorabili bimbe che spargevano
petali di fiori, vestite di tulle bianco con fusciacche rosa.
E infine toccò alla sposa, non accompagnata, anche se
suo padre era presente alla cerimonia. Se Em la conosceva
bene, voleva che tutti gli occhi fossero su di lei, e lei sola.
Naomi si fermò un attimo per una pausa a effetto, aspettando
che le damigelle si mettessero in posizione (o che si
mettessero a fare delle flessioni). Anche i musicisti smisero
di suonare.
Se non la si guardava negli occhi di un rosso vivo, stile
Smaug, Naomi era una bellissima sposa.
Il suo leggendario corpo era perfettamente valorizzato
dall'abito scollato che aderiva ai punti giusti (tutti, in altre
parole), elegante e sexy allo stesso tempo. La sua pelle
era leggermente abbronzata, i capelli erano raccolti in un
perfetto chignon e gli unici gioielli che portava erano una
grossa perla appesa a una catenella d'oro e due perle più
piccole alle orecchie.
Di gran classe.
Poi la musica iniziò. Emmaline ansimò, poi cercò di
mantenere il viso inespressivo. Si trovò ad augurare a Kevin
un grave caso di ragadi anali, perché... accidenti.
Suonavano il "Largo", dall'Inverno de Le quattro stagioni
di Vivaldi.
Lo conosceva perché Kevin aveva scelto quello stesso
brano per accompagnare l'avanzata di Emmaline lungo la
navata. Le aveva detto che era la musica più bella che avesse
mai sentito, e voleva ascoltarla mentre la donna più
bella diventava sua moglie.
Sarebbe stato scortese alzare i tacchi proprio ora?
Naomi cominciò a venire avanti, il movimento lento,
fluido. Sorrideva fottutamente radiosa ai suoi ospiti, sembrava
guardare negli occhi ognuno di loro. Tranne Emmaline,
ovviamente. Il suo sguardo scivolò su di lei, vedendola
e non vedendola.
Em guardò lo sposo, che stava fissando Naomi lacrimoso
e felice. Il Nuovo Kevin era diverso dal suo Kevin, e questo
la aiutava.
Ma gli occhi erano gli stessi. E anche se ovviamente Em
sapeva da tempo che Kevin non avrebbe mai guardato lei
con meraviglia, gioia e amore mentre percorreva la navata,
era riuscita a non visualizzare quei grandi occhi scuri
che guardavano un'altra.
Diniego, si chiamava. Mamma e papà sarebbero stati
lieti di passare ore ad analizzare la cosa per lei, in seguito,
se fosse stata tanto stupida da accennarvi.
Le sembrava più un funerale che un matrimonio. Forse
per questo era lì: per comprendere che il Vecchio Kevin, il
suo Kevin, era realmente morto, e che il Nuovo Kevin faceva
le flessioni sopra la sua tomba.
Le facevano male le scarpe. Sì, avrebbe pensato a questo.
Forse le sarebbe venuta una vescica. Quasi ci sperava.
Naomi tese il bouquet alla damigella d'onore, allungò
una mano verso Kevin, e gli invitati si sedettero. C'era un
ronzio nelle orecchie di Emmaline.
Poi Jack si protese verso di lei e bisbigliò, pianissimo:
«Odio i matrimoni».
Le posò un bacio sulla tempia, proprio come avrebbe fatto
un fidanzato che non vedeva l'ora arrivasse il giorno
delle loro nozze.
Senza girare la testa, Em lo gelò con un'occhiata. «Dacci
un taglio» sibilò mentre una delle damigelle-tirapiedi sistemava
l'abito di Naomi. «Stai dando false speranze ai
miei genitori.»
«Sei stata tu a iniziare.»
«E smettila di alitarmi tra i capelli. Potresti spezzarti
un dente, tanta è la robaccia che mi sono spruzzata.»
«Lo so» mormorò lui, facendole scendere un brivido lungo
la schiena. «Puzzi di etanolo. Sento morire le mie cellule
cerebrali. Ti sei messa di nuovo quei petti di pollo? Perché
le tue tette hanno un aspetto fantastico.»
«Chiudi il becco, Jack.» Lei aveva la faccia paonazza.
«È questo il modo di parlare all'uomo che ami?» Un altro
bacio sulla sua tempia, una strizzata d'occhio alla madre
di lei.
«Saresti una fantastica puttana» gli bisbigliò Em.
«Me lo dicono spesso.» Lui storse la bocca, e il nodo allo
stomaco di Em si allentò un po'.
«Buon pomeriggio» disse la giudice di pace, e sei minuti
dopo Kevin e Naomi erano marito e moglie.
Al tavolo più lontano da quello degli sposi, i misteriosi
russi si stavano passando tutti allegri una bottiglia di vodka
artigianale. E lei che aveva pensato di essere stata
punita, quando l'avevano assegnata a quel posto! L'alcol
contrabbandato le faceva torcere le budella, ma ne aggiunse
una dose generosa al suo succo di mirtillo rosso biologico,
non dolcificato, chilometro zero, dalla-fattoria-alla-tavola
(anch'esso aspro da torcere le budella), ottenendo un
risultato decente probabilmente perché le sue papille gustative
si stavano suicidando. Comunque, era un tavolo
molto conviviale.
«I suoi capelli sono muoolto belli» disse lo zio Vlad, lo
sbirciatore di tette di ieri. Allungò una mano per toccarli,
fece una smorfia e la ritirò.
«Sono fragili» spiegò Em. «Ma grazie.»
Vlad le passò un braccio intorno al collo e la abbracciò,
poi tornò a riempirle il bicchiere, Dio lo benedicesse.
A quanto pareva Jack aveva imparato il russo in Marina
e stava chiacchierando, ed era una buona cosa perché,
primo, era una giornata stressante e, secondo, quell'atteggiamento
galante... proprio non faceva per lei. Quando la
cingeva con un braccio e mormorava complimenti, si sentiva
prudere dappertutto. E formicolare.
«Come va?» le mormorò a un orecchio. Visto? Il formicolio
si trasformò in una scarica elettrica.
«Bene! Benissimo! Sì. Da.» L'unica parola in russo che
conoscesse.
Be', sapeva dire anche vodka. Sì, vodka! Cos'altro le
serviva?
«Vacci piano con quella roba. Farà cento gradi.»
«Sissignore, signor capitano» disse lei. Forse aveva già
fatto effetto.
Assaggiò il soufflé di cavolini di Bruxelles con finto formaggio,
rabbrividì e buttò giù il boccone con un altro sorso
di quel cocktail di mirtillo rosso e vodka che stava diventando
sempre più delizioso.
«Signore e signori» annunciò la voce del DJ. «Vi prego di
volgere la vostra attenzione alla pista, dove il signor e la
signora Norman-Bates faranno il loro primo ballo da marito
e moglie.»
«Hanno deciso di usare il doppio cognome, eh?» osservò
Jack.
Ma Em non l'aveva sentito perché, di nuovo, stava iniziando
una canzone familiare.
Unforgettable, del buon vecchio Nat King Cole.
Kevin non era proprio un tipo originale.
E giù andò l'ultimo sorso della vodka-mirtillo. Com'è
che li chiamavano quei drink? Cape Codder? Aah! La gente
di Cape Cod sì che se ne intendeva. Emmaline avrebbe
proprio dovuto andarci. Incontrare un bel pescatore tipo,
tipo... tipo Phil di Deadliest Catch. Aspetta. Non era morto?
Okay, allora. Si sarebbe accontentata di Sig.
Kevin e Naomi erano ottimi ballerini, agili, coordinati e
tutto il resto. Sorridenti, pure. Sprizzavano felicità.
Davvero Kevin era stato tanto infelice con lei? C'erano
state volte in cui aveva messo il broncio, sì, ma chi non
mette il broncio ogni tanto? Come...
Smettila di pensarci, ordinò la parte sobria del suo cervello.
Angela le fece un sorriso comprensivo e sorrise.
La canzone finì; Em applaudì educatamente. Il taglio
della torta, magari un ballo con suo padre, poi a letto. Era
quasi libera di tornarsene a casa. E una volta a Manningsport,
avrebbe mandato a Jack una grossa cassa di... be',
di qualcosa... e lo avrebbe ringraziato di essere stato così
bene al gioco.
Non c'era neanche un dessert a tirarle su il morale. Naomi
aveva annunciato con grande orgoglio che, come la cena,
la torta nuziale era priva di glutine, latticini e zuccheri.
A base di riso integrale e prugne. E non scherzava
nemmeno. La glassa era fatta con succo di barbabietola.
Barbabietola, per l'amor di Dio!
«E ora gli sposi vorrebbero invitare gli ospiti a condividere
con tutti un ricordo speciale di loro due.»
«Oh, divertente» mormorò Jack. I russi borbottarono e
la bottiglia venne nuovamente passata. Em sorrise e scosse
la testa, ma lo zio Vlad la ignorò e le riempì il bicchiere
a metà.
«Non berla» consigliò Jack. «Mi viene male al fegato solo
a guardarla.»
«Potrei averne bisogno» fece notare Em. «Per condividere
i miei ricordi superspeciali.»
«Se ti dicessi creiamo dei ricordi nuovi, mi daresti un
pugno?»
«Lo farei, sì. E non scordarti che ho portato la pistola.»
Lui sorrise. E che sorriso. «Sbruffona.»
Il testimone, un uomo che Em non conosceva, fu il primo
a condividere. «Nell'istante in cui li vidi insieme, capii
che era amore vero. Naomi gli sbraitava di non smettere.
E Kevin... be' lui stava sollevando forse centocinquanta
chili alla panca piana. Comunque, è in momenti come questo
che capisci che hai davanti un vincente.»
«Che storia commovente» mormorò Jack. «E tu, sciogliti
un po', okay? Siamo innamorati. Smettila di digrignare i
denti.»
«Giusto. Capito.»
Em scardinò la mascella e fece scrocchiare le nocche.
I ricordi speciali erano tutti sullo stesso tenore. La maratona
in cui Kevin superò il traguardo strisciando poco
dopo aver perso il controllo sul suo intestino. Il difficile
momento in cui Naomi si era rotta il tendine d'Achille e
poteva correre solo dieci chilometri al giorno. La spassosa
volta in cui stavano facendo una Ironman race e la bici di
Naomi si era rotta, lei si era lussata la spalla e (Dio la benedicesse!)
se l'era rimessa a posto contro un albero, era
risalita in bici e aveva raggiunto Kevin, che non si era fermato
perché era emotivamente importante per lui darci
dentro fino in fondo, e ovviamente Naomi capiva e supportava.
«Non so» mormorò Em. «Credo che vorrei che qualcuno
si fermasse e chiamasse un'ambulanza.»
«Io lo farei» assicurò Jack. «E poi chiederei ai paramedici
di darti una dose doppia di analgesici.»
«E pensare che non volevo sposarmi.» Aha! Allora sapeva
civettare.
Lui le strizzò un occhio. A lei tremarono le ginocchia.
Poi toccò a Colleen. Cercò di schermirsi, ma Naomi le
sorrideva con ferocia, così Coll prese il microfono e sospirò.
«Dunque, Kevin e Naomi... uhm, vicini e lontani, ovunque
voi siate, credo che la nostra amicizia continuerà.» Restituì
il microfono al DJ e rubò un grumo di qualcosa dal
piatto di Connor.
Neanche a Connor furono risparmiate le luci della ribalta.
«Buona fortuna» augurò.
Il DJ tornò a impadronirsi del microfono e si avviò verso
il fondo della stanza. «Chi altro vorrebbe dire qualcosa?
Lei, signorina?»
Altra vodka? Si, ne gradirei ancora un po', pensò Em,
strappando la bottiglia dalla mano dello strano zio, che
sorrise alle tette spinte in su dai petti di pollo.
Peggio, sua madre si lasciò cadere su una sedia vuota al
loro tavolo. «Come stai, Em? Non reprimere il tuo dolore.
Lascialo sfogare, tesoro. E perché stai bevendo? Non fa
male al bambino?»
«Ciao, mamma. Come stai? Non c'è nessun bambino.»
«Ha gradito la cena, dottoressa Neal?» si informò Jack, e
la mamma mormorò che sì, era stata squisita, poi tornò a
fissare Em.
Sua madre era preoccupata. Era questo che le faceva
più male. Le sue intenzioni erano buone. Ci provava. Em
si rendeva conto di essere amata, anche se i suoi genitori
non sapevano da dove cominciare. Per quanto riguardava
lei, almeno. Con Angela erano stati più bravi.
«Sono così contenta che tu abbia Jack» bisbigliò la donna.
«Anche se all'inizio ero seccata perché non mi avevi
detto niente, ora sono felice. Mi faceva male vederti col
cuore infranto.»
Merda. Non voleva mentirle. Distolse lo sguardo.
Il DJ era arrivato al loro tavolo. «Ha un ricordo speciale
di Naomi e Kevin?» chiese alla minuta, raggrinzita nonnina
russa.
«Kogda uzhin?» chiese la vecchietta.
«Quando si cena?» tradusse Jack contro i capelli rigidi
di Em. «Poverina, non si è resa conto che era questa la cena.»
«Fantastico!» disse il DJ, passando il microfono allo zio
sbirciatore di tette. «E lei?»
«Muolti anni fa, quando vengo in Stati Uniti» iniziò
Vlad, «Dico, ecco il paese di uopportunità e soldi! Ha-ha! E
mia piccola nipote, lei vive suogno! Za vas, Naomi!». Buttò
giù un cicchetto.
«Eccellente!» disse il DJ. «E lei, signore!» Ficcò il microfono
in mano a Jack.
«Oh, non conosco bene Kevin e Naomi, ma posso solo
sperare che siano felici quanto Emmaline e me.»
La mamma si illuminò. Strinse un braccio di Jack.
Em tirò un bel respiro. «Non siamo proprio fidanzati,
mamma. Ho detto una bugia. Scusami.»
Jack chiuse gli occhi.
Ci fu un mormorio collettivo.
Ah. Sembrava che il microfono avesse captato la frase.
Merda e vodka, non era proprio la sua giornata!
«Me lo sentivo» si affrettò ad assicurare la mamma. «Va
tutto bene, cara. Ho sempre saputo che sei gay. Sei davvero
incinta, però? Il padre è Jack o si è trattato di inseminazione
art...»
«No. Non sono incinta. E neanche gay.»
«Okay!» squittì il DJ, che sembrava nel panico. «Uhm,
vorrebbe condividere un ricordo speciale?»
E perché no! Emmaline prese il microfono, si alzò senza
nemmeno ondeggiare troppo e guardò verso il tavolo degli
sposi.
Kevin teneva un braccio intorno alle spalle di Naomi,
ma era proteso un po' in avanti, con la testa piegata di lato.
C'era pena nei suoi occhi? Comprensione?
«Dunque» iniziò lei. «Suppongo sappiate tutti che un
tempo Kevin e io stavamo insieme. Siamo stati... amici da
quanto ci siamo incontrati, in terza media. Giusto, Kevin?»
Lui rispose con un sorriso. Il sorriso del Vecchio Kevin.
La vodka le sussurrò che Kevin la stava finalmente ascoltando.
Per la prima volta dopo anni, forse per la prima
volta da quando aveva incontrato Naomi. Tutto a un tratto,
le sembrava che l'adorabile, sensibile ragazzino di un
tempo fosse tornato.
Dio, quanto lo aveva amato.
«Quando ho conosciuto Kevin, lui era...» La persona più
buona e divertente che avessi mai incontrato.
Ma no. Le parole le si incepparono in gola. La lingua era
dietro ai denti, cercava di pronunciare la L, ma non succedeva
nulla. I muscoli del suo collo si contrassero, spinsero,
ma non uscì alcun suono.
La balbuzie si alzò e strinse le dita ossute intorno alle
sue corde vocali. E lei fu soltanto la balbettante, forse gay,
nubile e sola, non incinta ex fidanzata che era stata talmente
patetica da venire a queste Nozze del Dannato.
«Lui e-era... E-era il p-p-più...»
Kevin distolse lo sguardo. Naomi sogghignò. Ovvio che
lo fece. Era la sua espressione a riposo. E Lyric Adams,
che era seduta a qualche tavolo di distanza con un uomo
molto più vecchio di lei, aveva tirato fuori il telefonino e le
sue dita volavano. Stava ridacchiando.
Jack le prese la mano libera.
Em la ritrasse. Non voleva pietà. Al diavolo l'impotenza!
Pensa con accento britannico, si ordinò. Pensa a Harry
Potter o a Tom Barlow o a Colin Firth o...
«Okay!» intervenne il DJ, riprendendo il microfono e
spostandosi a un altro tavolo. «E lei, madre della sposa?
Deve avere voglia di condividere un momento speciale!»
Emmaline si sedette.
«Stai bene?» sussurrò Jack.
«Ci hai mentito?» chiese la mamma. «Emmaline, questo
è... è... è praticamente patologico! Perché hai ritenuto...»
«Dottoressa Neal» intervenne Jack. «Credo lei possa capire
che Emmaline si trova in una posizione...»
«No, Jack. M-mamma, mi dispiace. D-d-davvero.» Aveva
il cuore stretto immaginandosi la balbuzie appoggiata contro
lo stipite di una porta, a fare la sua risata secca, bassa.
Hahaha. Ti ho beccata di nuovo.
«Penso che tu abbia bisogno di tempo per elaborare i
tuoi sentimenti» disse la mamma, una nota ferita nella voce.
«Ci vediamo dopo.»
E chi poteva biasimarla?
Grazie al cielo i discorsi erano finiti, anche se Em aveva
smesso di ascoltare. La musica ricominciò e lei si accasciò
sulla sedia come un sacco.
Jack le prese la mano. «Balliamo» le disse, e lei si alzò.
Angela stava tenendo a distanza il testimone dello sposo,
ma lanciò a Em un sorriso dolce e, inappuntabile come
sempre, le comunicò cameratismo e umorismo senza il minimo
accenno di disappunto o biasimo. Per qualche motivo,
questo la fece sentire peggio.
Era un lento, una canzone di John Mayer, e Jack la attirò
a sé. Avrebbe anche potuto essere una cosa sexy, se Em
non si fosse sentita come un'asse di legno.
«Resisti» le mormorò lui contro i capelli. Il suo mento
produsse un crepitio quando ruppe un po' di lacca. Em avrebbe
risposto se non avesse avuto il terrore di balbettare
o di mettersi a piangere.
«Devo ammettere di essere un po' deluso che tu abbia
rotto il nostro fidanzamento.» La guardò con un sorriso.
«Speravo in una festa d'addio al celibato in un locale di
spogliarelli.»
Grazie, Jack, per essere un perfetto cavaliere, e l'uomo
più buono del mondo, e anche bello come il sole. Grazie
perché non mi fai sentire peggio di quanto non stia già.
L'indomani sera, sarebbe stata di nuovo nella sua confortevole
piccola casa, con il suo cucciolo e un lavoro che amava.
Levi non le avrebbe chiesto com'erano andate le
nozze perché non era quel tipo di capo, ed Em avrebbe
chiesto a Everett se voleva che lo sostituisse per un paio di
turni, cosa che a lui faceva sempre piacere. Avrebbe incontrato
i suoi adolescenti a rischio e sarebbe andata al corso
di negoziazioni e avrebbe passato una serata con le Tradite
Incavolate e, a quel punto, avrebbe avuto il tempo di
trasformare questo fine settimana in un aneddoto divertente.
Poi suo padre batté su una spalla di Jack. «Ti dispiace
se ballo con la mia primogenita?»
«Per niente, signore.» Jack si scostò.
Così lei ballò con suo padre, inspirando il suo confortante
odore di papà.
«Starai provando delle emozioni molto intense in questo
momento.»
«Mmh» riuscì a dire lei, odiando la balbuzie ancora di
più perché le impediva di parlare con suo padre, che l'amava
davvero nel suo strano modo da psicanalista. Le baciò
la fronte, ed Em deglutì e gli diede una stretta.
Il lento finì. «E meglio che vada a ballare con Angela,
ora» disse papà. «Quel testimone non coglie l'antifona.»
Em annuì, lo baciò su una guancia e lo guardò allontanarsi.
Avrebbe dovuto tornare a trovare i suoi genitori per farsi
perdonare di aver mentito. Avrebbe telefonato loro l'indomani.
Anche ad Angela.
Jack non era nelle vicinanze, né al loro tavolo in fondo
al salone, e la gente le lanciava furtive occhiate imbarazzate.
Em afferrò la borsetta, lasciò la sala da ballo sorridendo
a chiunque la guardasse negli occhi (non molti), e
chiamò il più vicino parcheggiatore. Non che intendesse
guidare, non dopo due (forse tre) bicchieri di vodka. «Ho
bisogno di un favore» disse, tendendogli una banconota da
cento dollari. «Mi porterebbe in città?»
«Sicuro» accettò il ragazzo, intascando la mancia. «Dove
vuole andare?»
«Conosce il diner di Nance?»
Lui sorrise. «Può scommetterci. Ha fame?»
Lei incrociò le braccia. «Non immagina quanta.»

 Capitolo 12.

A Jack sembrava di sentire odore di bacon.
Era tornato in camera; Em lo aveva piantato in asso, lasciandolo
ad ascoltare il resoconto della colonscopia che la
nonna di Naomi aveva fatto l'anno prima, un esame che
sembrava ancora più orripilante in russo. Tutti quei suoni
gutturali...
Era anche un po' preoccupato. Emmaline non aveva risposto
quando lui aveva bussato. Aveva ignorato il suo
SMS. Non si sarebbe mai messa al volante: era una poliziotta
e sapeva che non si guida dopo aver bevuto.
Come adesso avrebbe saputo Josh Deiner, se non fosse
stato cerebralmente morto.
Per un secondo, Jack ebbe l'impressione di sentire l'acqua
chiudersi sopra la sua testa. L'auto sembrava così lontana,
in fondo al lago. Tanto freddo, e il buio...
No. No! Strappò la mente dal ricordo di quel gelo, di
quella tetra oscurità. Era lì in California, e uno spicchio di
luna si alzava sul Pacifico. Dodici o tredici gradi. Se c'era
un motivo per vivere in California, era il clima. E poi, era
un territorio votato alla viticoltura.
Bene. Stava pensando ad altre cose. Cominciò a preparare
la valigia, dato che il loro volo partiva presto l'indomani.
Si tolse l'abito da cerimonia e si infilò i jeans e una
camicia sportiva.
Il suo cellulare emise un bip.
La signora Johnson gli aveva mandato un messaggio.
Jackie, caro, ci manchi. Quando torni a casa dalla California?
Tuo padre non vede l'ora di abbracciarti.
Aveva altri SMS. Tutte e tre le sue sorelle, che si chiedevano
come fossero andate le nozze. Uno di Ned, che gli
proponeva di prendere una birra insieme, poi un altro in
cui gli diceva che si era scordato che fosse via. Due da parte
di Abby, che gli domandava aiuto per un progetto di
chimica, al suo ritorno. Uno della nonna che diceva WJY
sek to DDjk. La nonna s'era appena comprata uno smartphone
e, con grande disperazione dell'intera famiglia, si
lagnava dei tasti piccoli e doveva ancora capire il correttore
automatico. O questo, o aveva avuto un ictus.
C'erano cinque SMS e due telefonate di Hadley.
Jack rispose ad Abby e alla signora Johnson, scrisse alla
nonna di smetterla di mandare messaggi finché Ned
non le avesse insegnato a farlo e ignorò Hadley.
Desiderava sinceramente che la sua ex lasciasse la città.
Honor gli aveva detto che si era trasferita in un appartamento
alla Opera House. Non era un buon segno.
Udì un rumore proveniente dalla stanza di Emmaline.
Quindi era in camera, dopotutto.
Era stata dura vederla in quello stato, al ricevimento.
Non essere capace di farla sentire meglio.
Bussò alla porta che separava le loro stanze. «Ti ho sentita,
Neal! Apri o chiamo la reception e dico che stai tentando
il suicidio.»
«Non rompere, Jack.» In tono irritabile.
«Ma noi due non dovremmo essere innamorati?»
«Non più. Ho spifferato la verità.»
«Ah già, perché l'hai fatto? Altre dodici ore e saresti stata
a casa, libera.»
«Non mi piace mentire.»
«Puoi aprire la porta? Parlarci così è da idioti.»
«No, sono molto occupata.»
«Sento profumo di bacon. Quindi, apri e condividi o faccio
buttare giù la porta da Naomi.»
Emmaline aprì e il profumo di bacon si fece più intenso.
Stava meglio così, senza quella voluminosa acconciatura.
Si era fatta la doccia e aveva i capelli umidi. Aveva un
buon profumo, pulito e agrumato. Ma la pelle sotto i suoi
occhi era un po' arrossata.
Aveva pianto.
Un sentimento sorprendentemente forte gli riempì il
petto. Emmaline non sembrava una piagnucolona. Proprio
no.
Aveva addosso dei pantaloni da pigiama e un top e c'era
uno sbaffo scuro sulla sua guancia. Teneva in mano un
sacchetto gigante di caramelle alla frutta Skittles e sul tavolo
alle sue spalle c'erano svariati sacchetti, una mezza
torta e una bottiglia di vino.
Incrociò le braccia sul petto e lo guardò accigliata.
«Hai mangiato carne senza di me? È così che mi ringrazi?»
«Avevo voglia di stare un po' sola, Jack.»
«Credo tu sia stata sola abbastanza.»
Lei sbuffò. «Vieni, allora. Ho avanzato metà cheeseburger.»
«Hai pianto?»
«No.»
«Bugiarda. Hai della glassa sui denti, a proposito.» Lui
prese il mezzo cheeseburger e lo addentò. Era divino, di
gran lunga la cosa migliore che avesse mangiato da quando
era arrivato in California.
Em si lasciò cadere in poltrona e prese un pezzo di torta.
«Sto mangiando le mie emozioni. Mostra un po' di rispetto.»
«E di quali emozioni si tratta, agente Neal?»
«Irritazione, imbarazzo, frustrazione, gelosia, invidia,
ingordigia... Serve altro?»
Jack finì il burger e prese un pezzo di torta. Incredibile.
Non gli sembrava giusto che avessero mangiato radici e
nebbia quando c'era cibo come quello nei paraggi. Si sedette
sul letto, si versò un po' di vino e guardò l'etichetta.
Uno zinfandel della costa centrale. Lo assaggiò. Non male
con manzo e cioccolato.
«Non sei realmente gelosa, vero? Non per criticare i tuoi
gusti in fatto di uomini, ma sembra un coglione, Em.»
«Non è stato sempre così.» Lei addentò selvaggiamente
la torta e cominciò a masticarla.
«Cosa volevi dire? Quando il DJ ti ha messo in mano il
microfono?»
«Non lo so.» Lei inghiottì. «Che non è stato sempre un
coglione. Che era buono, divertente e gentile finché non mi
ha tradito con quella... quella... quella mostruosa mannequin
dagli addominali d'acciaio.»
Jack annuì. «Quanta di quella vodka artigianale ti sei
bevuta?»
«Oh, taci. Non sono ubriaca. Purtroppo, potrei aggiungere.»
«Sai, anche mia moglie mi ha tradito.»
«Sì, Jack, lo sanno tutti.» Em fece una smorfia. «Volevo
dire, grazie di avermelo confidato. È solo che le tue sorelle
hanno la lingua lunga. Be', Prudence ce l'ha. Faith e Honor
non hanno mai detto boo. Ma è stato il miglior pettegolezzo
della città per un po'. Scusa, non il migliore. Solo il
più interessante. Cazzo. Ora taccio.»
«Te ne sarei grato. Profondamente.»
«C'è qualcosa di appropriato che potrei dire? Tipo mi
spiace che il tuo matrimonio sia andato a rotoli?»
Jack non riuscì a trattenere un sorriso. «E io cosa dovrei
dire? Mi spiace che il tuo fidanzato si sia rivelato un cazzone?»
Lei rise, tossicchiando un po', poi bevve un lungo sorso
di vino e allungò le gambe, appoggiando i piedi sul letto
accanto a lui. «Quanto ci hai messo a toglierti dalla testa...
come si chiama? Blanche DuBois?»
«Parliamo di te» propose lui.
«È ancora una ferita pulsante, quindi?»
«No. È solo che siamo alle nozze del tuo ex e, se c'è una
ferita aperta e pulsante, è la tua.» La sua gentile dama alzò
un dito medio nella sua direzione. «Andiamo, Em. Come
ti senti?»
«Benissimo, Jack. Sono solo una balbettante, bugiarda,
non incinta lesbica che si infila dei petti di pollo crudi nel
reggiseno.»
Lui sogghignò. «Funzionano, però.»
«Chiudi il becco.» Ma lo disse con un sorriso. E che bello
era trovare una donna capace di fare dell'ironia anche nei
momenti più difficili.
Jack aveva uno dei suoi piedi accanto a sé sul letto, e ci
posò una mano. Bel piede. Curatissimo. Pelle liscia.
Cerca di non pensarci, Jack, consigliò la parte più nobile
del suo cervello. Tu non vai a letto con i cuori infranti.
«Hai il cuore infranto?» si sentì chiedere.
Em fece una smorfia. «No. Non direi. Sono passati tre
anni.»
«Lo so.»
«Eh?»
«Sì. Ti stavi trasferendo nel bungalow e ti ho aiutato a
portare degli scatoloni.»
«Me lo ricordo bene. Solo, non pensavo lo ricordassi anche
tu! Scommetto che sei stato uno scout e che quella era
la tua buona azione quotidiana.»
«In effetti, sono stato scout. Veniamo addestrati ad aiutare
le damigelle in difficoltà.»
«Se mi chiami così un'altra volta, ti sferro un calcio nelle
parti molli.»
Non aveva idea di quanto fosse accattivante.
Le versò dell'altro vino. Gli aveva detto che non sapeva
niente di vino, ma sapeva come gustarlo, lo teneva in bocca
un attimo prima di inghiottirlo, poi si leccava le labbra.
Persino il modo in cui teneva il bicchiere, vicino al seno,
col rosso che formava un contrasto con la sua pelle candida...
Ah. Stava parlando.
«Il Vecchio Kevin... era un pezzo di pane. Era un uomo
talmente buono e dolce, Jack. Non ne hai idea. Ma quell'uomo
non esiste più, e sono l'unica che sembra rendersene
conto o a cui sembra importare, e per qualche motivo
questo mi rende molto triste.»
«Sicuro» mormorò lui, attento a guardarla in viso.
«Tutte le cose che amavo di lui... sono morte.»
«Quindi, questo è stato una specie di funerale.»
Qualcosa le guizzò negli occhi. «Sì.»
La mano di lui scivolò più su e si fermò sulla caviglia.
«Mi spiace, allora.»
Em si schiarì la gola. «E sai quello che mi fa più incazzare?
Mi sono messa i tacchi alti e ho comprato una sottoveste
contenitiva e ho cercato di essere come loro. I belli. E
invece mi piaccio come sono. Sono tosta, sono forte, ma
mettimi accanto a una come Naomi e mi ficco del pollo
crudo sotto le tette e spero che Kevin mi dica qualcosa di
carino. E, ovviamente, lui non l'ha fatto. Così ho venduto
la mia anima al diavolo per niente.»
Guardò il quadro appeso al muro e, furtivamente, si
passò un dito sotto l'occhio.
Perché stava piangendo. Non molto ma, sì, quelle erano
lacrime.
E questo era intollerabile.
Em mangiò un altro boccone di torta senza guardarlo.
«Sai?» le disse lui gentilmente. «Noi uomini non scegliamo
voi donne per il vostro aspetto.»
«Cosa?» sbottò Em. «Stai dicendo che Naomi ha un corpo
stupendo e una personalità migliore di me?»
«Calmati, Simba. Dico solo che l'aspetto non è importante
quanto credi tu.»
«Ha parlato il dio greco.»
Jack sorrise. «E comunque, sei molto graziosa.»
«Non costringermi a spararti, Jack. Torna a hai un
grande senso dell'umorismo.»
«Non ho mai detto questo. Non allargarti.»
Lei non ricambiò il sorriso.
Jack si alzò e la prese per mano. «Vieni. Ti faccio vedere
una cosa.»
La attirò in piedi e la portò davanti allo specchio. Accese
la luce.
Emmaline fece una smorfia. «Dannazione. Come ho fatto
a sporcarmi di cioccolato?» Abbassò lo sguardo sulla canotta
e strofinò la macchiolina che aveva sul cuore.
«Guarda» insistette lui.
«La macchia?»
«No, Emmaline. Guarda te stessa.»
«Preferirei non farlo, Jack.»
«Non essere fifona. Guarda quello che vedono tutti.»
Si mise alle sue spalle e le scostò i capelli dalla faccia.
«Probabilmente ce l'hai un gran senso dell'umorismo»
mormorò, inspirando il profumo dolce del suo shampoo. «E
sei molto brava ad ammanettare la gente, ne sono certo.
Ma sei anche bellissima.»
Lei roteò gli occhi.
«Tranne quando fai così. Smettila di fare la burbera e
accetta un complimento.»
«Dov'è quel Taser quando mi serve?»
«Ssh. Guardati.»
Le aveva messo le mani sulle spalle, ora, e la sua pelle
era liscia come seta. Le donne e le loro armi segrete. I suoi
seni e le labbra e i lobi delle orecchie lo eccitavano in un
modo assurdo, e se a questo si aggiungeva il profumo di arance
e miele...
Senza quasi rendersene conto, Jack fece scivolare le mani
lungo le braccia di lei fino ai polsi, poi risalì sino al collo.I lunghi capelli scuri erano lisci e umidi tra le sue dita.
«Ci stai provando con me, Jack Holland?» chiese Em, la
voce spiccia. Però non si mosse.
Lui vedeva una vena pulsarle nella gola. «I tuoi occhi
sono...»
«Normali.»
«Smettila di interrompere. I tuoi occhi sono bellissimi.»
Lei li chiuse. «Di che colore sono, Jack?»
«Blu scuro.»
Lei si accigliò e li riaprì.
«Il tuo naso è perfetto e adorabile.»
«Già. Un naso perfetto. Molto sexy.»
«Ssh.» Il suo sedere gli sfiorava l'inguine, e se lui si fosse
fatto un po' più avanti... «Splendida bocca. Fatta per
baciare.»
«Funzionano certe frasi?»
«Non lo so. Non le ho mai messe alla prova.» Le sorrise
nello specchio e lei arrossì. «Hai una pelle perfetta.»
«Dimmelo fra due settimane, quando avrò il mio...»
«Sai, sei un disastro nell'accettare i complimenti. Basta
che tu dica grazie.»
«Grazie, Jack, per aver detto tante balle. C'è ancora un
po' di torta?»
Era davvero bella, e più lui la guardava, più bella diventava.
Il suo collo era slanciato, le spalle forti e lisce, i seni
erano, be', niente male, e c'era una piacevole pienezza nei
suoi fianchi.
Jack incrociò le braccia sopra il petto di lei e se la attirò
più vicina. Gli occhi di Em si dilatarono, le sue labbra rosee
si schiusero.
Lui girò la testa per inspirare il suo profumo e la sentì
rabbrividire. Lei non si ritrasse.
Quella pelle aveva un profumo talmente dolce. Le posò
un bacio sulla spalla nuda. Liscia come acqua.
Emmaline tirò un respiro tremulo.
Un altro bacio, questo più vicino al collo.
Cosa stai facendo?, gli chiese una voce, ma era esile, coperta
dal sordo pulsare che gli martellava nel corpo. Em
aveva un sapore buono quanto lo era il suo odore.
«Tu dovresti... Io dovrei... Probabilmente non dovremmo...»
alitò Em, ma poi la mano di lui vagò sulle sue costole
sino alla pienezza del seno, che era morbido e perfetto e
non necessitava di push-up o di pollo crudo.
Un piccolo suono sfuggì alla sua gola, e Jack lo prese come
un invito a girarla verso di sé. «Credo che dovremmo»
le disse, e la baciò, e quella dolce bocca carnosa si schiuse
sotto la sua. Lui vi insinuò la lingua e sentì sapore di cioccolato,
e il pulsare si fece più forte e più incalzante.
La premette contro il muro e si appoggiò contro di lei,
contro tutta quella morbidezza, quei buoni profumi e quella
bocca. Non voleva più smettere di baciarla, perché lei
era una droga e lui aveva una dipendenza, e ora si sentiva
pulsare dappertutto. Le attirò le mani sopra la testa e
gliele tenne lì, continuando a baciarle la bocca, il collo. La
morbidezza dei suoi seni contro il petto lo inebriava. Em
non stava protestando. Anzi, piccoli mugolii dolci sfuggivano
alla sua gola, e la sua pelle si faceva più calda sotto
la sua bocca, perché le stava lasciando una scia di baci sul
collo, facendole sentire i denti, perché Emmaline Neal era
tutta da mangiare.
Poi all'improvviso lei liberò le mani, lo afferrò per la camicia
e gliela sbottonò con movimenti decisi, a strattoni,
mentre lui le adorava il collo e con una mano sosteneva il
peso del suo seno. Poi le sfilò la canotta ed era così avido
di lei, così impaziente.
Em stava armeggiando con la sua cintura e, senza interrompere
il bacio, Jack la girò e la spinse sul letto, cadendo
con lei, sopra di lei. Ancora qualche strattone, e si
trovarono nudi.
Lei era morbida e forte, e Jack non pensava nemmeno
più. C'erano solo Emmaline e il sapore del cioccolato, e il
suo bellissimo, solido, serico corpo sotto di lui.
Emmaline si svegliò alle 2,16 del mattino; Jack era coricato
scompostamente sopra di lei. A giudicare dal lento,
regolare ritmo del suo respiro, dormiva. Piano piano, Em
si districò, andò in bagno in punta di piedi, chiuse la porta
e accese la luce.
Ed eccola lì, la donna scostumata.
Per la miseria.
Aveva i capelli aggrovigliati, le labbra gonfie. Si sentiva
le gambe deboli e tremanti, ed era tornata in vita dopo
tanto, troppo tempo.
Oh, era nuda come mamma l'aveva fatta... aveva accennato
alla cosa? E mezza morta. Causa della morte: orgasmo.
Non era un brutto modo di andarsene. Nossignore, per
niente brutto.
E guarda un po' lì. La sua immagine allo specchio sorrideva
come una beota, lei che era sempre seria.
Ti eri dimenticata cosa fosse una bella scopata.
Nella sua testa c'era un groviglio di pensieri che aspettava
di essere dipanato, proteste, rimproveri, ammonizioni
e qualche seria predica, ma per il momento sembrava
ipnotizzata dalla propria immagine.
Si sentiva bella. Jack glielo aveva detto più di una volta.
Non che non le piacesse il suo aspetto. Aveva un viso discreto.
Le piaceva essere forte. Solo, non si era mai sentita
bella.
Finora.
«Emmaline?»
Lei trasalì. «Arrivo.» Si infilò l'accappatoio del Rancho
de la Luna e strinse la cintura, poi prese un bicchiere d'acqua
e tornò di là.
Lui era spettacolare. Il chiaro di luna, che era stato
commissionato apposta per le nozze, inondava la stanza di
una luce bianca e scolpiva il suo viso maschio di ombre e
angoli. La sua bocca era la prova dell'esistenza di un essere
superiore, e quando Jack sorrideva, era Dio che si vantava.
Quegli occhi azzurri. Le sue mani. Aveva accennato
a quelle grandi mani forti, rese un po' ruvide dal lavoro in
vigna? Aveva accennato a quali squittii le suddette mani
erano capaci di strapparle?
Ah. Lo stava fissando come una cretina. Schiarendosi la
voce, spostò lo sguardo sulle lenzuola aggrovigliate. «Fame?»
gli chiese.
«Da lupo.» Lui allungò un braccio e, molto lentamente,
le sciolse la cintura dell'accappatoio.
«C'è ancora un po' di torta» bisbigliò lei.
«Non mi riferivo alla torta» disse Jack, la voce profonda
e vibrante, e lei sentì una fitta là sotto. «Ma ora che mi ci
fai pensare...» E con una rapida mossa, se l'attirò in braccio,
l'accappatoio aperto, e si mise a imboccarla: un pezzetto
di torta in cambio di un bacio. Si prese tutto il tempo
del mondo, accarezzandola come se non avesse mai toccato
una donna in vita sua, leccandole il cioccolato dalle labbra...
e accidenti se funzionò.
Molto bene.
Molto bene davvero.
...
.
...
FINE Parte 1.